“La Malavita” è il terzo capitolo della carriera dei Baustelle, band sospesa fra le origini toscane e la permanenza milanese.
E si tratta di un capitolo molto complicato: dopo due dischi da indipendenti (“Sussidiario Illustrato Della Giovinezza” e “La Moda Del Lento”) hanno deciso di fare un salto importante e hanno firmato per una major (Wea).
Ciò ha ovviamente comportato critiche e nasi storti fra i fan più puristi, che hanno sentito subito puzza di bruciato (succede a tutti, prima o poi).
Si aggiunga che Fabrizio Massara, tastierista e fondatore del gruppo, ha salutato la compagnia subito dopo la fine delle registrazioni del disco, e la corsa a ostacoli è diventata un campo minato. Tuttavia Francesco Bianconi, che risponde alle nostre domande, sembra piuttosto ottimista sulle sorti del gruppo, nonché del disco, più diretto e meno torbido dei suoi predecessori.
Avete dichiarato che “La Moda Del Lento”, il disco precedente, ha avuto un parto molto doloroso. E per “La Malavita” com'è andata?
“Meno doloroso, per molti motivi. Tecnicamente siamo cresciuti, siamo molto più preparati: i due dischi precedenti sono nati 'in casa', era tutta una cosa in famiglia, mentre questa volta abbiamo deciso di entrare in studio soltanto dopo un lavoro di preproduzione e con gli arrangiamenti già pronti, senza l'aiuto di nessuno. Una volta in studio, ci siamo fatti aiutare da una figura tecnica, e abbiamo trovato Carlo Rossi, che è un fonico 'con le palle', visto che ha un'esperienza lunghissima (dal primo disco dei Litfiba a Caparezza). La situazione è stata molto più professionale; era nelle nostre intenzioni fare un disco hi-fi, nel senso buono del termine. Pensiamo che i Baustelle traggano vantaggio dall'alta fedeltà, perciò questa era la nostra meta positiva. Si è trattato di un'ottima esperienza, e abbiamo imparato moltissimo”.
Inevitabile chiedere qualcosa dell'uscita di Fabrizio...
“Non si tratta di un dolore legato al disco, perché è uscito subito dopo. Un giorno si è presentato alle prove dicendo che non voleva più fare il tastierista di un gruppo pop, che voleva fare altre cose. Abbiamo tentato in molti modi di convincerlo, perché è un amico fin dai tempi dell'università. Gli abbiamo dato tempo per decidere, gli abbiamo detto che fare una cosa non esclude altre attività, ma penso che ci siano altri motivi. Magari uno ha trent'anni, si vede con niente davanti, quasi niente dietro e... be', ci ho pensato anch'io. Alla fine mi spiace molto, ma per fortuna siamo caduti in piedi, nonostante la batosta, e ora siamo più motivati e forti che mai”.

Fa un certo effetto sentire “non abbiamo niente davanti, quasi niente dietro”...
“Be', è un mestiere molto poco remunerativo: soprattutto finché si fanno i dischi da indipendenti, è necessario fare altri mestieri per vivere. Quindi, senza fare giri di parole, appena passi a una major ti danno subito del venduto e ti dicono che sei diventato un miliardario. Non funziona proprio così: diventi miliardario se riesci a vendere...”
Perché “La Malavita”?
“Il titolo è emerso alla fine. Prima, visto che dalle canzoni emergono molti personaggi, volevamo chiamarlo “Ritratti” o qualcosa del genere. La seconda tentazione è stata di chiamarlo semplicemente “Baustelle”. Ma “La Malavita” ci è piaciuto sia per il senso di gangsterismo che c'è sotto molti dei pezzi, sia sul piano meno letterale, come “male di vivere”. In fondo si tratta di ritratti di varie modalità del male di vivere”.
Ci si trova un suono più rock e più netto...
“È una tendenza che abbiamo voluto, volevamo un disco compatto (qualcuno ha parlato anche di concept, forse più a livello sonoro che di testi). Volevamo creare un suono un po' alla Phil Spector, con un “wall of sound” potente ma drammatico, e infatti abbiamo usato gli archi in sei pezzi su undici. Siamo partiti così fin dalle prove de “La Guerra È Finita”, la prima canzone che abbiamo suonato, in una casa abbandonata, con un rimbombo fastidiosissimo. Già in quelle condizioni pessime pensavo che erano dei Baustelle che non avevo mai sentito, ma che mi piacevano molto. Così abbiamo cercato di portare la stessa intensità drammatica anche negli altri pezzi”.
Proprio nel singolo si trova il vostro mood classico, con musica quasi allegra e testo molto duro.
“Quando suonavamo nella stanza con il rimbombo la cantavo nel classico inglese finto. Il testo è nato da una specie di riassunto di due mie tragiche esperienze personali, di due persone a me vicine che si sono suicidate. Il testo è ovviamente drammatico, anche se lo stile narrativo non affonda mai nel dramma vero; c'è ironia e un distacco che può anche sembrare cinico. Mi rendo conto a volte di essere un po' troppo astratto, tanto da sembrare molto poco partecipe, ma è soltanto il mio modo di scrivere”.

“Sergio” è anche più curiosa...
“Sergio era lo scemo del villaggio di Montepulciano. Aveva una quarantina d'anni quando noi ne avevamo dieci o dodici. Aveva una storia terribile alle spalle: da bambino aveva delle crisi epilettiche, e ogni volta che capitava i suoi genitori, contadini di una volta, lo chiudevano nel recinto dei maiali. Il risultato è stato che a sedici-diciassette anni è finito al manicomio di Siena. Quando ne è uscito non aveva più crisi epilettiche, ma era totalmente fuori di testa; si trattava comunque di un personaggio piacevole e non violento. Si metteva con la sua pipa sulla panchina davanti al bar, con i calzini sempre a strisce gialle e rosse, e non si lavava mai, se non dietro pagamento di sua madre. Raccontava cose strampalate, faceva indovinelli e faceva divertire i bambini. È morto circa cinque anni fa, e non so perché mi sia venuto da scriverne ora...”
“I Provinciali” ha una storia molto lunga...
“Doveva finire nel nostro primo disco, ma allora non sapevamo suonare così bene, e il risultato era un disastro... Ma mi era sempre piaciuta per la sua semplicità, quindi l'abbiamo risuonata, riarrangiata, ho cambiato un po' il testo e ora sta molto bene con le altre canzoni de 'La Malavita'”
Cosa è rimasto di romantico a Milano?
“Fisicamente, quello che hai davanti... La canzone parla dei miei primi anni milanesi, quando mi sono trasferito da Montepulciano per fare il redattore di una rivista di giardinaggio. Allora volevo suicidarmi io... Anche perché ho iniziato a capire veramente che cosa fosse la solitudine nel suo significato più terribile. Ho voluto raccontare in chiave neoromatica la visione di un provinciale che incontra tutte le sfaccettature della vita di una grande città, dall'amore allo squallore. La puoi vedere anche come una specie di narrazione alla Ugo Foscolo, o di presa per il culo del 'Giovane Werther'...”
a cura di Fabio Alcini
La Malavita