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SIAE


Neil Young non è una garanzia.
Nella sua lunghissima carriera, iniziata negli anni Sessanta con i Buffalo Springfield e diventata nel 1969 la storia di un solista/solitario che ha rapporti occasionali con altri musicisti, ha sbagliato qualche disco. Ha sbagliato perfino dei periodi, vagando alla ricerca di un suono per qualche anno.
Non è questo il caso: “Prairie Wind” riporta con la mente e la memoria a uno dei dischi cardine della vita artistica dell'uomo con la White Falcon in mano: “Comes A Time”, LP del 1978, fra i più noti e importanti.
Non è difficile capire perché rimanda così puntualmente a quel disco, se si legge ciò che Young dichiara a proposito di “It's A Dream”, traccia numero cinque del nuovo disco: “Quando l'ho scritta e portata in studio il mattino seguente per registrarla, ho detto a Ben Keith ( coproduttore dell'album insieme a Young, NdA ) – Ben, sai, qui ci starebbero bene gli archi, che ne pensi? Chiamiamo Chuck Cochran? Chiamiamo Chuck, che ha fatto gli archi per “Comes A Time” e (ed è questo che mi piace di Nashville) dopo due ore è arrivato. E non lo vedevamo da almeno 15 anni...”.
Non che ci siano soltanto gli archi di Cochran in questo disco: c'è la passione e l'intelligenza di un cantautore che è conscio della propria importanza ma anche del proprio sentiero, ormai tracciato e non troppo lungo nella parte ancora da percorrere.
C'è una strana alternanza nel disco, con canzoni placide che si alternano spesso a brani più inquieti, come se la prateria lasciasse di tanto in tanto spazio a strade nervose e tortuose.

Traccia per traccia:

  1. “ The Painter ”
    Dedicata alla figlia pittrice, è una canzone malinconica e acustica, che guarda al passato (“It's a long road/behind me”) e che dispensa consigli: “If you follow every dream/you might get lost”.

  2. “ No Wonder ”
    Uno dei pezzi più vivi del disco, con un coro iniziale e qualche inciso che riporta direttamente alle cavalcate con Crosby, Stills & Nash. La struttura mette insieme un andamento rock e armonie vocali che potrebbero venire dalla pancia di una chiesa.

  3. “ Falling Off The Face Of The Earth ”
    Si torna ad atmosfere più tranquille. L'uso degli archi e del falsetto è piuttosto esteso. Il ritornello morbido, la tessitura piacevole la rendono una delle canzoni del disco in cui è più facile perdersi.

  4. “ Far From Home ”
    Ritratto di famiglia con armonica a bocca. La storia è quella di un vecchio che ricorda quand'era ragazzo, i suoni sono quelli del blues del Delta, con influssi Nashville.

  5. “ It's A Dream ”
    Di nuovo ritmi lenti, con archi che volteggiano ampi. Il tono è languido, come se d'improvviso si fosse accorto di essere rimasto solo.

  6. “ Prairie Wind ”
    Continua l'alternanza fra dolcezza e inquietudine: da buon solitario, è più inquieto quando è in compagnia, come in questo caso. Qui ci sono fiati, cori femminili e chitarra, acustica sì, ma aggressiva.

  7. “ Here For You ”
    Armonica in grande spolvero e slide guitar su panorami amichevoli quanto malinconici. Anche qui si sente forte il richiamo di “Comes A Time”.

  8. “ This Old Guitar ”
    Si viaggia sul morbido, Neil è chiuso nei propri pensieri, da cui cercano di sottrarlo la sua chitarra, personificata nel testo, e la voce amica di Emmylou Harris. “This old guitar has caught some breaks/but it's never searched for gold”.

  9. “ He Was The King ”
    Celebrazione e sottile presa in giro del fenomeno Elvis. La più casinista: niente di imperdibile, ma neanche troppo sopra le righe.

  10. “ When God Made Me ”
    Entra il pianoforte per il congedo, c'è di nuovo un coro plenario (forse è sempre stato lì, in attesa e in silenzio). È una preghiera, ma non è per nessun dio. Tutt'al più per chi pensa di aver titolo di decidere che cosa devono credere e pensare gli altri.

a cura di Fabio Alcini