Fabrizio ci ha già provato un paio di volte: da dopo che l'hip hop l'ha colpito in fronte, ha deciso che poteva diventare il suo stile, il suo modo di vita e forse anche il suo mestiere. Ma si è arenato su un paio di progetti autogestiti e a basso costo. Questa, invece, sembra la volta buona, almeno a giudicare dai riscontri del singolo “Applausi per Fibra”.
Del resto di cose da dire ne ha: la sua famiglia sfasciata quando aveva dodici anni ha lasciato segni che la psicanalisi ha faticato a curare. Ma il rap può essere la cura giusta, soprattutto se fatto bene come nel suo “Tradimento”, di cui ci parla.
“Sto preparando le cose per i live... Ho avuto qualche casino con l'etichetta precedente, quindi siamo ancora qui fino all'ultimo minuto a lavorare sul master. Poi ho scoperto che faccio un sacco di errori di ortografia nei testi...”
Questo è il tuo terzo tentativo: sarà quello giusto?
“È la volta in cui mi sento pronto, i primi dischi erano, per forza di cose e per mancanza di soldi, più limitati. Il primo, in particolare, era abbastanza autocelebrativo, quasi fine a se stesso per farsi un nome nell'ambiente del rap. Del resto era un biglietto da visita, niente di più. Il secondo voleva essere una conferma, mentre per il terzo avevo finito i soldi... Perciò ho dovuto trovare una major che ce li mettesse. Penso però ormai di essere pronto per affrontare la major: magari incontri persone che vorrebbero guidarti verso il pop, ma li riconosci. Quello che mi interessava era di conoscere qualcuno che mi aiutasse sul piano della forma. Del resto più porto avanti il progetto, più mi rendo conto della necessità della gavetta”.
Si discuterà dei tuoi testi “non politically correct”...
“La gente riconosce la sincerità, anche quando vai oltre la decenza verbale. Se dici le cose onestamente, ti ascoltano, anche perché sono curiosi di vedere se dici cose che condividono. Io non sono cresciuto nei centri sociali, a casa mia c'erano soltanto due bar. Il mio è un rap più contadino. Mi piacerebbe sfondare un minimo il comune senso del pudore”
In Italia una scena genuinamente rap si sta gradualmente affermando. Cosa ascolti di ciò che arriva dall'America?
“Tutti i filoni dell'hip hop, che ha caratteristiche cicliche: prima c'era la prevalenza della West Coast, poi è stata la volta di New York, ora c'è il Sud... Ho sempre guardato soprattutto all'underground. In ogni caso, quando mi piace un disco lo ascolto fino allo svenimento”.
Che cosa pensi di Mondo Marcio, al quale ora vieni accomunato?
“Lo conosco bene perché avevamo la stessa etichetta, e abbiamo avuto lo stesso problema per liberarci... Lui è un po' troppo americano per i miei gusti, ma gli riconosco una grande onestà di base: non si è messo in competizione con altri o che. Anche se è molto più giovane di me, ha fatto la sua cosa e basta, senza rompere le scatole a nessuno”.
Come nascono i tuoi testi?
“Maturano piano: è un modo di scaricare le tensioni e quello che vivi. Parlo delle cose che mi scioccano e che mi girano in testa, e mi butto su fatti che, all'apparenza, non dovrebbero succedere mai, e invece capitano. Per esempio, Omar di Novi Ligure non era un serial killer: tutti lo ritenevano un ragazzo normale, invece ha ucciso”.
Ogni tanto nei tuoi pezzi sei all'autocelebrazione, com'è normale nell'hip hop. E ogni tanto ti butti molto giù. Qual è il tuo Stato d'animo “normale” quando componi?
“Pagherei per avere uno stato d'animo normale! Ho moltissimi alti e bassi, anche perché non scrivo i testi in un giorno solo. Si tratta di trovare l'alchimia giusta tra vari fattori. La mia è musica che parte dalla passione personale, influenzata dalla gente che incontro. Molti testi sono nati al lavoro, molti altri invece nascono quando guido. Ovviamente non scrivo mentre guido, ma mi segno degli appunti mentali”.
Diciassette tradimenti

Tradire per un rapper può essere passare a una major. Ma quando il tradimento produce risultati positivi, forse ci si può passare sopra.
I diciassette pezzi di Fabri Fibra sono compatti, decisi, aggressivi e offensivi, sia che parli di guerra come in “Sono un soldato” sia che parli, diffusamente, delle abitudini delle ragazzine che sognano un futuro soltanto in tv, senza preoccuparsi troppo della morale (e si può immaginare quali siano gli epiteti che Fabri dedica loro).
Alla fine è proprio un moralismo all'antica quello che emerge da pezzi come “Che cazzata” oppure “Ogni donna”, e anche quello dedicato a se stesso in “Vaffanculo scemo”, accoppiato alla paura di montarsi la testa per un successo che oggi c'è e domani chissà.
La scelta dei campioni e dei riff che accopagnano le parole è accurata, più di quanto è dato sentire nella media dei dischi italiani di hip hop.
a cura di Fabio Alcini