Mattafix
“Signs Of A Struggle”

Caraibi e India che si incontrano a Londra (e dove, se no?): Marlon Roudette e Preetesh Hirji sono il duo alla base dei Mattafix che presentano le loro prime ricette nel premiato ristorante “Signs Of A Struggle”, debutto già molto lodato dalla critica inglese. Parliamo del genere battezzato “street” o “british urban sound”: in ogni caso è quella miscela che prende la struttura dall'hip hop e ci mette dentro quasi ogni altra cosa, dal punk al pop sognante tipo Morcheeba (si facciano i dovuti paragoni ascoltando “Passer By”). Morbido con ritmo e di piacevole ascolto.
Officinalchemike
“Ho Le Mie Buone Ragioni”

Un po' di Bluvertigo d'annata, un po' di chitarra apertamente rock, qualche vocalizzo arabeggiante e testi mai scontati: il “percorso meteoropatico a settori colorati” messo in piedi dagli Officinalchemike si muove tra considerazioni sulla burocrazia e idee su dove comprare i libri noir. Il trio è al secondo disco, dopo l'autoprodotto “Piccola riflessione su dieci personaggi reali” di tre anni fa. “Sono alla ricerca del mio stile/per differenziarmi da voi/ma alla fine sono ciò che odio di più”: il concetto della ricerca di identità torna spesso nei testi del disco del trio, che cerca di ritagliare degli angoli stravaganti in ogni spazio. Pezzi come “Mesi Rinchiusi Per Riscoprirsi Diversi” richiedono pressantemente l'ascolto a orecchie rock. L'ascolto dal vivo può convincere in via definitiva sulle qualità del gruppo.
Capucino
“Genetica Electronica”

Sintetizzatori sparsi si piegano alle morbidezze dei gusti mediterranei: i Capucino preferiscono un sussurro caldo ancorché lento a molti movimenti freddi. Su influenze varie (per sintesi diremo il trip hop di bristoliana memoria, ma c'è altro) si inseriscono immagini di cinema e atmosfere di provenienza a tutto campo. “I Like” usa la fisarmonica per regalare un colore che richiami le notti di Piazzolla. Nella title track un esperimento biologico mette insieme corde greche ed echi britannici di space rock. Cambiano i panorami con le canzoni: “Solo un Deseju” parla di Brasile, “Piuma Song” (una nomination per il miglior videoclip indipendente) ruba il testo a una preghiera indù, ma le fonti possono essere anche più vicine, come quando la vittima del furto è il jazzista italiano Stefano Bollani, che presta qualche sample.
Blown Paper Bags
“Arm Your Cameras”

La scelta è quella di un'estetica scarna, che faccia incontrare il furore del punk e dell'hardcore con un armamentario elettronico analogico a largo raggio. I pezzi dei Blown Paper Bags, gruppo genovese giovanissimo, visto che l'anno di fondazione è il 2004, rincorrono esperienze che partono da lontano (citano Talking Heads, Devo e Adam & The Ants fra i propri padri nobili), ma si muovono sulle pareti ripide dell'attualità più spinosa. I sette pezzi lasciano un'impressione di incompiuto, come è normale che sia per un EP che complessivamente porta via meno di ventiquattro minuti. Ma se riescono a raffinare qualche asperità senza perdere in energia, riceveranno l'attenzione che meritano.
Sux!
“Dentro La Città”

Sogni spezzati si muovono sull'ascensore del volume e della chitarra: i Sux! di Giorgio Ciccarelli continuano per la loro strada indipendente con il quarto lavoro della loro carriera. Più che un album è un condominio in cui le storie vanno e vengono, in un progetto che riesce a essere ruvido e curato insieme. “Voglio Aria” si muove su sentieri pop, mentre “Notte Abituale” prende a prestito le chitarre e il “peso” dell'hard rock, ma i testi hanno sempre una cura speciale. Altri pezzi di questo concept sui generis sono “A Milano”, “Metropolitano”, “Verso La Città”, in cui la tematica urbana è vista come un'occasione inevitabile per farsi opprimere dalle spire cittadine.