Supereroe del rock d'oltreoceano, ispiratore del movimento grunge, Frank Black è sopravvisuto a due decenni e adesso ritorna ancora come solista. Ma i Pixies sono sempre dietro l’angolo.

Charles Michael Kitridge Thompson, il timido ragazzo che si nascondeva sotto le spoglie del personaggio noto col nome di battaglia di Black Francis, è stato artefice di un’impresa degna di un supereroe dei fumetti. E’ stato lui a risollevare coi Pixies le sorti del rock americano alla fine degli anni Ottanta, caricandolo sulle sue spalle possenti e trasportandolo con imprevedibile agilità nel decennio successivo.
Lo scioglimento della sua band all’apice del successo ha congelato quel ragazzo, nell’immaginario collettivo, in una perenne adolescenza, nonostante gli anni e i chili abbiano lasciato tracce evidenti sull'anima prima che sul corpo. Ma per tutti i supereroi arriva il momento di apparente debolezza, nel quale si manifesta il lato umano e la vulnerabilità. In questa intervista-confessione, il giovane quarantenne Frank rivela i suoi punti deboli. E lascia uno spiraglio aperto sulla possibilità di un ritorno dei Pixies.

Honeycomb è il tuo primo disco solista dopo The Cult of Ray del 1996. Come mai hai deciso di abbandonare, dopo i Pixies, anche i Catholics?
«Sentivo dentro me che era arrivato il momento di suonare con gente nuova. Non posso dirti, oggi, se si sia conclusa definitivamente l’attività dei Catholics. Sicuramente per ora non ci penso, ma non escludo che si possa tornare insieme. Mai dire mai».

È la stessa cosa che hai pensato quando, nella scorsa primavera, i Pixies sono tornati insieme per alcuni concerti?
«Sul momento non ci ho pensato. Ma poi ho capito che in tanti si aspettano qualcosa di grande, dai Pixies. E prima che sia tu a chiedermelo, te lo dico io: credo che faremo un nuovo disco, prima o poi. Devo parlarne con Kim Deal, ma non credo che la cosa avverrà a breve scadenza: dopo Honeycomb ho scritto altre canzoni, ma non le ho pensate per i Pixies».

Ma c’è un legame tra questo disco solista e il tuo passato con la band?
«Forse c’era qualcosa che inconsciamente mi ha riportato a quella es perienza. Quando ho composto Honeycomb stavo per ripartire con la band per il tour della reunion , dopo dodici anni di separazione. Questo disco era nelle mie intenzioni il mio modo per dirgli : “Hey, ragazzi, io ne ho ancora . Sono ancora in grado di scrivere canzoni. Sono ancora bravo, in quello ch e faccio”. Forse in me c’era la volontà di dimostrar a Kim e agli altri dicosa fossi capace» .

Credi di essere riuscito in questo intento? Sei soddisfatto dal risultato di questo disco?
«Assolutamente, lo amo».

Hai registrato Honeycomb in appena quattro giorni. Come mai?
«All’epoca in cui l’ho scritto avevo solamente quei quattro giorni a disposizione. Il tour dei Pixies stava per partire e avevo tempi davvero limitati. Ma con questi vecchi ragazzi di Nashville non hai bisogno di molto tempo…».

Una delle caratteristiche di Honeycomb è, ineffetti, la presenza al tuo fianco di musicisti che sono autentici veterani della storia del country e del rock; gente che ha suonato perfino con sua maestà Elvis. Come è stato lavor are con loro?
«E’ stata una grande esperienza, in dimenticabile anche dal punto di vista fisico. Abbiamo registrato in uno studio davvero piccolo, e i “ragazzi” della band erano grandi in tutti i sensi, anche fi sicamente. In quanto a taglia, come vedi, mi di fendo bene pure io. Abbiamo lavorato letteralmente a contatto l’uno con l’altro. Ma non ho avvertito nessun a forma di claustrofobia. Anzi, sono state sessioni molto calde, in o gni senso».

Honeycomb è il tuo disco più riflessivo e malinconico. Da cosa è nata questa esigenza di introspezione?
«Quando ho scritto queste canzoni, mi sentivo una merda! (dopo aver scandito con voce tonante l’ultima parola, esplode in una risata, nda). Non c’era una ragione particolare per ché mi sentissi così. Sai come va la vita: l ’amore… il non amore… (segue una lunga pausa in cui ti aspetti che Frank cominci a raccontare delle sue traversie sentimentali). Una delle sensazioni dominanti è stata la solitudine. Ero davvero solo, quando ho scritto queste canzoni. Isolato nel mio nuovo appartamento, un monolocale che somiglia più a un garage che a una casa, perduto in una nuova città, senza amici, senza amore. Le persone più care erano nel luogo più distante: il mio passato. Tutto questo, mentre la pioggia mi allagava la stanza …»

La title track sembra descrivere l’angustia di quei momenti.
«In realtà quella canzone è il racconto di un ricordo indelebile della mia infanzia. Stavo facendo a botte con un altro ragazzino e lui me le stava dando di santa ragione davanti a tutti gli altri studenti. Ero così spaventato che non avrei potuto fare altro che arrendermi senza reagire. Hai presente che sensazione si prova quando tutto sembra girarti attorno e ti accorgi che qualcuno ti sta o sservando? Ecco, di quel momento mi è rimasto impresso il viso di una ragazzina: non ho più dimenticato il suo sguardo».

Ti sei sentito meglio dopo aver realizzato le canzoni?
«Mi sento sempre meglio, dopo aver scritto».

Questo disco scava nella terra del rock fino a raggiungerne le radici: count ry, blues, folk. Cosa rispondi a chi ti ri mprovera di avere fatto un disco di musica “da vecchi”?
«È molto semplice: sono americano . E questa è la musica con la quale sono cresciuto. Questa musica è nel mio sangue da sempre. E adesso sono grande abbastanza per fare il blues ».

Hai cominciato a vent’anni con una band. Ora ne hai quaranta e sei rimasto solo. Cosa è cambiato, a parte il fiato da tirar fuori per spegnere le candele sulla tua torta di compleanno?
«Non so cosa sia cambiato. A me pare tutto uguale: chitarre, microfoni, amplificatori, batteria, una gran voglia di fare rumore. Quando faccio musica mi sento esattamente come ai tempi in cui ho cominciato: un teenager».

Ma non ti manca nulla, di quei tempi, a parte i capelli?
«La passione degli esordi. Ricordo il primo tour europeo: era la prima volta sia per noi che per loro. Eravamo tutti vergini. E quando si è vergini tutto è più eccitante».

Ti fa paura la crisi di mezza età?
«Per il momento no. Ho deciso che entrerò nella mezza età quando avrò 48 anni».

a cura di Corrado Minervini