E' STATO EMESSO |
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il verdetto: sono in vacanza fino a fine settembre. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 20 settembre 2006 | Commenti |
FEDERER L'INEFFABILE |
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Roger Federer è una creatura tennisticamente perfetta. Tanto che uno dei massimi narratori americani ha sentito l'esigenza di commentare questa perfezione. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 13 settembre 2006 | Commenti |
CULTURE JAMMING DI QUALITA' (courtesy of Banksy) |
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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 6 settembre 2006 | Commenti |
SALVIAMO LA STORIA, ANZI NO |
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Vogliono salvare l’Astoria. L’Astoria è un fetido e leggendario buco i cui muri incrostati di luppolo fermentato hanno visto e sentito di tutto e tutti, da rock heroes (Rolling Stones, Bowie, Nirvana, Oasis, Blur ecc. ecc.) a gallinelle/dive pop (Madonna, Kylie Minogue, Gloria Gaynor, le Spice Girls, Christina Aguilera, Girls Aloud ecc. ecc.) Un comitato di persone con molto tempo a disposizione ha pure lanciato un sito. Loggate e scoprirete perché non è possibile abbandonare l’Astoria al suo prosaico destino (diventare il solito shopping mall).
Cinquantenni in midlife crisis e teenagers che lì hanno preso la prima sbronza/pasticca/cotta sciamano in difesa della putrida ma romantica venue che tanto ha significato per loro. Io, nonostante abbia visto molteplici concerti all’Astoria (gli unici al momento memorabili: l’ultimo concerto degli Swans prima dello scioglimento nel 1996 e i Killing Joke nel 2004; l’ultimo recente degno di nota quello dei Pearl Jam) mi scopro tutt’altro che commosso dalla vicenda. Anzi provo un sentimento simile a quello esposto nel post precedente: non me ne frega un beneamato.
Ma questo episodio, la versione pop di mille altri che chiamerei di “consociativismo conservativo”, cioè la proliferazione trasversale di associazioni per la “salvezza” di qualunque cosa, dalla teiera col manico a sinistra per mancini brevettata da Brunel, alle mutande di lana del compagno di banco di Benny Hill, e che prosperano da sempre in questo paese, merita attenzione.
Una caratteristica preponderante della cultura inglese (non britannica) è l’ossessione per la conservazione. Il passato qui gioca un ruolo impensabile in qualunque altro paese europeo, nel senso che tiene in ostaggio la cultura popolare. È fin troppo ovvio: la regina, una camera alta ereditaria, le cabine telefoniche rosse, gli autobus a due piani (defunti) ecc…. Sembra assurdo, in fondo è il paese più americanizzato d’Europa. Anche per questo, per la consapevolezza di essere stati colonizzati da un paese con un passato storico che è solo prossimo, l’Inghilterra è attaccata visceralmente a delle immagini di serenità campestre vittoriana che evocano un solido e ininterrotto percorso di leadership e riconoscimento civile. In una parola, è attaccata al ricordo di quando era indiscutibilmente la prima potenza del mondo (grossomodo fino alla Prima Guerra Mondiale).
Questo si esprime in un feticismo per l’architettura vittoriana, con il suo noioso e bigotto scimmiottamento del Medio Evo come garanzia di stabilità (immobilità) sociale; in altre parole, dell’armonioso dominio dei ricchi sui poveri, salvaguardato anche grazie ad altre efficaci fortificazioni (accento, educazione ecc.)
A cosa è dovuto questo languoroso nostalgismo? Alla storia del paese, moderna e contemporanea. Ma soprattutto alla Seconda Guerra Mondiale: l’essere un’isola schierata dalla parte giusta fin dall’inizio, diversamente da tutto il resto d’Europa, ha traghettato l’identità imperial-filantropica dei vittoriani attraverso il lavacro disinfettante di quella che il brillante fascista Marinetti chiamava “sola igiene del mondo”: la guerra, appunto.
Conseguentemente, gli inglesi sono gli unici europei ad aver mantenuto l’identità del moderno attraverso il postmoderno: anche a livello di infrastrutture, che non sono state completamente cancellate dalla guerra come nel resto del continente. I resti di fognature, ferrovie ed edifici industriali ottocenteschi, ancora oggi parzialmente funzionanti, disseminati ovunque a Londra e scampati alle bombe tedesche (a uno cresciuto a Roma come me, ma credo a qualunque italiano) appaiono paradossalmente antiche: in fondo tra me e le rovine romane non c’è alcun vincolo culturale, io almeno non lo sento. L’eredità di migliaia di anni si perdono in una percezione libresca.
Questo perché la mia cultura di italiano è il risultato di un salto dalla mezzadria al terziario quasi senza soluzione di continuità. Noi italici, privi come siamo della presenza tangibile di una Rivoluzione Industriale che si rispetti, siamo quindi il presente del passato: le conquiste tecnologiche della Rivoluzione Industriale e del primo Novecento invece, che vedi ovunque qui in Gran Bretagna e soprattutto in Inghilterra, sono paradossalmente vecchie in quanto vero e logico presupposto culturale di quello che viviamo attualmente. Sono la modernità che si è fatta postmodernità. Sono il passato del presente, per usare di nuovo questa facile formula. Noi italiani, tedeschi, francesi, continentali insomma, abbiamo un rapporto tabù col nostro passato: se proviamo a rispecchiarci vediamo la morte, l’orrore, il fallimento della guerra. E quindi guardiamo avanti a noi con maggiore libertà, oltre che con fiducia: difficilmente potremo fare peggio dei nostri nonni. Ecco perché nel Regno Unito, il paese più attuale d’Europa, non c’è stata mai un’avanguardia che si rispetti. Nella cultura pop invece, in quanto moneta corrente dei mercati, la Gran Bretagna detta legge immediatamente dietro agli USA.
La questione dell’attaccamento al passato degli inglesi io la vedo quindi come una forma più o meno inconscia di conservatorismo: come se un immaginario Heimat collettivo dicesse: “in fondo se tutta la nostra storia è, a differenza dei continentali che si sono scannati per decenni in mezzo agli estremismi del fascismo e del comunismo (fino a scatenare quella che lo storico revisionista tedesco amico dei ciellini Ernst Nolte chiama la Guerra Civile Europea, mettendoci dentro prima e seconda guerra mondiale) una storia positiva, priva di sensi di colpa, vuol dire che la nostra è una cultura vincente, una cultura di progresso, nonostante, o forse proprio grazie alla sua impronta conservatrice. E dunque, visto che non abbiamo nulla di antico ma abbiamo molto di vecchio, preserviamo questo vecchio come testimonianza del nostro successo e identità, passata e presente.” L’altra faccia di un patriottismo sazio e sereno.
A questo servono gli edifici “da salvare”: preservare un’idea moderata e conservatrice del passato. Conservare la società si riflette nel conservare i suoi attributi. Per cui, se fanno saltare l’Astoria io non verserò una lacrima. Anche se ci ho passato dei gran bei momenti.
E se decidessero di tirare giù anche la Royal Albert Hall, l’opprobrium vittoriano fatto architettura, probabilmente soffrirei dieci minuti. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 5 settembre 2006 | Commenti |
SOLDATINI |
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Lo so, sono un mostro. Ma a me, che abbia chiuso la Airfix, vetusta casa di modellismo per aspiranti Stranamori, non me ne frega niente. La mia unica esperienza fu il canonico Spitfire, che mi venne regalato all’età di sette-otto anni: da fuori, nell’illustrazione della scatola, sembrava favoloso. Poi aprivi e trovavi tutti questi tristi pezzettini di plastica, attaccati senza criterio. Nemmeno il nerd che è in me si è mai ripreso dalla delusione. Risultato: lo Spitfire planò ingloriosamente nel cestino prima dell'assemblaggio. Notare l'inspiegabile presenza in catalogo della nostra fanteria "8 settembre", i cui (veri) carrarmati non erano proprio già di plastica ma... di latta, come il tamburo dell'ex-SS. PS Fatta salva la doverosa e incondizionata solidarietà con la forza lavoro, naturalmente. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi sabato 2 settembre 2006 | Commenti |
IL BICIPITE VERDE |
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Che ci piaccia o no: la controcultura degli anni Sessanta, l’iPod, surfing, skateboarding, Hollywood, i Beach Boys, e mille altre cose che con qualche ritardo (che si riduce sempre di più) poi attecchiscono anche in Europa, vengono da lì. La California è, dal secondo dopoguerra, l’avanguardia culturale dell’Occidente (e guarda caso, il paese più ricco). Ultimamente, l’elezione di un ex-culturista austriaco al soglio del governatorato di quel paese qualche preoccupazione l'ha destata. Ma ci si è ripresi in fretta dallo choc: in fondo poteva il culturista fare peggio del petroliere? Ci si rassegnava a essere governati da un paese che nello spazio di due mandati ha distrutto la sua immagine nel resto del mondo (oltre ad aver distrutto parte del resto del mondo in se, tra bombardamenti democratici e emissioni di CO2 nell’atmosfera).
Ma improvvisamente ecco che Schwarzenegger fa un guizzo di cui i suoi muscoli avvizziti non credevamo capaci: tira fuori dal cilindro questo straordinario (e non conta che arrivi spaventosamente in ritardo nel paese che da solo fotte tre quarti del clima del pianeta) programma per la riduzione dell’inquinamento atmosferico. Naturalmente è perché ha scoperto che può rendere bei baiocchi. Ma non importa, gliene siamo grati lo stesso: per ratificarlo, Arnie ha litigato con molti dei suoi colleghi neocon-tropi e dobbiamo dunque baciare il suolo da lui calpestato.
Soprattutto perché in quanto pratica californiana, questa nuova consapevolezza ambientale verrà immediatamente percepita come cool, e quindi si diffonderà in tutto il mondo occidentale come l’iPod, i denti sbiancati, 24, e tutto il resto. Ce lo auguriamo. Anche perché non abbiamo alternative.
Naturalmente la persona che probabilmente non passerà alla storia per aver salvato in extremis le terga al pianeta sarà Maria “Kennedy” Shriver, moglie di Conan, democratica e, soprattutto, donna. Si sa, dietro a ogni culturista austriaco passato in politica c’è una donna americana intelligente che si è incaricata di sposarlo. Lunga vita dunque a lei, e alla faglia di S. Andrea. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 1 settembre 2006 | Commenti |
MUSIC TO GET TO KNOW OTHER COMPOSERS BY |
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Ho sempre avuto dei problemi con Rachmaninov. “Il fetore del romanticismo di Rachmaninov arriva fino al cielo” avrebbe scritto Thomas Bernhard. Che ci posso fare, è così. In particolare il secondo concerto per pianoforte: l’iperglicemico Adagio. Risveglia lo Zdanov che è in te, non importa sotto quanti metri sepolto. Mi fa pensare a Lady Diana, anzi al maggiordomo di Lady Diana, che spolvera l'argenteria a Kensington Palace. Rach: un russo fuggiasco su misura per Hollywood. Ma la sua musica ha fatto del bene, oltre che commuovere le studentesse di lingue; per esempio ha fatto conoscere John Cage e Morton (non Marty) Feldman. I due erano andati a sentire Dimitri Mitropoulos che dirigeva la Sinfonia op. 21 di Webern alla Carnegie Hall di New York: dopo l’intervallo venivano le Danze Sinfoniche di Rach e entrambe i compositori uscirono prima, “per non spezzare il loro incantesimo modernista con il romanticismo di Rachmaninov.” Imbattendosi in Cage prima dell'uscita, Feldman disse: “non era splendido?” Nacque un’amicizia e un sodalizio artistico. Qui un illuminante profilo di Feldman e uno spaccato della boheme newyorchese degli anni Cinquanta. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 1 settembre 2006 | Commenti |








