SE MI AMY, BOICOTTAMY |
![]() |
Sembra una comparsa di Roma di Fellini, ha la tragicità della Magnani, un grande talento e si sta autodistruggendo. I suoceri suggeriscono di non comprare i suoi dischi in modo da dissuadere lei e il suo nefasto marito dal perseverare in questo tentato suicidio, prima che riesca. Avete opinioni in proposito? |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 31 agosto 2007 | Commenti |
CHALLENGED |
![]() |
Attualmente impegnato nella degustazione di un disco che mi seduce per la sua lenta e inesorabile crescita, anche se non ho ancora capito se è un passo avanti, indietro, o semplicemente una stasi ben dissimulata nell'evoluzione di una delle migliori band in circolazione. Unica certezza: l'infatuazione per miss Neko Case. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 30 agosto 2007 | Commenti |
REDSKENS |
![]() |
Un'altro Ken, ben più rosso di Livingstone, ha presentato qui a Londra il suo nuovo film, "It's A Free World", che vedremo tra poco a Venezia. Sull'Unità di oggi. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 23 agosto 2007 | Commenti |
PRESENT SOUND OF LONDON |
![]() |
Due pezzi sul Rivoluzionario di oggi. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 23 agosto 2007 | Commenti |
SALUTI DA ISSAQUAH |
![]() |
L'intervista a quel pazzo di Isaac Brock, scritta mesi fa e scongelata dal gruppo (Espresso) in tempi di carestia agostana. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 20 agosto 2007 | Commenti |
AMUSED TO DEATH |
![]() |
Qui continua a piovere che sembra Blade Runner. Ieri hanno seppellito Ingmar Bergman nella sua isola del Nord. Ho letto recentemente un pezzo di Woody Allen sul NYT in cui il grande pessimista misantropo travestito da guitto ricorda il grande svedese scomparso. Allen, che come altri ha preso in giro gli aspetti più gravi del cinema di Bergman, è anche tra quelli lo considerano il più grande regista di tutti i tempi. Ieri ho rivisto una volta ancora Il Settimo sigillo (Det sjunde inseglet, 1957), provando una grande emozione e convincendomi in senso assoluto di non aver mai visto niente del genere.
Ci sono una serie di cose di quel film che mi commuovono violentemente. Le enumero in ordine sparso, limitandomi a tracciarne la fisionomia, ché addentrarmi in un’analisi richiederebbe un paper che non saprei scrivere e voi non avreste voglia di leggere.
L'ignoranza della lingua svedese (la mia copia è sottotitolata in inglese) non impedisce di apprezzare la bravura declamatoria di quel formidabile cast: i suoni sottili e nasali dell’idioma scandinavo sembrano tradire poche emozioni (nel più vieto dei clichè sulla freddezza nordica) ma hanno una bizzarra, suadente musicalità. Il film, del 1957, fotografato in un favoloso dialogo di chiaroscuri, dove la terribile bellezza degli elementi atmosferici e paesaggistici si accompagna all’essenzialità delle scene (Bergman girò in poche settimane a budget ridotto) irradia una gravitas che dubito il cinema sia mai riuscito a eguagliare.
Quando vidi il film la prima volta, da ragazzino, fui conquistato da Max Von Sydow in maniera irreparabile. Nato e cresciuto in una cultura mediterranea, sono stato sempre attratto dai silenzi del nord, dagli spazi vuoti, dai rigori del clima. Quel film, girato da uno svedese in Svezia, sembrava fatto apposta per soggiogare la mia immaginazione di adolescente: tutto il fascino delle tematiche nordiche senza le farneticazioni wagneriane: un uomo nobile MA gentile, che si interroga sul senso della vita e della morte e che diventa immagine di tutti noi. Non giochiamo noi, infatti, a scacchi con la morte ogni giorno della nostra vita? In quante mosse siamo in grado di ritardare il nostro momento? Quante pedine abbiamo a disposizione, anche adesso, preoccupati come siamo a glorificare la memoria di Elvis?
La potenza evocativa e visiva del Crociato che torna esausto al suo paese piagato dalla peste dopo dieci anni di una guerra inutile, combattuta in nome di una fede indistinguibile da superstizione (diamo una sguardo alle catastrofi in nome della fede che il genere umano continua ORA a infliggersi), che si interroga sul senso di tutto ciò (o sulla sua mancanza) e che cerca invano di dribblare la morte è un mirabile impasto di esistenzialismo e iconografia medievale: come trasportare il Café Flore di Sartre sotto le volte e le gargolle di una cattedrale gotica.
Max Von Sydow è talmente perfetto nel suo ruolo di cavaliere triste da farmi venire voglia di urlare. Non bello, il volto consunto da dieci anni di orrori che ancora sa esprimere una triste gentilezza, torna dalla sua sposa. Lei lo ha aspettato per andarsene assieme: meravigliosamente impossibile, sfacciatamente idealizzato, ma in questo contesto perfettamente calzante. Le sue partite a scacchi con la Morte sono la rivisitazione moderna di un topos che l’arte occidentale ha esplorato a più riprese durante il suo corso, basti pensare all’ossessione che avevano il Medioevo e il Barocco, con i loro corredi di falci, teschi e clessidre. Era ovvio che un regista ci si sarebbe misurato prima poi. Ma ci voleva un genio per non fare la banale versione in celluloide di un luogo comune. Bergman, Ingmar (1918-2007) era questo genio. Le due figure intente alla scacchiera, lo sfondo del mare e della scogliera della Scania nella scena iniziale: lascio perdere, non trovo aggettivi.
Da ragazzino sognavo di essere Antonius Block, di avere la sua stessa grazia e compostezza, la sua dignitosa gentilezza, la sua capacità di sorridere anche in circostanze drammatiche, come quando, nell’unico momento di levità della pellicola, si ritrova con la famiglia di giovani saltimbanchi e il loro infante, (chiaro simbolo della sacra famiglia, lei è la meravigliosa Bibi Andersson) seduto per terra a bere latte e mangiare fragole.
Nell’ultima sessione con il lugubre avversario, quella in cui subisce lo scacco fatale, Block è condannato. Dopo aver ripetutamente interrogato dio (e il diavolo) senza aver ricevuto risposta da entrambi, chiede alfine alla (sua) morte di rivelargli il senso della vita: «Ne sono ignara» gli risponde quella. Difficile descrivere lo scombussolamento che ti attanaglia le viscere, arrivati a questo punto.
Con Bergman se n’è andata una figura d’artista fondamentale. Un film come il Settimo sigillo sta al cinema come il Re Lear sta al teatro, l’Odissea alla poesia, il Partenone all’architettura occidentali. È un titanico affresco della condizione umana che per la sua drammaticità debordante è stato oggetto di infinite caricature (soprattutto dagli angloamericani, notoriamente insofferenti di seriosità e suoi derivati quando al cinema: memorabile quella del “Tristo mietitore” alla fine del Senso della vita dei Python). In fondo, quella del cinema come intrattenimento è l’incarnazione unica in cui Hollywood ha la garanzia di prosperare. Ma questo è un altro (noioso) discorso.
L’eredità più importante di Bergman, più importante dei suoi meravigliosi film, è il presupposto che li anima e che li rende ora più che mai indispensabili: il coraggio di continuare a porsi certe domande, anche se sappiamo che resteranno sempre senza risposta. O di essere intrattenuti a morte, “Amused to Death”, come da un disco di Roger Waters, mi pare.
|
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi domenica 19 agosto 2007 | Commenti |
PELVIS |
![]() |
Qualcuno di voi avrà sicuramente notato l’assenza di un post su Elvis, il trentennale della cui scomparsa cade esattamente oggi. Provvedo subito a colmare la mancanza, non senza sottolineare che ciò accade per pura casualità, trovandomi io davanti alla tastiera in una giornata che faticosamente raggiunge i 15 gradi anziché in qualche località estiva arroventata.
E comincio subito col dire che sono impermeabile a Presley, per una serie di ragioni che andrò ad enumerare. La prima è che è colpa sua se la mia infanzia è stata turbata dalle incursioni televisive di personaggi come Little Tony e similari. Epigoni italiani che (compreso lo stesso Celentano) ancheggiavano lascivamente con ancora il rosario al collo.
Poi, Elvis evoca in me un’immensa tristezza. Più precisamente, evoca in me la tristezza titanica dell’America proletaria, redneck, quella delle trailer homes, quella del razzismo, dell’alcolismo, del white trash, quella delle foto in bianco e nero di galeotti con la banana e il tatuaggio, la storia, insomma, del r’n’r in quanto ratto (rapimento, non topo) culturale. L’America di Hopper, di Cassavetes, quella dei vinti, per dirla con Verga. E poi, l’America di Happy Days, un telefilm che da bambino inizialmente mi soggiogò e dal quale mi riuscii fortunatamente ad emancipare qualche anno più tardi attraverso un saluberrimo, tonificante e incondizionato odio. Che si è esteso a tutto quanto fosse Fifties: dai Teddy Boys al rockabilly, dalle crippers alle maniche arrotolate e ai juke-box. E a Grease, per il quale seguii la stessa parabola di Happy Days.
Elvis, non dimentichiamolo, è un simbolo anglosassone, molto più di quanto non lo siano i Beatles o gli Stones. La sua funzione archetipica è indiscussa. È l’uomo fattosi mito grazie a una serie di canzoni non scritte da lui e rubacchiate al canone della musica nera, e soprattutto grazie alla voce (indiscutibile) e alla destrezza pelvica (unico vero suo atout a parte la bellezza. Roy Orbison era un cantante superiore, ma non adonico: se avesse avuto il look di Elvis sarebbe stato lui il “re”). E dunque, altrettanto anglosassone è il suo culto (inquietante quanto quello dei davidiani di David Koresh), con i pellegrinaggi a Graceland e i musei, i patetici imitatori e tutte le varie mitologiche mummificazioni del caso. Non a caso ho scritto mummificazioni: mi fa pensare all'alano Bandicò del Gattopardo, il cane decrepito e impagliato, simbolo più del decadimento presente che della gloria passata.
A me non piace il giovane Elvis, il cui volto radioso emana una fantastica stupidità, protagonista di una pletora di film inguardabili: preferisco l’Elvis prima della caduta, quello gonfio, paranoico, saturo di sostanze, inguainato in abiti circensi, e prossimo alla sua personale, inimitabile - ma poi imitata fino alla nausea - Götterdämmerung.
Insomma, quando penso ad Elvis sento odore di formalina, non di brillantina e penso a uno dei più grandi e irreversibili sdoganamenti della storia della cultura popolare: quello del sesso e del ritmo nell’edulcorata canzonetta per le classi medie bianche degli Stati Uniti e d’Europa. Attraverso il blues cantato (e ancheggiato) finalmente da un bianco. Ma non voglio proseguire oltre in questo sacrilegio, e chiudo tributandogli l’indiscutibile primato: senza di lui non esisterebbe la cultura popolare.
|
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 16 agosto 2007 | Commenti |
SulL'UNITA' di oggi |
![]() |
La musica classica in Gran Bretagna è ascoltata e seguita da ascoltatori bianchi. Ma anche il rock, una forma che usa e nasce dalla musica nera, è seguito quasi esclusivamente da bianchi. Il festival di Glastonbury, che quest’anno ha avuto mezzo milione di spettatori, avrebbe contato appena un 3% di spettatori dalla pelle nera. In un paese dove le minoranze di colore sono corpose, dove in non-bianchi arrivano al 30% della popolazione totale.
Sulla questione nel Regno Unito è polemica a mezzo stampa. Che parte dall’apparente insormontabile barriera culturale che separa la musica classica da quella non classica (comprende rock, pop, jazz): una diatriba che va avanti dall’adolescenza di Elvis e che in buona parte rappresenta i cambiamenti della società di massa del secondo dopoguerra, anche se, a dire il vero, le «canzonette» esistevano anche ai tempi di Wagner: i consumi culturali «bassi» e «alti» accompagnano l’essere sociale da sempre, nonostante gli sforzi per cancellarli.
Sull’«Observer» di un paio di settimane fa, Sean O’Hagan, giornalista e critico musicale irlandese (del Nord), ha scritto un lungo pezzo in occasione dell’apertura delle Proms, il meraviglioso festival musicale estivo londinese organizzato dalla Bbc, (semigratuito, un vero capolavoro di benefico populismo vittoriano). O’Hagan racconta del suo apprendistato rock e del fatto che questo gli abbia impedito tutta la vita di comprendere e gustare appieno la musica classica. Per colpa dello svezzamento auricolare a forza di Dylan, Led Zeppelin e Bowie insomma. C’è voluta la tragica morte del fratello, seguita da un disamoramento per gli idoli della sua giovinezza, per farlo accostare, in punta di piedi, all’ascolto dei maestri. Vecchio rockettaro irish dalle simpatie sinistroidi e repubblicane, O’Hagan conclude con una stoccata all’«elitarismo» della musica classica, colpevole di avere una audience esclusivamente bianca e middle class (vero) e di non attrarre ascoltatori giovani (altrettanto vero). Questo articolo, pubblicato da un giornale che esce di domenica, ha sicuramente guastato la mattinata festiva di Julian Lloyd-Webber, personaggio lontano anni luce dall’irlandese: è il fratello minore di Andrew, il re di Broadway e del West End, compositore di musical dal successo intramontabile, ricco in modo imbarazzante grazie all’aver saputo gettare un ponte tra canzonetta e opera. Julian è un violoncellista classico e, come il fratello, di probabili simpatie tory: campione dei compositori «facili» inglesi (Walton, Vaughan Williams, Elgar) e nazionalisti (ancora Elgar), era amico personale di Diana Spencer: insomma, un esponente dell’establishment conservatore, in quest’ultimo decennio messo in disparte e alla berlina dallo strapotere culturale del new labour. Sul «Daily Telegraph», giornale eletto di questa minoranza eccellente, Lloyd Webber ha scritto un pezzo in risposta a O’Hagan, sentendosi in dovere di difendere la musica classica e facendone una questione non estetica: le cosiddette minoranze etniche mancano ai concerti rock come a quelli di classica (vero, a Glastonbury la pelle scura è rara come i frac, l’hip-hop esiste apposta) e il razzismo è più forte negli stadi che non nelle sale da concerto (ancora più vero, ne sappiamo qualcosa noi in Italia). Come a dire: il problema della «segregazione culturale» esiste a prescindere dai contenuti della cultura, non è altro che la manifestazione di un implicito razzismo che, a volte invisibile, altre fin troppo evidente, caratterizza giocoforza la società multiculturale anche nei suoi esperimenti più riusciti, come quello della stessa Londra (dove, secondo l’ultimo censimento del 2001, la popolazione di etnia non bianca contava per un 30%).
Lo stesso problema dunque viene affrontato diversamente a seconda della cultura (o ideologia) di appartenenza: l’ineguaglianza che è ancora oggi più che mai alla base del tessuto sociale contemporaneo viene dal populista di sinistra criticata in quanto manifestazione di mancata condivisione culturale (la musica classica è «elitaria») mentre l’aristocratico (e musicista classico) di destra ribatte estendendo l’accusa anche a contenuti «popolari» come appunto la musica pop o addirittura il calcio, chiamando in causa il razzismo. Ora, chiamare a questo punto in causa il razzismo come un dato di fatto «inevitabile» può condurre sulla pericolosa strada della sua tolleranza. Lloyd Webber ha ragione a scagionare la musica classica da una colpa che interessa tutta la musica occidentale, ovvero l’essere fatta da bianchi per i bianchi (spesso rubando quella dei neri, come fece Elvis), ma sbaglia sapendo di sbagliare quando omette di considerare il razzismo per quello che è, almeno oggi: un capro espiatorio (il colore della pelle) per sdoganare un’inconfessabile paura e rigetto dell’altro in quanto socialmente diverso.
NB. L'incipit di questo pezzo è stato cambiato dalla redazione. Io l'espressione "di colore" non la uso perché la trovo... razzista nella sua finta correttezza (perché, il rosa non è un colore?). |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 9 agosto 2007 | Commenti |
EVERYBODY |
![]() |
Scrissi che fanno musica per quarantenni. Sarò per questo che mi piacciono. I Sea and Cake hanno pubblicato un album qualche mese fa, l’ultimo, dicendo che era un disco più rock. Non è vero, è semplicemente suonato in modo un minimo meno lucidato (ma non per questo meno lucido) dei precedenti. Le loro atmosfere sono sospese in una terra di nessuno fra melodia e spleen; sarà per questo che i rockettari non li sopportano e i poppettari non li capiscono. La loro musica non esprime alcuna tensione, apparentemente almeno, per questo li trovo interessanti: sono meravigliosamente bravi a tracciare percorsi obliqui tra i sottoscala delle emozioni, stati d’animo di aurea levitas (e perché no, mediocritas) comprensibili solo a chi ha valicato l’acme dell’esistenza biologica e comincia ad apprezzare i semitoni, le sfumature, (e perché no, la musica suonata con maestria). Niente di nuovo sul fronte dei Sea and Cake: si percorre il canale della vita a velocità costante, guardando avanti col vento che ci sbatacchia dolcemente la faccia. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 8 agosto 2007 | Commenti |
DOUR BRITANNIA? |
![]() |
Un pezzo su Gordon il triste scienziato e la cultura. Poi basta su di lui per un mese almeno. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 6 agosto 2007 | Commenti |
CHI PIU' SPENDE MENO SPENDE |
![]() |
Gordon Brown lo sta imparando a sue spese. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 1 agosto 2007 | Commenti |












