THE SPIDERS FROM HULL

THE SPIDERS FROM HULL

The Spiders From Mars venivano tutti da Hull, cittaduzza dello Yorkshire. Da Marte allo Yorkshire ce ne corre. Ma Ziggy non si formalizzava.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 31 agosto 2006 | Commenti


SEMIPROTEGGERE (LA VERITA')

SEMIPROTEGGERE  (LA VERITA')

La prova che Wikipedia non è altro che un utile barometro della cultura popolare, piuttosto che un’enciclopedia? Il fatto (inevitabile) che su certe voci chiave della contemporaneità non ci sia accordo. È intrigante e democratico che chiunque possa modificare qualunque cosa.

GB Shaw diceva che la democrazia è uno strumento che ci garantisce di essere governati non meglio di come meritiamo. Eccoci dunque riflessi, noi e le nostre diatribe, nello specchio digitale. Queste le 400 definizioni/questioni attuali sulle quali non c’è pace a livello globale. Questa, invece, la guerra civile italiana. Fantastica la lettera "b": il Bipolarismo all'italiana.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 30 agosto 2006 | Commenti


GUITAR

GUITAR

A quale chiesa appartenete quando si tratta di chitarra? Ascoltate il kitsch ipertecnico di Steve Vai e Joe Satriani o vi accontentate del raglio incompetente di Carl Barat? Vi emoziona il metronomico Robert Fripp o l’efficacissimo Jack White? Credete che il talento e il sudore emozionino più del fiuto e della pigrizia?

Siamo in pieno revival della chitarra. In Inghilterra le vendite sono in piena crescita, è lo strumento preferito dagli studenti nelle scuole. Il Guardian intervista Bernard Butler (ex-Suede), il quale canta un peana all’autodidattica (lui che da bravo non ha preso mai una lezione) e riattualizza l’inesauribile dilemma fantasia versus tecnica.

Negli Stati Uniti uTubati impazza da mesi il video di un virtuoso fino a ieri innominato, che rifà splendidamente lo straziante canone di Pachelbel, sorta di one-off hit del Barocco che ci viene propinato ad nauseam nelle attese dei centralini telefonici e nelle sale d’aspetto. Il giovane risulta essere un modesto e laborioso studente coreano il quale ha intitolato il suo video “guitar”, non ha messo il proprio nome (solo lo pseudonimo “Funtwo”) e ha firmato la fine della sua francamente commovente performance con un disarmante “grazie”.

Intervistato dal NYTimes (anche loro vanno in vacanza) dopo che il suo video è stato visto da una pletora di milioni di persone e che la sua tecnica ha suscitato un autentico web-scalpore, il ventitreenne Jeong-Hyun Lim ha dichiarato che lo scopo per il quale ha messo online il video che lo consacra come il prossimo Blackmore è “far vedere i miei difetti e ricevere consigli su come superarli”. In particolare si sta ora “concentrando sul mio vibrato, perchè è ancora troppo sciatto.”

Ora, credo che uno dei seimila ignoti scalpellini medievali autori delle guglie di Notre Dame sarebbe stato più spaccone. A parte le ovvie considerazioni sul contrasto tra la modesta operosità orientale e l’egoica fanfaronaggine occidentale (in fondo il rock traveste efficacemente con quest'ultima il proprio dilettantismo), sorgono ulteriori spunti di analisi. Prima di tutto il fatto che uTube sta riportando, come nota il NYTimes, in voga i terribili video didattici in cui John Patitucci e altri psicopatici della tecnica siderale non fanno altro che convincerci ad attaccare lo strumento al chiodo per sempre, tanto non riusciremo mai a raggiungere una pallida eco di cotanta mostruosità.

In secondo luogo, la questione estetica di quanto brutta sia la musica classica riarrangiata per chitarra elettrica. Che però ha il suo fascino (appunto, dell’orrido. E non importa che sia a scopo didattico). Guardando il video di Funtwo ho ripensato a quanto mi piaceva, nel secolo scorso, un disco di Yngwie Malmsteen in cui l’axeman svedese rifaceva l’adagio di Albinoni. Brrr. Tutta quell’epoca di dinosauri più veloci della luce in interfono col Valhalla mette ora i brividi. Eppure vedere le dita correre sulle corde e sui tasti in quel modo emoziona, come nel caso del giovane coreano. Quelle e solo quelle. Mai la faccia. Che lezione per i vari axeman segaioli del vecchio (e nuovo) occidente. Che ora possono tornare nelle loro camerette e rirompersi la testa con maggiore slancio sui loro Vai, Satriani e Holdsworth.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 28 agosto 2006 | Commenti


MARGARET VS. PAULINE

MARGARET VS. PAULINE

Non so cosa sia la magia, ma credo diventi intuibile ascoltando questo brano. Il resto del disco è poco al di sotto, visto che annovera il prezioso contributo di autentici visionari come Howe Gelb (Giant Sand), Joey Burns e John Convertino (Calexico). Lei, Neko Case, oltre ad essere un giocondo connubio di fragole e latte, è oltremodo amabile per la sua militanza nei New Pornographers. Ma qui siamo in territorio Americana di qualità: pure alt-Nashville delight che provoca la pelle d'anatra.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi sabato 26 agosto 2006 | Commenti


LAST MAN STANDING

LAST MAN STANDING

Uno dei best kept secrets della scena musicale della capitale, scandalosamente ancora privi di contratto (ma è solo questione di qualche settimana) un album pronto, ricco di lussuosi arrangiamenti, ammiccamenti bolanian-bowian- zappiani, un chitarrista, Chris Cordoba (già e tuttora Jack Adaptor) e un cantante, Max Vanderwolf (già Naked Sun), entrambi di ottimo cru, coi quali ho il piacere di intrattenermi sovente in illuminanti discettazioni musicali. Punto. La foto è del sempre brillante Antonio Pagano. Abbiate pazienza che il video ci mette un po'. E poi si congela pure. Qui un'intervista non recentissima ma nemmeno archeologica, ahimé non condotta dall'underwritten.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 25 agosto 2006 | Commenti


EDFRINGE II

EDFRINGE II

Edinburgo mi fa sempre lo stesso effetto: ci vado, vedo molte cose, spesso arrivo tardi agli spettacoli, cammino come un forsennato, a volte divento irritabile e irritante. Vedere tre, quattro spettacoli in un giorno è uno spreco terribile. Semplicemente, la psiche si impermeabilizza, entrano in funzione una serie di anticorpi, il già visto, sentito, provato si stratificano, anestetizzando la vulnerabilità, l’apertura e la meraviglia emotiva, quel dono che ci fa emozionare davanti a un’opera (forse) d’arte. Risultato: diventi (un) critico.

Più volte ho creduto, e lo credo ancora, che il senso critico estetico sia una maschera attraverso la quale scrutare il mondo non riconosciuti. È un viagra dell’intelletto e delle psiche; serve ad alimentarli e a fletterne i muscoli ogni volta che lo sfinimento sembra prendere il sopravvento sulla voglia/capacità di capire/amare ciò che si guarda/ascolta. L’immensità del mondo è un problema non da poco. Come fronteggiarlo? Attraverso le nostre velleitarie opinioni. Sacrosante, per carità. Ma spesso così onanistiche, querule e futili. Eppure non è facile liberarsi del giudico dunque sono, soprattutto quando prede piede al punto da diventare quasi una professione. Yves Bonnefoy (mi pare, non ho il testo sottomano) concluda così il suo vertiginoso poema, Nell’insidia della soglia:

La rete che gettiamo/non sa trattenere

È un verso che riassume tutta l’attività emotiva di noialtri quaggiù. Il filtro della coscienza e della memoria è perennemente otturato dalle scorie dell’esperienza; di rado si riesce a lasciar fluire. Ancor più di rado si è disposti. Perché, appunto, si vuole trattenere. E ci si ostina a gettare questa rete. Ma la rete siamo noi stessi, no?

Tutto questo palloso preambolo per dire che continuo ogni anno a gettarmi su una frazione delle migliaia di spettacoli di Edinburgo già sapendo che non tratterrò quello che vedo perché tre quarti del lavoro, dell’amore e della passione profusi in quello che vedo cadranno vittima del senso critico, la spietata mannaia ininterrottamente affilata dall’esperienza (la mente è come una lama: diventa sempre più sottile e tagliente, finché non si dissolve).

Questo è più che mai probabile in un festival come il Fringe, dove l’abbondanza di contributi da tutto il mondo è dilagante e in cui la qualità della stragrande maggioranza degli spettacoli è, se non amatoriale, perlomeno dubbia. Ma importa poi tanto?

Ci sono due Edinburgo, la Old Town e la New Town. La città vecchia è… scozzese, nel senso che soddisfa pienamente i requisiti gotico-medieval-cornamusari dell’immaginario scozzese. È il Royal Mile, quella parte tutta in salita, strade strette, un casino incredibile, obesa di turisti, tartan appesi alle porte dei negozi e statue umane, mangiafuochi e giocolieri e studenti che ti danno il volantino del loro spettacolo. Niente da dire: colorato, esuberante, spumeggiante di vita, ma non è proprio my thing.

Più giù, costruita nel Settecento illuminato, riformatore e bonificatore c’è la città nuova: ampia, silenziosa, vuota, metafisica. Se fai attenzione senti ancora il benevolo mormorio della Ragione, nei cervelli e nelle conversazioni di Adam Smith o David Hume. Perfetta per camminare e rimuginare su quello che hai appena visto. È lì che prendo fiato dopo uno spettacolo, prima di rituffarmi senza maschera nei fondali del Fringe. E la chiarezza di quello spazio neoclassico aiuta molto il processo di digestione estetica ed emozionale di uno spettacolo. Camminarci in mezzo è la mia citrosodina teatrale.

Ma per ora basta così. A tra poco per un resoconto di alcune delle cose digerite.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 24 agosto 2006 | Commenti


EDFRINGE

EDFRINGE

Sono a Edinburgo dove resterò per una settimana. Ci vengo tutte le estati da anni ormai. Vagabondo per gli spettacoli di questo infinito festival sperando di imbattermi in qualcosa di emozionante. Non è improbabile: con duemila spettacoli scarsi, tra teatro, danza, comedy e quant’altro, il Fringe è il più grande festival del mondo. Nacque molti anni fa per dare fastidio all’Edinburgh International Festival, il primo grande festival europeo “colto” del secondo dopoguerra. Il Fringe si proponeva di mostrare al pubblico spettacoli “off”, di avanguardia. E, nel tempo, si è ipertrofizzato a dismisura, diventando un mostro che prende benignamente in ostaggio la città. E dico tutta la città, non solo gli spazi scenici convenzionali, ma scuole, palestre alberghi garage, piscine, uffici comunali, caserme, cimiteri, obitori (questi ultimi tre non è vero). Spettacoli amatoriali, commerciali, presuntuosi, velleitari, belli, carini, emozionanti, colorati, cialtroni, maelstromizzano la città e i suoi sventurati abitanti.

Sebbene Edinburgo sia una grande città rispetto a Avignone o Spoleto, le varianti francese e italiana, quest’ultima dove ho avuto il privilegio e la fortuna di lavorare anni addietro, anche qui si crea il tipico gap tra festival e indigeni. Questi ultimi sono sì, contenti dei soldi che gli porta la manifestazione, ma sono anche un po’ scocciati di vedersi il proprio spazio urbano invaso dalla solita moltitudine di artisti svitati e variopinti. Se uno dovesse vedere tutte le repliche in fila starebbe cinque anni a teatro.

Edinburgo è una città di bellezza notevole. Ci sono le facciate settecentesche più eleganti che abbia mai visto in Gran Bretagna. Alcune vie del centro sono del grande Robert Adam, lo stesso architetto che ha disegnato Bath. La pietra grigia delle facciate sembra terribilmente severa ma in realtà non riesce a intimidire. La linearità brusca finisce paradossalmente per rasserenare. Ci sono tre paesaggi tutti raggiungibili ad occhio dal centro storico: il mare, la montagna, una valle, il castello. Artisti da strada brulicano ovunque, motteggiando i passanti e interrompendo le loro passeggiate. L’aria è fresca; ma come a Londra, quando esce il sole, esplodono colori insospettati. È un posto dove vivrei tranquillamente anche se in anni non l’ho mai sperimentato d’inverno. E da mediterraneo quale sono, immagino la vita qui in inverno sia tutt’altro che facile.

Ma per ora è agosto, sono appena arrivato, ho in programma di vedermi una quindicina di spettacoli. Quelli che meritano saranno segnalati. Gli artisti girano come ossessi per reclamizzare il loro lavoro. È la differenza con altri festival: qui non c’è una vera e propria direzione artistica: le compagnie sostengono loro stesse tutte le spese per esibirsi: chiaramente questo non depone a favore della qualità. E spesso sei costretto a compiere l’odioso gesto dell’alzarti e andartene prima della fine della performance. Ma si sa, la vita è troppo breve per la cattiva musica, la cattiva letteratura e il cattivo teatro.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 16 agosto 2006 | Commenti


FERRAGOSTO

FERRAGOSTO

Chi soffre per i disagi aeroportuali e fa fatica a tornare a casa, gioisca nel trovarla, la casa. Perché oggi c'è anche chi è tornato e non può fare altrettanto.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 15 agosto 2006 | Commenti


REALLY ENJOYABLE CACOPHONY

REALLY ENJOYABLE CACOPHONY

Ascolto ininterrottamente da una quindicina d’anni i primi album dei Simple Minds, fino a New Gold Dream, quasi tutti ottimi. (In questo blog la parola “genio” è ammessa solo dietro esibizione di un permesso speciale, come la parola “capolavoro”: entrambe devono essere prive di liquidi e di bagagli a mano). A volte mi chiedo cosa sia che non mi fa stancare. In fondo sono dei dischi profondamente imperfetti e ingenui. E in fondo anche arroganti. Ma hanno delle intuizioni notevoli. E ora forse riesco a infilare qualche ragione per questa bislacca predilezione.

Intanto la loro candida inopportunità rispetto al periodo che li ha prodotti. Commercialmente suicidi, completamente inattuali. Incapaci di capitalizzare la fascinazione con la decadente Europa, come invece sapranno fare i furboni Ultravox, (acefali di John Foxx.) Mi piace la non-britishness di questi dischi, l’ammiccare all’europop, il kraut-rock e l’elettronica, il guardare al continente europeo piuttosto che i modelli nazionali. Mi piace il nonsense dei testi, così lontano dal pragmatismo anglosassone, mi piace il tono oracolare e completamente sopra le righe di Jim Kerr, che deve sembrargli così ridicolo, oggi. Ma “oggi” è un terreno che a proposito dei Simple Minds preferisco non calpestare.

Preferisco bearmi nella mia ottusa ostinazione ad ascoltare Empires and Dance, Sister Feelings Call e Sons and Fascination, gli ultimi due, prodotti dal folle Steve Hillage, ex Gong. E nell'eulogizzare il vero pilastro di quei dischi, Derek Forbes, il miglior bassista della sua generazione (stilistica). Nessuna band dell’epoca (a parte i New Order) si è mai altrettanto identificata con lo stile del proprio bassista. Questi pezzi sono pennacchi di fumo di sinth e pennellate di chitarra su un solido ponteggio ritmico. Togliete le dinocolate circolarità dei giri di Forbes e crolla tutto. Un suono così sexy, ma così sexy. Ma così sexy. Ascolto "The American": ebbene si... inverecondi brividini.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 14 agosto 2006 | Commenti


BUON SENSO A BASSO COSTO

BUON SENSO A BASSO COSTO

Trovo Slavoj Zizek uno dei cervelli più stimolanti che ci siano in giro, sebbene spesso le sue acrobazie concettuali lo rendono la Nadia Comaneci della filosofia (che nel frattempo è diventata da così a così, confermando che l'età e il bisturi ingentiliscono e nobilitano l'aspetto).

Ma stavamo parlando di Zizek e delle sue acrobazie teoretiche. Lo amo. Qui ho gioito, leggendolo distruggere quella stronzata criptofascista hollywoodiana su cui in troppi si lasciano prendere da sindromi stendhaliane. Allora, Zizek scrive una lettera alla London Review of Books, che, assieme alla New York Review of Books, la cui leggendaria editor, Barbara Epstein è recentemente scomparsa, racchiude il meglio del giornalismo in lingua inglese, sulla guerra in Libano. Dunque leggiamo avidamente la lettera di Zizek, solo per constatare che questa volta, anziché optare per una delle sue architetture gotico-disneyane, propugna una soluzione che disarma per la sua banalità. Certo, dotata di grande buon senso.

Ma è il buon senso di chi vede i problemi di un proprio amico (leggi: non i propri) come ovvi, e per questo non esita a irrorarlo con secchiate di supponente saggezza (come facciamo tutti noi quando consigliamo un amico su un problema che non ci riguarda minimamente e che, per questo, ci pare così semplice). Certo, sono d'accordo con Zizek. Trovatemi uno che non è d'accordo. Bella prova, Slavoj.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi sabato 12 agosto 2006 | Commenti


I MAESTRI DELLA SFIGA

I MAESTRI DELLA SFIGA

Mi sono già soffermato sul concetto di "comfort music": è la roba che ascoltiamo a cervello spento, la roba che non chiede ma solo risponde (per me la musica si divide in queste due macrosezioni: quella che chiede, esigente e intrigante, quella che risponde, generosa e prevedibile. Entrambe hanno bisogno di forti iniezioni di genio per incidere la storia. Ma non altrettanto per la memoria.)

Qui siamo lontani da tutto questo. Siamo in quel territorio dove la memoria della propria immortalità di ventiqualcosa agisce come photoshop sulle rughe e i lineamenti di una ex-bona: cancella le une e ritocca gli altri. Parliamo della kitsch punk band australiana Hoodoo Gurus, protagonisti di una neopsichedelia dei tardi Ottanta che rinverdiva i fasti dei Sonics e di mille altre band su cui torneremo.

Non voglio dire che siano dei geni (nel pop-rock sono rari come le ricevute fiscali nei ristoranti italiani). Né voglio dire, nel gergo del giornalista musicale che non sa cosa caspita scrivere “che The Vattelapesck fanno quello che sanno fare meglio” (classica formula per dissimulare l’auspicabile pensionamento dei The Vattelapesck); allora cosa voglio dire?

Voglio dire che hanno due pezzi che fanno impressione per quanto sono “classici”: “Death Ship” e soprattutto la fantastica “I Want You Back”, entrambe nel loro esordio “Stoneage Romeos”. Dal titolo capirete che gli Hoodoo Gurus volevano divertirsi e non filosofare. Cantano estatici peana ad una American Way Of Life fatta di splendidi musi di Studebaker commemorati in Australia, luogo vergine e ansioso di fecondazione culturale assistita.

Chi prosegue la ricerca sulla scia di questi due pezzi da manuale scoprirà una band dalla carriera ventennale piena di bassi e povera di alti, che ha spesso rintuzzato la promessa del proprio valore, senza quasi mai mantenerla. L'anno scorso tutto il back-catalogo è stato rimasterizzato: non è impossibile innamorarsi del senso dell’umorismo e della voce di Dave Faulkner.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 10 agosto 2006 | Commenti


TERRA FERMA

TERRA FERMA

A Londra alzi gli occhi e ogni volta vedi un aereo. Adesso il cielo è vuoto, non ci sono i vari tagli di Fontana nel cielo. Nove (9) aerei destinati negli USA sarebbero dovuti saltare in aria in aria nei prossimi giorni. Tutto il traffico aereo è stato interrotto, migliaia di persone sono bloccate in tutti gli aeroporti in UK. Nessun bagaglio a mano in volo. Hanno arrestato 21 persone. Doveva essere il più grande attentato della storia. Bombe portate a bordo in pezzi e poi assemblate in cabina. Esplosivo liquido, dicono, dentro innocenti bottiglie di plastica di bibite. Migliaia di persone sono intrappolate a Heathrow, il più grande aeroporto del mondo, Stansted, Glasgow, Birmingham, e via dicendo. I vacanzieri occidentali ammassati come sfollati in sale d’aspetto. Il circuito dei voli UK-USA, che influenza la globalità dei voli dall’Europa verso gli Stati Uniti, è completamente interrotto. La Gran Bretagna è isolata.

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 10 agosto 2006 | Commenti


BONO FORBES

BONO FORBES

Questo post mi toglie d’impiccio perché mi solleva dall’altrimenti noioso compito di dover frattagliare gli U2. Io, sparafrasando una commediola generazional-melassosa di un drammaturgo romano, non ho mai voluto essere gli U2. Qui mi limiterò a dire che la loro cattoirlandesità da sagrestia mi ha sempre profondamente irritato non da un punto di vista confessionale, ovvio, ma musicale. Il loro è un rock che puzza di incensieri e stole, è musica sentimentalproletaria, roba che sarebbe piaciuta a De Amicis o a Carlo Levi. Musica da Boy Scout. E sui Boy Scout io l'ho sempre pensata come George Bernard Shaw, un grande irlandese.

E tant’è. Ma lasciatemi invece commentare sulle ultime strategie finanziarie di Bono Fox. Tra un appello a limitare la rapacità materiale (degli altri) che si rovescia nella fame nera (sempre degli altri), uno deve pur investirli i propri soldi. E nulla di meglio che diventare azionista di Forbes, la rivista patinata che insegna ai ricchi come fottere i poveri. Del resto non veniteci a rompere le tasche con noiosi discorsi sulla coerenza: coere-che? Ancora chemmmestai alla coerenza? In pieno post-post-post? Ma non lo sai che la morale non esiste e che il mondo è un boudoir dove il giusto copula lascivo con lo sbagliato? Che viviamo in tempi deboli e complessi e che il pensiero non ce la fa a commensurare la merda in cui siamo immersi? Che solo gli imbecilli non cambiano mai idea? E vuoi addebitare a un povero fantastiliardario irlandese, in prima fila nella lotta alla fame, (la propria) il carico morale di andare a fare soldi laddove è meglio per lui farli proprio qui e ora? Del resto lui non ha di sicuro preso parte all’operazione, si è trattato del suo faccendiere McNamazza whatever.

Nessun condanna per lo sgranatiere di rosari rock, allora. Piuttosto, un desiderio legittimo: vorrei tanto che queste megastar trovassero qualcos’altro per dare un senso alla loro vita, altro che pontificare da crocefissi e da stadi sul mondo che li ha creati. Così come sono, non fanno altro che fungere da meravigliosi, colossali ventilatoroni da cui la merda debole, la merda complessa, rimbalza sulle nostre facce estasiate. Peggio, mozzicano la mano che li nutre.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 8 agosto 2006 | Commenti


PENGUIN CAFE’ ORCHESTRA

PENGUIN CAFE’ ORCHESTRA

Trascino uno stato d’animo che non so definire. Non è un triste e garbato sollievo, non è una timida inquietudine, non è la voglia di raccogliermi composto. È piuttosto qualcosa equidistante da tutte queste cose. E, piuttosto che insistere in altri onanismi del genere, vi invito a fare quello che sto facendo io: ascoltate questo ensemble in continuo equilibrio tra la burla e la poesia. Si insinua lieve negli spazi della stanza, tra gli oggetti, li avvolge con garbo. Un pianoforte che cola tonalità pastello, perfette in una giornata estiva di pioggia... (qui scatta l'antidoto alla melassa. Avrei voluto scrivere: Un pianoforte su cui cola la pastella in cui tua madre ha appena fritto i fiori di zucca). Più inglese di Jeremy Irons in Brideshead Revisited (l’eccentricità ha passaporto inglese.)

Il disco che voglio farvi sentire, su iTunes non c’è. Si chiama Union Cafè. Il pezzo che ha causato questo post è “Red Shorts”.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 7 agosto 2006 | Commenti


DIO CHE DISCO ENORME

DIO CHE DISCO ENORME

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 3 agosto 2006 | Commenti


I FRATELLI PARTRIDGE

I FRATELLI PARTRIDGE

Tempo fa, in una delle mie offensive sparate nel mucchio, definii i Death Cab For Cutie "inoffensivi". Un mio caro amico musicista mi fece notare che per un musicista non esiste insulto peggiore. Decisi dunque di non dargli mai dell'inoffensivo. Che mi fossi troppo lasciato prendere dalla foga? Eppure, malgrado delle belle idee ed una notevole musicalità, non riesco a non irritarmi al pensiero che a band del genere sia delegata la vessillazione (parola inventata che deriva da una declineazione immaginaria del sostantivo vessillifero) dell’underground americano. Malgrado la paraculaggine, i DCFC sono una band per splenetici trentenni piscialletto.

Voglio pertanto segnalarvi una band che vessillifereggia egregiamente in quella veste, senza che i suoi estimatori portino le mutande sporche da mamma il week end. Trobadourici ma non melensi. Melodici ma non saccarinici. Italoamericani ma raffinati. Sono i fratelli Pernice, attivi da un pezzo ma imminenti in Europa con un nuovo album che luccica. Qui potrete ascoltarne vari pezzi in striming. "There Goes the Sun" è altamente virale. No kleenex required.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 3 agosto 2006 | Commenti


HUBRIS

HUBRIS

Dimenticavo, sempre a proposito dello scrivere solo quando sento di dover dire qualcosa: capisco che le mie fesserie lascino il tempo che trovino, ma preferirei che qualcuno sputasse qualche commento, piuttosto che questo silenzio annichilente.

Possibile che i tre commenti che ricevo al mese arrivino sempre e solo quando faccio una sparata “scandalosamente” eretica, tipo quando ho detto che di Syd Barrett non penso granché?

State tranquilli, c’è tutto un museo da dare alle fiamme, sulle cui macerie fumanti non piangerà nessuna UNESCO.

Dei Queen, per esempio: non me ne è mai fregato niente. Avete letto bene. Vale a dire: i Queen hanno totemizzato il kitsch, sono una flatulenza culturale, una reboante secrezione di melodrammatico cattivo gusto, quanto di peggio l’estetica rock più deteriore abbia scientificamente saputo produrre, una deiezione retorica, una rockbaruffa chiozzotta. Bastano tre note di "Bohemian Rapsody", il più colossale equivoco della storia della musica del secondo dopoguerra, a provocarmi un'orchite fulminante.

Non ho mai orgogliosamente posseduto un disco dei Queen né ho mai suonato la chitarra di aria in piedi sul letto ascoltando le loro improbabili trombonate megalomani. Lasciatemelo dire, è l'unico vero motivo di orgoglio oltre a essere stato ammesso a maggioranza alla maturità e uscito con trentasei (scusate l'accenno alla riforma Gentile, solo l'algida Moratti poteva fare di peggio). Per citare l'algido Moretti (con la "e"): "Non li ho mai ascoltati perché sapevo già che non mi sarebbero piaciuti."

Ahhh… Catarsi. Sono pronto a sostenerlo davanti a qualunque tribunale. Fatevi sotto, lapidatemi. Tanto dopo tocca agli U2.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 1 agosto 2006 | Commenti


SE MI LEGGETE NON SIETE AL MARE

SE MI LEGGETE NON SIETE AL MARE

A meno che non sia già sul mercato il portatile impermeabile e sabbifugo. Inizia agosto ed esco dal silenzio con le solite considerazioni sparse. Non ve ne sarete accorti, ma ho taciuto per un po’. Preferisco tacere se non ho cose impellenti da dire e perché sono un fedele seguace di Wittgenstein, anche se onestamente la mia ignoranza in matematica mi ha sempre impedito di comprendere appieno quel suo opuscoletto dal titolo “Tractatus Logico-Philosophicus”, ricettario per la sopravvivenza filosofica del genio viennese, amico di Keynes nonché fratello di colui per il quale Maurice Ravel scrisse il sublime concerto per la mano sinistra. Nella foto lo vediamo (Ludwig), epifanizzare Robert Del Naja, il cui Massive Attack gig ho visto a Roma un paio di settimane fa (e recensirò su Ottobre).

Comunque, dov’eravamo: ah, il Tractatus. Si tratta di un compendio di logica innervato da aforismi potentissimi. Il primo: “Il mondo è tutto ciò che accade”; l’ultimo: “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”. Ora, provate un po' a confutarli. Tutto per dire che ho preferito tacere, su un argomento come la guerra in Libano per esempio, che ritengo troppo complesso per poter esprimere un giudizio con la disinvoltura perniciosa che vedo proliferare attorno a me. Certo, gli eventi di ieri reclamano a gran voce una reazione al loro odioso affermare che, parafrasando Orwell, "tutti gli uomini sono umani ma alcuni sono più umani di altri". Non se ne esce finché non si rigetta questa doppiezza, finché la morale addomesticata a seconda delle circostanze geografiche e politiche non viene denunciata appieno. Per il resto trovo pornografiche le sventagliate di giudizi sommari che fischiano tutt’intorno a noi come proiettili.

Andrò a vedere Superman Returns, anche se non riesco a togliermi dalla testa il fatto che nel cartellone pubblicitario il nostro abbia una faccia un po’ beota. Mi chiedo quanto sia voluto tutto ciò. Non credo. L’ironia nei piani alti di Hollywood non è ancora penetrata, non vende a sufficienza. Comunque, ha una faccia da abitante della Beozia.

Un po’ di self-plugging: nei numeri di Agosto e settembre ci saranno rispettivamente una intervista con Simon Raymonde, boss di Bella Union e con India.Arie, diva del nu-soul con una voce che fa sembrare il velluto abrasivo. Per la cronaca, vi ricordo che con l’intervista a Raymonde c’è anche la compila della BU da scaricare. C’è anche un pezzo dei secondo me mesmerici e zuccherosi Midlake, il cui scintillante The Trials Of Van Occupanther viene liquidato come “tecnicamente robusto e non privo di buone idee.” Onorevoli, benedetti rockstarcolleghi, è uno dei migliori dischi del 2006iii.

Di traversa in fronda, ho appena rivisto, sganasciandomi "This is Spinal Tap": ebbene, non so se i Metallica sono consapevoli del fatto di essere la vera incarnazione di Spinal Tap: lo dimostra “Some Kind Of Monster”. Vedeteli in sequenza vi prego e traetene le debite conclusioni.

Amarus in fundo, vi segnalo un mio cianciare su Ken Livingstone, il mio sindaco di Londra preferito, uscito su Left Avvenimenti. Qui.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 1 agosto 2006 | Commenti


Vecchi Merletti