MEDIO ORIENTE, MIDWEST, GIUDEOCRISTIANESIMO |
![]() |
Comincio volendo scrivere un pezzo sulle illuminanti fraseologie diplomatiche di Bush e Blair ad un microfono che non sanno acceso. È una giornata di sole che inonda la scrivania, tanto che non riesco quasi a leggere il monitor. Un caldo atipico per le nove del mattino. In medio oriente c’è un’altra guerra, quella di cui Bush e Blair parlano ignari a microfoni accesi. Ascolto
Sufjan Stevens che mi squaglia il cuore con la sua fede cristiana così pericolosamente vicina a quella del suo presidente.
È normale che gli Stati Uniti ricomincino a produrre eroi folk che gli ricordino la propria matrice culturale bianca e nonconformista. In mezzo a questo tumulto di diversità aggressive ci mancava giusto la riscoperta della missione civilizzatrice ed evangelizzatrice di noi caucasici. Lo so, è un post sconnesso: è il connubio singolare dell’emozione che mi procura l’ascolto di questo artista senza potermi del tutto lasciar naufragare nel suo antispleen così fervente ed ispirato.
Vi consiglio caldamente di ascoltare le sue cose, così innocenti ed assertive: sono l’equivalente musicale del pane appena sfornato la mattina presto. Vengono da un forno del Midwest, sperduto fra paesaggi a perdita d’occhio, accanto a bianche chiese coloniali che si stagliano sui colori intensi del paesaggio.
Rendono quasi scusabili le banalità sussurrate all’orecchio di colleghi primi ministri a Summit di politica internazionale dove gli oppressori negoziano tra un panino al burro e una tazza di consommé una riduzione a basso costo del proprio dominio sugli oppressi. Ma quasi quasi Sufjan ha ragione: forse rispolverare il vangelo non ci farebbe male. Stevens è l’anti Elliott Smith: se penso alla portata creativa di entrambi, al momento mi sembra che parrocchia, banjo, flauti e rimandi biblici abbiano la meglio su spirali di autocommiserazione, odium sui, pere e self-coltellate al petto.
Finisco senza aver scritto il pezzo sui Tischreden diplomatici di B&B. Dove vi ho portato con questa ridda di associazioni sbilenche? Da nessuna parte. Siete rimasti sulla mia scrivania piena di cose alla rinfusa e del sole di una mattina di luglio. Sorry.
|
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 18 luglio 2006 | Commenti |
SYD BARRETT (1946-2006) |
![]() |
Tento un’odiosa provocazione, partendo dalla notizia di una dolorosa dipartita. Non che sia nulla di originale, c’è un dibattito in proposito già da svariati anni ormai. Se Syd Barrett (Roger Keith Barrett, 1946-2006) non fosse impazzito per un concorso di incipienti crisi depressive e abuso di sostanze (ma davvero esaltano la creatività? Chiedetelo a Carl Barat e Pete Doherty) e non avesse quindi costretto i Floyd, la band da lui fondata, a mollarlo nel ’71, questi non avrebbero guadagnato l’apporto di David Gilmour né il timone creativo sarebbe passato in mano di Roger Waters. Forse sarebbero cresciuti diversamente sotto la sua guida, o forse sarebbero rimasti la promettente ma ancora velleitaria band di Piper at the Gates of Dawn. Ma se guardiamo a quello che è successo e ci dimentichiamo per un attimo le attuali, rispettive soporifere sortite di questi ultimi, converremo sul fatto che sono stati capaci di creare cose enormi negli anni Settanta. E quelle cose enormi (The Dark Side, Meddle, Atom Heart, Animals e Wish You che, come sapete fino alla nausea, è a lui dedicata) nonostante c’è chi affermi il contrario, sono state create senza di lui.
Barrett era un mito ma la sua grandezza musicale è a mio parere da ridimensionare: i suoi due album solisti (The Madcap Laughs e Barrett) sono due accrocchi di mutili tentativi, inframmezzati di rado da momenti di bellezza. Barrett e la sua triste pluritrentennale autoreclusione nelle tenebre della follia suonano piuttosto come un sinistro invito a riconsiderare molte delle frescacce della controcultura degli anni Sessanta, prima fra tutte, l’idea della sperimentazione con droghe pesanti, oppiacee o lisergiche che fossero. Che non ha fatto finire il Vietnam, non ha cambiato la società più di altre pratiche, non ha inciso più di tanto in una cultura borghese che si prefissava di distruggere. Barrett era un ragazzo middle class di Cambridge con un futuro creativo promettente quanto era debole la sua tenuta psichica: ma quest’ultima ha preso il sopravvento e ha schiacciato il primo.
Se c’è una cosa che non sopporto sono gli sbandieramenti idolatri e le santificazioni di chi non riesce a riconoscere i limiti intrinseci ed estrinseci del lascito musicale di questo povero artista e pover’uomo. Che ci ha lasciati molto prima che venerdì scorso, perso in un’esistenza da vegetale su cui una generazione di citrulli psichedelici ha ricamato improbabili mitologie.
|
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 12 luglio 2006 | Commenti |
AKBAR ITALIA |
![]() |
Fare finta di ignorare? Solo perché non sono mai stato allo stadio e perché il panem et circenses mi infiamma il piloro? Che fesseria. Essere lontano da questo momento di estasi collettiva non fa che enfatizzarne la portata. Ci sono troppe cose che non possono non piacere di questa vittoria, a cominciare dalla mancanza di star assolute e dal suo aspetto complementare: l’unità di un gruppo dove tutti hanno saputo contribuire.
Questo paese sta rialzando la testa, a giudicare dagli eventi di questi ultimi mesi: ha mandato un governo da commedia dell'arte a casa, ha sepolto ridicole tendenze secessioniste, ha momentaneamente redento la macchia del malaffare sportivo vincendo sportivamente una competizione sportiva. Ha saputo regalarsi un’idea di unità. Questi giocatori di calcio hanno per una volta saputo indicare una strada. Che ciascuno faccia la sua parte fuori, come loro hanno fatto dentro al campo la loro.
Ho visto la partita in una casa angloitaliana di Kentish Town, assieme a figli con doppio passaporto che parlano un inglese prima lingua che stride con il forte accento italiano dei genitori. Alla fine, quando ormai l’incubo si è dileguato ed è sopraggiunta l’estasi, è scattata l’aria Nessun Dorma dalla Butterfly, strategicamente predisposta dal padrone di casa. E ci si scopre commossi, nonostante l'oleografismo.
Si va al Bar Italia di Soho a vedere e a partecipare alla festa, e tutte le percezioni che si hanno di sé in quanto popolo davanti ad occhi estranei esplodono in un attimo di incredibile esaltazione. È la condizione psicologica dell’emigrante: il voyeurismo altrui della nostra gioia non fa che aumentarla e si rovescia nel nostro esibizionismo. Per una volta l’incubo dei luoghi comuni sulla nostra identità all’estero (dieta mediterranea, strumenti a corde, strutture sociali a clan familistico alternative allo stato) è accantonato.
PS Istruttivo anche vedere come a volte basti una momentanea anarchia delle sinapsi per sfregiare per sempre e nel modo più teatrale possibile una carriera che è un’opera d’arte. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 10 luglio 2006 | Commenti |
LONDRA OGGI UN ANNO FA |
![]() |
Un anno fa le bombe, le esplosioni, il blackout delle comunicazioni telefoniche, stradali, il rincorrersi delle notizie, il panico del non sapere come stessero le persone care, gli amici. Un anno fa questa città, assorbita nella sua missione di ammassare soldi e che catalizza il talento globale nel farli, è stata colpita da quattro attacchi terroristici suicidi compiuti non da miliziani infiltrati da chissà dove, ma da quattro ragazzi cresciuti nello Yorkshire, un posto ben diverso dalle brulle montagne dell’Afghanistan.
Cinquantadue disgraziati sono stati falciati nel bel mezzo della banalità soffocante della propria routine quotidiana: mentre in dormiveglia nel vagone bollente dell’ora di punta mattutina, leggendo un romanzo rosa, la brutta stampa gratuita della metropolitana, o ascoltando una canzone in cuffia che addolcisse la tetra atmosfera del vagone. Portati via in un abbraccio detonante di buio fumo e urla, così, per un capriccio stocastico, ignoti all’odio che li colpisce come questo è ignoto a loro, sacrificati su un altare mediatizzato e sovraccarico di informazioni.
E che hanno lasciato quelli che erano lì quel tanto che è bastato a rischiare e quel poco che bastato a sopravvivere, quelli che sono rimasti a chiedersi perché grazie allo stesso capriccio stocastico siano potuti rimanere a chiedersi perché. Oggi la città ferma la propria corsa per un minuto, nella ricerca di uno spazio nella coscienza di ciascuno nel quale possa prosperare un’idea di dialogo, presenza e comprensione.
Questa storia è una delle tessere, nemmeno le più drammatiche, di un mosaico di terrore che copre la geografia del mondo intero. Pretendere di capire e giudicare è impossibile, come lo è altrettanto l’aspettarsi che lo facciano le vittime, da ambo le parti (ammesso che queste esistano: le parti, intendo). In una giornata di memoria come oggi, e come in tutte le giornate in cui si rievocano drammi e tragedie, è importante che ciascuno si guardi dentro e tragga forza e risoluzione. Onorando una volta di più la possibilità che gli è data di farlo. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 7 luglio 2006 | Commenti |
FOOTBALLPOLITIK |
![]() |
Sui mondiali non mi viene da dire molto. Qui è stato quasi increscioso dover assistere alla anglocatastrofe. Loro ci tengono ma non in modo cinico e levantino come noi. Ci credono da paese protestante. Ci credono nazionalisticamente, anche, un po’. E quindi è doppiamente salutare che siano tornati a casa, loro e le loro WAGs. La presidentessa onoraria delle quali, la triste Victoria, che risiede a Beckingham Palace, sta diventando null’altro che un immusonito trasporto cartilagineo sul quale viaggiano degli enormi occhiali da sole, appesantiti ulteriormente dalla firma. Ora che la nazionale è uscita dal mondiale, che Beck è uscito dalla nazionale, ci auguriamo che la loro unione, finora così brillantemente efficace nel provare che anche gli eroi della working class possono farcela, regga i rovesci dell’anoressia (di lei) e della incipiente vecchiaia (di lui). Di noi italiani non dico nulla, fuorché confermare che vedrò la partita con qualche connazionale (mi viene una tristezza dannata a dividere questo momento intimo con i miei flatmates anglotedeschi, quasi come andare a fare la pipì accanto a un altro). Non nego affatto che mi auguro che l’Italia vinca. Che il genio tattico machiavellico, gesuitico, piagnone e mammesco dei nostri dunque trionfi: il patriottismo, anche se da emigrante, fa comunque schifo, ma mai quanto il nazionalismo, che fa decisamente vomitare. E quando sei emigrato, il patriottismo è un farmaco (nel senso greco di veleno) indispensabile per lenire il disgusto del nazionalismo altrui. Ma se c’è un’altra ragione per cui mi auguro che quella di stasera non sia una Caporetto, è che il diluvio delle bundbandiere post Reich Millenario m’inquieta sempre un po’: che finché era Germania Federale, andava bene, ora è diverso. Sarà che vocifero come uno schifoso tabloid inglese (da anni aggrappati a una vittoria vinta per loro dai sovietici (non dai russi) e dagli statunitensi (non dagli americani), ma questa nube di Lebensraum calcistico che si addensa sulle nostre teste, ripeto, mi preoccupa. Serve un’altra ragione per tifare Italia? No, a parte forse che Prodi è meno peggio della Merkel. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 4 luglio 2006 | Commenti |






