NOW WE ARE AFRAID |
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Gli antichi greci la chiamavano hubris, tracotanza. Un rapimento mistico, una sbornia di potere, un accecamento della ragione, un affidarsi irresponsabile alle proprie capacità, ai propri mezzi, alla propria presunta superiorità. Questo ha portato all’invasione in Iraq: il nuovo Vietnam degli americani, la nuova Suez degli inglesi. Avamposto dell’occidente atlanticocrate con a rimorchio altri staterelli europei tra cui l’Italietta, che sembrano quei volatili che vivono sulla schiena dei rinoceronti nutrendosi dei loro parassiti, noncuranti di dove vadano gli erbivori corazzati. La mancanza di umiltà e di rispetto dell’altro di questo duopolio della democrazia, mascherata più o meno volontariamente da intento pacificatore, sta non solo mostrando tutta la sua ipocrisia e la sua sorprendente miopia tattico-strategica, dal momento che non riesce nemmeno a controllare un paese che inizialmente pensava di invadere passeggiando: ha brevettato un’incubatrice di terrore in cui odio e fanatismo infiniti si nutrono l’uno dell’altro, in cui la dicotomia tra nazionalità e fede è solo apparente. Gli attentatori che hanno colpito e continuano a colpire Londra (solo i fessi dicevano: «beh meno male, almeno ormai è passata») sono a tutti gli effetti cittadini britannici, giovani nati in UK ma che di fronte al martirio dei loro fratelli iracheni (si, è meglio che ci ficchiamo in testa che il concetto così “preindustriale” di fratellanza nell’Islam contemporaneo, a differenza di noi cristianisti, è molto più forte di quello di nazionalità) non esitano ad ammazzare se stessi coi propri concittadini “infedeli”. Gli stessi che vanno in vacanza nel laico Egitto. Questa è la vera gratitudine che Mr. Smith deve al suo grande premier socialplutocratico Tony Blair: me ne vado via per qualche giorno dall’incubo della metro, dove ormai in ogni vagone siamo in tre e se per caso c’è uno con la pelle più scura lo fissiamo facendo gli scongiuri, per rilassarmi nel Mar Rosso, dove gli alberghi saltano come pop-corn. Un incubo globalizzato, con la parabola, che ti segue fedele come un cane da ciechi col satellitare. George W. Bush e Tony Blair vendono democrazia e libero mercato a caro prezzo. Solo che a pagare non è solo il popolo iracheno, liberato e democratizzato, anche se dopo la morte: adesso è anche quello britannico. Dentro e fuori i confini nazionali. E non solo. Quello che sono riusciti a fare i due grandi statisti anglosassoni e il codazzo di mezze seghe che gli spulcia la schiena, è la creazione di un perfetto Esperanto del terrore, dove non importa la lingua che parli o il dio che preghi, sia esso Cristo, Jahvé, Allah o George Washington su sfondo verde. Se ti ci trovi, vai. PS Vale la pena notare che è questa stessa democrazia rappresentativa imposta a cannonate agli iracheni ad aver prodotto i leader che ne hanno decretato l’imposizione e il cui prezzo viene pagato anche da coloro che costoro rappresentano. Come dire: ti voto, ma solo se se la tua elezione provoca la mia morte. Ma si sa, la democrazia è imperfetta. Oltre che tracotante. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi domenica 24 luglio 2005 | Commenti |
NOTHING HILL |
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Scusate ma sesso, porchetta è r’n’r di questi tempi e da queste parti mi sembrano un poco fuori luogo. Dopo le eccellenti bombette di oggi, invece del previsto pezzo sul Mercury Music Prize e sulla soporifera selezione dei suoi finalisti (tra cui il principio attivo dell’indiecloroformio, il Coldplayzepam) mi lascio andare a uno sbrodolamento anarcoterzomondista. Carini, no? Qui continuano a bombardare gli sfigati in metropolitana e sugli autobus. Carini. ‘nsaccodorci. Quest’accanirsi sui poveracci da parte di chicchessia (non dimentichiamo che oltre alla sindrome da rincoglionimento omicida da testo sacro esiste anche la possibilità di una strategia della tensione operata dallo “stato” al fine di giustificare vari giri di vite sulla libertà dei cittadini) mi risulta ancora più disgustoso ora che per ragioni di lavoro mi sono trasferito a Notting Hill, vicino Mortobbello Road. Mi spiego. Io vivo da anni a Est, nella supersfigata Bow, che di buono ha che costa poco e non è lontana da Brick Lane che tra qualche anno sarà diventata come Mortobbello Road, sciami di zainetti Invicta e delinquentelli che bevono Bacardi Breezer. Bow è squallida, piena di white trash, proletariato urbano bianco che ascolta Maraglia Carey e indossa Reebok bianche sotto ai pantaloni della tuta e catenone d’oro sull’incarnato verde. Ci vivo da talmente tanto che le mie incursioni a West London, dove non conosco praticamente nessuno salvo qualche eccezione e che è lontanissima da raggiungere in bici, erano talmente rare da non avermi mai fatto notare BENE prima quanto sto notando adesso. E cioè che la ricchezza in questa zona, come in molte altre enormi zone dell’Ovest della città, rasenti l’osceno. Avete presente i Parioli, a Roma? Beh, risettate l’hard disk. Lasciamo stare Belgravia, o Knightsbridge, o Mayfair, o Chelsea, o Hampstead, o South Kensington, abitate da una borghesia transnazionale in cui l’unica cosa a cambiare è la lingua, e la città di provenienza, Parigi, Milano, Monaco di Baviera, New York (per il resto guidano le stesse macchine indossano le stesse scarpe, bevono lo stesso vino, si areano l’ascella con lo stesso profumo). Notting Hill era una zona piena di artisti, 30 anni fa. Un ghetto pericoloso dove caraibici e bianchi poveri coesistevano a malapena. Artisti, boheme dura ma creativa, inquisitiva, che voleva risposte. Musica. Poi questi artisti sono diventati mainstream, si sono piazzati, sono arrivate le gallerie, poi i ricchi alternativi, poi Hugh (Grant) e Julia (Roberts) e poi il diluvio: americani in cerca di un’eleganza inottenibile oltreoceano, i prezzi delle case dodecuplicati, Starfucks, e infine, oggi, questa moltitudine di fighetti con Ipod, tatuaggio, canotta e sayonara, tratti tipici del portobellopitecus sonotsapiens, la cui femmina indossa vaporosi gonnoni a larghe falde e cintura di cuoio bassa sulle anche, all’incirca alla stessa altezza a cui il maschio esibisce la mutanda in esubero sui pantaloni a mediogluteo. Quest'ultima presenta un comportamento interessante, roba da Discovery Channel. Dopo sfiancanti sedute da Fresh and Wild, le infaticabili si esibiscono al pubblico e agli obiettivi sedute al tavolo davanti a delle leggiadre coppe di vino bianco secco, nei caffè di Westbourne Park Road e attendono l’ora di andare in palestra, o dal parrucchiere, o a prendere il pargolo rognosetto al nido. Guidano quasi tutti le nuove Mini, il veicolo più petulante alla vista che si immagini, anche se qualcuno dei loro maschi dimostra tanta fantasia da cimentarsi con qualche Pagoda metallizzata o altrettanto venerabile Benz. Le coppie attorno ai quaranta di solito affrontano le asperità delle strade sulla tolda di minacciose Range Rover Vogue nere (veicolo che sembra sempre più una Hummer). Si affolla, questa moltitudine, davanti a due o tre gastro-pub (versione “continentale” del classico pub dove non si serve aceto ma vino e si cucina del cibo anziché la consueta pubsbobba), disseminati tra le schiere autistiche di terrace houses bianco-sepolcro che sembrano dei Taj Mahal borghesi dalle cui finestre s’intravedono quadri di Jack Vettriano e librerie spesso ben fornite. Insomma, un lodevole affrontare il non-obbligo di lavorare per vivere. Va bene, ci sono le star. Va bene, il mercato di Portobello è ancora una leggenda (sebbene ormai è più alternativa l’Oviesse). Ma quello che trovo davvero irritante è questa sfumatura di cool che invece i ricconi di South Kensington non ostentano perché non ritengono di averne bisogno, quel finto street style aggrappato all’ansia di apparire, e naturalmente, la vanità. Come se poi la zona dove vivono avesse mantenuto una qualche vitalità creativa. Che invece è inaridita da tempo, altrimenti loro non sarebbero là. Del resto, quando certa arte, vera o presunta, si estingue, lascia dietro di sé solo i soldi. Che sono come i fiori delle agavi: fioriscono una volta sola e poco prima che la pianta muoia. Li vedi, ti vedono e sembra ti dicano: “Beh, che fai? Non mi riprendi?”. Ma non so poi se si divertano davvero. Ho appena fatto un rapido giro in bici davanti al Westbourne, al Cow, e al Walmore Castle. Unici luoghi pulsanti di vita e risate dentro un quartiere dormitorio il cui lusso accentua la vertigine del nulla, sulla collina del Nothing. O forse mi sbaglio. Ma giuro che non rimpiango Bow. E non vedo l’ora di tornarci. Ho l’impressione che lì la storia si dia nella sua complessa imperfezione e ingiustizia, qui che sia ingiusta e basta, priva di dialettica, disossata, come un pollo in batteria. E, per carità, non mi sognerei mai di dire che questa gente dovrebbe essere colpita dagli stupidi assassini più degli sfigati nella metro che vanno al lavoro. Solo che lungo i filari delle facciate mausoleo, attraverso le strade fronzute ricche di profumi d’estate e silenziose di Notting Hill nulla mi pare vivo: né di gioioso (a parte forse il Carnival) né di disperato. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 22 luglio 2005 | Commenti |
THE SHOW IS GOING ON |
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Mentre sembra che il flusso turistico verso la capitale sia immutato, sembra più che opportuno tornare alle nostre trivialità musicali facendo finta di niente. Oggi ho letto questa notizia che mi ha divertito: pare che Chris Martin abbia scritto una letterina in tedesco elementare a Ralf Hutter dei Kraftwerk, leggendari electrocrucchi di Düsseldorf, uno dei gruppi più influenti della storia. Scopo della letterina era di chiedere il permesso di usare un loro sample nel brano “Talk”, del nuovo album dei CP. Tanto è l’alone di leggenda e di irraggiungibilità dei nostri che da un bravo ragazzo come Martin non ci si poteva aspettare di meno: convinto che non sapessero chi sono i Coldplay, gli ha qualcosa del tipo “Caro Ralf, il mio nome è Chris e suono in un gruppo chiamato Coldplay…” aggiungendo addirittura un disegnino. La band ha straordinariamente acconsentito. Vale la pena ricordare come i teutogeni abbiano sempre suscitato un timore reverenziale che sfiora la soggezione in star angloamericane spesso molto più famose di loro. Bowie e Iggy Pop, nel loro periodo berlinese nel ’77, li consideravano anni luce più cool di chiunque altro; sul loro perfezionismo circolavano leggende a profusione. Pare che nel loro studio di Düsseldorf, il Kling Klang, certi rumori fossero banditi, al punto che le suonerie del telefono erano tutte staccate. Se volevi chiamare la band ti davano un appuntamento a un'ora precisa: ed esattamente a quell’ora, non un secondo di più né uno di meno, un membro della band era lì ad alzare la cornetta. Guai a chiamare prima o dopo: sarebbe stato impossibile parlarci. Quando si dice l'improvvisazione… permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 18 luglio 2005 | Commenti |
PAURA |
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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 12 luglio 2005 | Commenti |
DA UNA DICHIARAZIONE DI KEN LIVINGSTON |
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parole che mi sembrano le migliori dette finora da un politico inglese e che meritano attenzione I want to say one thing specifically to the world today. This was not a terrorist attack against the mighty and the powerful. It was not aimed at Presidents or Prime Ministers. It was aimed at ordinary, working-class Londoners, black and white, Muslim and Christian, Hindu and Jew, young and old. It was an indiscriminate attempt to slaughter, irrespective of any considerations for age, for class, for religion, or whatever. That isn't an ideology, it isn't even a perverted faith – it is just an indiscriminate attempt at mass murder and we know what the objective is. They seek to divide Londoners. They seek to turn Londoners against each other. I said yesterday to the International Olympic Committee, that the city of London is the greatest in the world, because everybody lives side by side in harmony. Londoners will not be divided by this cowardly attack. They will stand together in solidarity alongside those who have been injured and those who have been bereaved and that is why I'm proud to be the mayor of that city. Finally, I wish to speak directly to those who came to London today to take life. I know that you personally do not fear giving up your own life in order to take others – that is why you are so dangerous. But I know you fear that you may fail in your long-term objective to destroy our free society and I can show you why you will fail. In the days that follow look at our airports, look at our sea ports and look at our railway stations and, even after your cowardly attack, you will see that people from the rest of Britain, people from around the world will arrive in London to become Londoners and to fulfil their dreams and achieve their potential. They choose to come to London, as so many have come before because they come to be free, they come to live the life they choose, they come to be able to be themselves. They flee you because you tell them how they should live. They don’t want that and nothing you do, however many of us you kill, will stop that flight to our city where freedom is strong and where people can live in harmony with one another. Whatever you do, however many you kill, you will fail. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi sabato 9 luglio 2005 | Commenti |
PER LA RAGIONE SBAGLIATA |
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Il dolore, che rende le facce di sfinge di un esercito di automi improvvisamente vive e capaci di sentire. E consapevoli di scoprire di esserlo stati sempre. La grande città, che diventa famiglia solo stringendosi nella paura. Che si scopre un corpo solo solo quando deve reagire, fare quadrato contro qualcosa. La grande città, specchio dell’indifferenza scientificamente organizzata, milioni di monadi autosufficienti che condividono brandelli di spazio e di tempo in modo del tutto casuale e gratuito, «I’m sorry, I’m sorry». Ma poi la frazione di un boato istantaneo, un lampo nel buio e la tua vita non è più tua. Se ti resta, sai che non puoi più considerarla come il tuo spazzolino da denti, che non condividerla ridiventa l’orribile peccato di sempre: che la morte dia significato alla vita è fin troppo banale. Impararlo nel tragitto da casa al lavoro, quando di solito si leggono tabloid e gazzette, o si ascolta semiaddormentati petulante dance music, lo è meno. Capire l’orrore di chi, lontano, lo vive quotidianamente: non raccogliendosi sotto un palco di canzonette o davanti a uno schermo televisivo, ma vedendoselo sedere accanto, senza tante cerimonie. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 8 luglio 2005 | Commenti |
STILL IN ONE PIECE |
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spero lo stesso dei miei amici. more soon. ma la città è ferita. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 7 luglio 2005 | Commenti |
ROCKCOMA |
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situazione allarmante: la narcolessi del cosiddetto "rock" domina imperante. gli inglesi? le ultime band post '77 in grado di restare nella storia sono smiths e naturalmente, clash. l'indieciarpame e il rock da parrocchietta degli U2 lo lascio da parte. doherty? mamifacciailpiacere, serviva un cobain inglese e i tabloid l'hanno trovato. e lui ci crede. le band americane? imitano quelle inglesi degli anni ottanta. male. e ce le rivendono al doppio del prezzo. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 6 luglio 2005 | Commenti |
IO SONO UN BLOGARCHICO |
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ok, oggi una bella sessione di self-blogging. ciascuno please scriva il suo post, in modo da capire cosa vi piacerebbe leggere su questo spazio. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 5 luglio 2005 | Commenti |
MegoLOMANE |
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io il concerto di londra non l'ho visto (i potenti mezzi del giornale non mi hanno valso l'accredito) né l'ho visto in TV. so però di un gustoso scazzo backstage tra il mahatma geldof e ultramidge ure. dovevano interpretare insieme l'immortale "I Don't Like Mondays" e bob se l'è svignata sul palco a cantare da solo lasciando ure a imprecare. mmhhh, bob... ma roma? com'è stata roma? mi lasciate i vs commenti su roma please? permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 4 luglio 2005 | Commenti |
GLOTTOSAURI |
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Ora che abbiamo salvato l'Africa, per favore finiamola anche con quest’insopportabile espressione, paternalista, pelosa, finto buonista, razzista. Anche, ancora, nella cosiddetta stampa “di sinistra”. Nero, di origine africana, asiatica, non di colore. Il bianco non è forse un colore? No, viene percepito come il meta-colore, la norma. Madonnamia, trecento anni dopo Voltaire (filosofo, è pur vero, non "di colore") ancora stiamo messi così. A me avevano insegnato che la lingua era un campo semantico in movimento. Ma a volte resta in-ferma, con le piaghe da decubito. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 4 luglio 2005 | Commenti |
SU LIVE 8 |
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L’altruismo, un po’ come la tolleranza, legittima l’ineguaglianza e l’ingiustizia: presume che io conceda a te spontaneamente, povero sfigato inferiore, qualcosa di mio. Così facendo io perpetuo la nostra ingiusta ineguaglianza e mi sento pure in pace con me stesso, libero di tornare a preoccuparmi serenamente dei miei “problemi”. In questa denuncia, Cristo e Marx sono pericolosamente vicini. Ecco perché i pensieri cattolico e liberale si sono sforzati per secoli di disgiungerli. Viviamo nella società dello spettacolo e dell’intrattenimento. Certe popstar svolgono in questa società il ruolo che in quella industriale avevano gli agitatori e i rivoluzionari: inducono le “masse” al pensiero e all’azione. Che il pensiero sia vuoto e l’azione nulla, è anche questo un fenomeno tipico della postmodernità. Quello che resta, sono le copertine e il culto della personalità. Ammettiamolo: non vogliamo patire la coscienza del fatto che morte e miseria altrui siano conditio sine qua non del nostro benessere. Vogliamo la panza piena senza l’indigestione. Benvenga dunque, ogni vent’anni, un dott. Geldof con la sua bella Alka Seltzer mediatica: noi tutti, idoli e seguaci, la inghiottiamo in diretta. E facciamo tutti assieme il nostro commovente ruttone altruista. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 1 luglio 2005 | Commenti |
MAKEMAKEPOVERTYHISTORYHISTORY |
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Dopo aver tassonomizzato (mi aspetto una standing ovation per questo termine) il mio ombelico tutti questi giorni, l’imperioso richiamo ai miei obblighi deontoblogici mi sprona a porre il seguente dilemma. Cercherò di non essere me nel porre il quesito: laiveit. maleodorante cattedrale d’ipocrisia, o chi la ritiene tale è il solito saccente che salva il mondo spaparanzato nella sua pontificante poltrona? Discuss. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 1 luglio 2005 | Commenti |






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