EROI DEL NOSTRO TEMPO

EROI DEL NOSTRO TEMPO

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi sabato 30 giugno 2007 | Commenti


THE BLAIR YEARS

THE BLAIR YEARS

Un resoconto del decennale (in the Arts) di Tony visto da un decennale emigrato.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 28 giugno 2007 | Commenti


URGE INCONTROLLABILE

URGE INCONTROLLABILE

L’altro ieri ho coronato un piccolo sogno, uno di quei piccoli sogni di plastica che ci portiamo dentro da bravi pupazzetti che aspirano all'originalità attraverso il conformismo del rock’n’roll. Ho conosciuto Mark Mothersbaugh dei Devo, uno dei miei idoli di pupazzetto invecchiato. Anche lui è invecchiato, anche se la sua voce stridula e intelligente (Mark è uno dei primi intellettuali del post-punk e uno da cui David Byrne ha copiato un paio di cosette) è rimasta intera. E vederlo nella tuta gialla di clone della società dei consumi sul palco della restaurata Royal Festival Hall mi ha prepensionato il cool del critico che crede di aver visto e sentito tutto. Traducendo in italiano: ho cantato a squarciagola sotto i geniali ultracinquantenni, imbolsiti ma ancora perfettamente taglienti, assieme a una hall festante.

La questione coi Devo è precisamente questa: dato che negli anni Settanta erano circa cinquant’anni in anticipo, concettualmente non sono invecchiati di cinque minuti. Non vi sto a dire che hanno praticamente inventato il video come lo intendiamo oggi e hanno prefigurato MTV, che la loro critica dell'obesità materiale della società americana era incredibilmente pregnante, che l’uso dell’elettronica innestata sul punk li ha resi uno dei massimi gruppi di new-wave, che sono alla base del post-punk, che le loro bislacche teorie sulla devoluzione erano tragicamente "corrette", che la loro satira delle pose r’n’r’ era fantastica e davvero rivoluzionaria e che hanno scritto la cover più sacrilega della storia, di gran lunga superiore all’originale (se non altro per il potere demistificatorio), ma tanto ormai ve l’ho detto.

C’è poi un altro discorso da fare a proposito del quintetto di Akron: in mezzo a una marmaglia di band incapaci di tenere in mano una chitarra (Joy Division, anyone?), loro erano (e l’hanno perfettamente confermato col set di mercoledì) una band tetragona, con una sessione ritmica metronomica, un chitarrista solido e due manipolatori sonici eccellenti. Ero proprio sotto alla terna di minimoog incassati dentro a un rack di legno massello che tradiva l’età della band, mentre i loro ritmi robotici de-emotivi, il loro lucente sarcasmo, le loro pose goffe, la loro idolatria della plastica e della produzione seriale e soprattutto la loro visione del trionfo del capitalismo americano ne fa l’unica band davvero profetica della storia della musica popolare. Le uniche differenze rispetto ai leggendari concerti degli anni ottanta erano l’argento nei capelli e i ventri prominenti. Per il resto i Devo non sono invecchiati: perché la musica, come ho detto prima è ancora fresca, le idee attuali (fino a Freedom Of Choice). Ma anche perché nella loro furia spoetizzante avevano ridicolizzato il mito della gioventù selvaggia del rock già a vent’anni. Avevano visto giusto, celebrando la nerdiness e non la sregolatezza: si sarebbero messi al riparo dallo sfacelo grottesco che permea l’ostinazione di una band come gli Stones. Una vera e propria previdenza estetico-sociale.

Insomma mercoledì ero lì, alla RFH, nel 2007. Nel 1980 ascoltai Q: Are We Not Men? A: We Are Devo!, prodotto da un Brian Eno qualsiasi. Avevo undici anni e mi mandò il cervello in overdrive. Non mi sono più ripreso. La cattiveria di quell’album, la sua non compromissoria scelta di dis-piacere, le loro ritmiche angolose, percussive, robotiche eppure contagiosamente pop, la voce eccezionale e antiretorica di Mothersbaugh mi hanno immunizzato contro la sceneggiata del r’n’r. E gliene sarò grato per sempre. Non vedo l’ora di parlargliene martedì prossimo, dopo lo show allo Sheperd’s Bush Empire. Se siete da queste parti andateci.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 21 giugno 2007 | Commenti


(S)PUNK FILES

(S)PUNK FILES

È da un po’ che ovunque vada leggo, intervisto e ascolto punk. Il trentennale, direte. Forse. Gran parte della cultura dell’establishment è al momento prodotta da ex-punk, un po’ come quella in Italia dalla generazione marcia e dorata del Settantasette. Dopo aver parlato con Julian Temple dei Clash e di Strummer nei mesi scorsi, recentemente sono andato all’apertura di Panic Attack, mostra del Barbican che ripercorre in maniera relativamente esaustiva l’impatto del punk nel mondo delle arti figurative, concentrandosi naturalmente sulle scene di New York, LA e Londra. C’erano alcuni artisti (i sopravvissuti) le cui opere erano esposte. Ho riconosciuto la non leggiadra Cosey Fanni Tutti (mozartiani, godete), in un impari confronto cone le proprie fattezze adamitiche, immortalate trent’anni prima durante le performances del COUM Trasmissions (che si sarebbe poi metamorfizzato nei famigerati e, diciamolo, moralmente rivoltanti, Throbbing Gristle). Ne ho scritto in Vogue di Luglio.

Poi ho avuto il privilegio di fare una chiacchiera illuminante con la Lady del punk par excellence, Dame Vivienne Westwood, al momento in piena fase di rigetto verso tutto ciò che è nato dalle ceneri di ciò che lei stessa creò nel ‘77 insieme al maritino Malcolm McLaren. Al momento Vivienne è preoccupata dal salvataggio di una cultura occidentale in inarrestabile declino consumistico. Per argomentare questa straordinaria scoperta è ricorsa alla forma del dialogo, in perfetto stile platonico. Se ce la fate a leggerlo, è qui. È stato interessante portarla sull’inevitabile terreno della contraddizione in termini (di una creatrice che vende e che dipende dall’altrui consumo). Anche ciò su Vogue di luglio (presumo), in mezzo ad assai poco Huysmansiane considerazioni sul suo nuovo profumo, che si chiama come il suo storico negozio, Let It Rock.

Prima di Dama Viviana ho anche avuto l’onore di intrattenermi 45 minuti con la fatina/elfa/roditrice/manipolatrice sonica Björk Guðmundsdóttir, un’artista la cui aura estetica ed intellettuale si forgiò negli squat e nelle comuni anglo-islandesi. Con lei, di buon umore e rilassata, una bella chiacchierata su un prossimo numero di RS.

Per concludere con un personaggio che dello spirito punk ha custodito le fattezze originali pagando la sua coerenza con l’ingrato status di esoterico culto per celebrità (Cobain, Jack White e Isaac Brock lo hanno più volte citato come influenza, e le sue candide e poco diplomatiche reazioni hanno dato luogo a una ferale querelle con il permalosissimo White): Billy Childish è un personaggio affascinante e in bilico fra Dickens, Wilde e Strummer, questo per citare le sue credenziali musicali (un centinaio di album di punk/r’n’r/blues). Quando poi si passa al fatto che è stato musa e compagno di Tracey Emin molti anni fa e che non è improbabile che lei gli debba molto di più che la semplice ispirazione, per tacere della piena diluviale delle poesie, dei romanzi e dei quadri che emette emorragicamente, si capisce che Billy è, come abbiamo commentato divertiti e stimolati unicamente da jasmine tea, un rimarchevole “eclettico autodidatta”. Sospetto anche un bell’essere umano. Sono andato a trovarlo a casa sua nel Kent e stasera vado a sentire lui e i suoi Musicians of the British Empire in un pub a Tufnell Park.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 15 giugno 2007 | Commenti


ALONE,

ALONE,

for the moment.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi domenica 10 giugno 2007 | Commenti


WHITE LIGHT

WHITE LIGHT

È uno dei più ambiziosi album degli anni Settanta e, come spesso succedeva in quella decade, non è stato capito, provocando al suo autore una cocente delusione. Oggi dopo più di trent’anni questi lo porta in tour in Europa, per una serie di concerti che si preannunciano epici. Reduce dai Velvet Underground, e da un esordio solista incolore, Lou Reed nel 1972 aveva appena pubblicato Transformer, album deliziosamente rock-pop prodotto da David Bowie che conteneva la straordinaria “Walk On the Wild Side”: un disco perfetto, leggero, che evocava il mondo torbido ma anche spensierato della Factory newyorchese di Andy Warhol, con tutta la sua giostra di personaggi ai limiti dell’eccentricità. Le vendite furono ottime, l’album diventò immediatamente un classico. Era il 1972. Tutti si sarebbero aspettati che Reed continuasse in questa vena, deciso a replicare il successo di vendite.

Invece lui prese la strada diametralmente opposta: Berlin, del 1973, prodotto da Bob Ezrin, mago della consolle che avrebbe firmato, tra gli altri, The Wall dei Pink Floyd, era una classica opera rock, ma senza la spettacolarità: tutto il disco è pervaso da un senso di cupa dissoluzione e la storia non ha nulla a che vedere con l’intrattenimento. I protagonisti sono Jim e Caroline, una coppia segnata da gelosie, tossicodipendenza e prostituzione e la storia è ambientata a Berlino, città divisa che Reed non aveva ancora visitato ma che gli pareva perfetta metafora della separazione e del conflitto. In un’intervista appena rilasciata al Guardian a New York, Reed ha confermato che alla base della scelta furono le sue inclinazioni letterarie, con l’idea di prendere un testo letterario e metterlo in musica: «Penso a Un tram chiamato desiderio, a Morte di un commesso viaggiatore. Oppure romanzi. All’epoca stavo leggendo Ginsberg, Selby, Burroughs. Pensavo: che succede se in mezzo ci metti una batteria e della musica?»

Con la sua produzione sinfonica e i toni lugubri e struggenti, l’album scatenò un diluvio di critiche. La casa discografica di Reed di allora, la RCA, che all’epoca si fregava le mani in previsione degli incassi sulla scia di Transformer, a vedersi recapitare un simile mattone di art-rock fu tutt’altro che contenta. Rolling Stone scrisse che la carriera solista di Reed era definitivamente naufragata. Berlin è, a tutt’oggi, un album che divide. Innanzitutto è un fatto che sia un lavoro inverecondamente megalomane. Ezrin e Reed intendevano realizzare “un film per la mente e le orecchie” e di certo l’intenzione era quella di portarlo in teatro. Del resto Reed ha sempre avuto un debole per la coppia Brecht-Weill, e la sua ambizione era quella di cantare New York come il compositore e il drammaturgo avevano cantato Berlino. Eppure nessuno si fece avanti con il proposito e i soldi necessari a produrre il progetto. Berlin sarebbe rimasta la cattedrale nel deserto della carriera di Reed, un disco d’innegabile fascino e insostenibile tristezza che non si può non amare ma che va consumato responsabilmente. Nella sua biografia, Reed ha parlato più volte di Berlin come la più grande delusione della sua carriera, quello che lui considerava il suo capolavoro e che è stato vittima di una dolorosa incomprensione da parte del resto del mondo. Che ora però sta per essere redenta. Dopo tutti questi anni, Reed ha deciso di smettere il lutto e ha finalmente acconsentito a portare Berlin on the road. E come, poi: una band di trenta elementi con un set di strumenti elettronici, più fiati, legni e un coro di 12 voci bianche. L’esordio è stato a New York prima di Natale. La critica, compreso Rolling Stone, è venuta in massa a Canossa, dopo 34 anni. Berlin verrà eseguito a Roma, al Parco della Musica, il prossimo 6 luglio. È poi a Arezzo, Milano, Torino, Cagliari (oltre a Canossa). Ah, ci sarà una data anche a Berlino, naturalmente.

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OFF 08/06/07

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 7 giugno 2007 | Commenti


WHITE HEAT

WHITE HEAT

Jack White, si sa, è un personaggio umorale. E il suo umore è spesso aggressivo. Di certo lo era qualche anno fa, quando il cantante del rock duo White Stripes prese a pugni il collega Jason Stollsteimer della band rivale Von Bondies, in un locale di Detroit. E di certo lo era qualche giorno fa, quando dalla Spagna, dove è in tour con Meg White, sua ex-moglie e altra metà della band, ha preso il telefono e ha investito di improperi la DJ di una radio di Chicago, Q101, dal nom de plume di Electra. La ragione di tanta furia? Non trascurabile, per la verità. Electra aveva appena trasmesso per intero il nuovo album dei White Stripes, Icky Thump, di imminente uscita.

La DJ, che ha ricevuto il disco da un fan, ha descritto l’episodio nel proprio blog: «Oggi (il 30 maggio scorso, nda), alle 14,00, durante il mio programma, Q101 è stata la prima radio al mondo a trasmettere il nuovo album dei White Stripes […] È stupendo. È davvero incredibilmente stupendo. Ero esaltatissima di condividerlo con altri fan come me. Alle 16,00 di oggi, Jack White ha chiamato la sede centrale della radio dalla Spagna, dove si trova in tour, cercando espressamente di me, per farmi una scenata per averlo trasmesso e, in parte, per aver creato un casino nell’industria discografica […] mi sentivo venir da vomitare. La più stramba e surreale telefonata che abbia mai ricevuto in vita mia». White, sempre urlando, ha preteso un pentimento e delle scuse, dopodichè ha riagganciato. “Mi stavo mettendo a piangere” conclude la sventurata ma non troppo Electra.

Jack White, pur agendo in maniera legittima (in principio), ha commesso un errore (in comunicazione). Che la radio abbia “sbagliato” a trasmettere l’album è fuori di dubbio: oltre ad aver agito in maniera effettivamente illegale, ha rovinato i piani dell’artista per l’uscita di uno degli album più attesi del 2007, prevista per la fine di giugno. Ma è anche vero che ormai reagire con tanto furore (e su una signora per di più) a un gesto che in fin dei conti non fa altro che aumentare curiosità e aspettativa per l’uscita ufficiale e che per di più in questi casi è diventato più o meno la prassi, suona tanto inutile quanto sgradevole.

I White Stripes hanno di sicuro abbandonato l’ethos underground degli esordi, come il voler tenere un basso profilo, l’utilizzare tecnologia analogica, il pubblicare la propria musica su piccole etichette. Oggi fanno parte della scuderia della Warner Music, una major colossale, che in passato non ha esitato a far chiudere un blog americano che pubblicava i link ai singoli brani della band. Il loro status di mega rockstar planetarie sembra impedirgli di comprendere l’ovvio e cioè che il rischio che si verifichi una cosa del genere è assicurato quando internet precede la pubblicazione di qualsiasi altro formato, CD compresi. La Rete mette a disposizione il disco da quando questo “esiste” virtualmente in essa: fissare date di uscita mondiali, per giunta con mesi di anticipo, significa automaticamente sancirne la circolazione prematura e clandestina. Certo, il comportamento di White, da imprenditore che difende il proprio lavoro e soprattutto i suoi proventi, non mancherà di suscitare altrettanta solidarietà da parte di colleghi e addetti ai lavori che si vedono le vittime di un rito predatorio che indirettamente incide nelle loro possibilità di guadagno. Che però, nel caso di Jack almeno, non dovrebbe destare preoccupazione. Lo dimostra il duplice effetto della canzone che ha scritto appositamente l’anno scorso per uno spot della Coca Cola: ha ugualmente riempito di orrore i fan della sua band e di denaro il caveau della sua banca.

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OFF 06/06/07

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 6 giugno 2007 | Commenti


SICKO

SICKO

Michael Moore, il giornalista, attivista e documentarista americano che ha raggiunto una vasta fama grazie alle sue pellicole di denuncia, (tra cui Bowling a Columbine, sulla strage all’omonimo liceo americano e Fahrenheit 9/11, cavallo di battaglia del movimento pacifista nel 2004), costruite su una solida ricerca di fatti e una pedante persecuzione delle sue “vittime”, ha appena terminato un nuovo film. Stavolta l’oggetto della sua inchiesta è un punto dolente del sistema sociale e politico degli USA: l’assistenza sanitaria, al momento seconda solo all’Iraq nella classifica delle maggiori preoccupazioni dell’elettorato statunitense.

Proprio mentre qualche giorno fa Barack Obama, il candidato democratico alla corsa presidenziale rivale di Hillary Clinton, presentava le sue proposte di riforma del sistema sanitario nazionale, Sicko (questo il titolo del film, slang peggiorativo per “persona malata”), un devastante attacco allo status quo del sistema, si prepara a esercitare un pesante influsso sulle decisioni elettorali degli americani nel 2008.

“Una commedia su 45 milioni di persone senza assistenza sanitaria nel paese più ricco del mondo”: come recita il sottotitolo, aprirà in America il prossimo 29 giugno (l’uscita italiana ancora non è stata fissata ma è probabile il prossimo autunno) ed è già stato violentemente attaccato da Fred Thompson, un potenziale candidato repubblicano alla presidenza, per una scena in cui Moore mostra il traghettamento di un barcone stracolmo di cittadini americani ammalati – alcuni dei quali ammalatisi per aver lavorato a Ground Zero dopo gli attacchi dell’11 settembre - presso il carcere militare americano di Guantanamo Bay, a Cuba: il regista grida dalla barca in un megafono richiedendo assistenza medica per i passeggeri presso la locale base navale americana. Non ricevendo nessuna risposta, la barca fa rotta su L’Avana, dove le autorità cubane sono fin troppo felici di aiutare i malati a bordo con cure e assistenza.

Ovvio che al senatore repubblicano non sia piaciuto il bonus di propaganda che il film accorda generosamente al regime di Castro, replicando polemicamente che il leader cubano è recentemente dovuto ricorrere a un chirurgo spagnolo per porre rimedio a una precedente operazione all’addome finita male. Moore, a sua volta un avversario duro nei contraddittori, ha replicato ironizzando sulla passione dell’uomo politico per i sigari cubani Montecristo, di cui negli USA è da sempre vietata l’importazione.

A parte lo scambio di frecciate tra i due, resta il fatto che la crisi dell’assistenza sanitaria nel Paese è a dir poco seria. L'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha appena dichiarato che gli Stati Uniti rischiano un serio deficit di bilancio a meno che non riducano la spesa sulla salute, di molto superiore a quella dei paesi europei più ricchi, ma dalla quale restano scoperti ben 47 milioni di americani. Di questi 47 milioni, nove sono bambini. Il film di Moore paragona sfavorevolmente le condizioni americane con quelle francesi, cubane e britanniche, intervista il vecchio leone labour Tony Benn sulla fondazione del NHS (National Health System: fondato nel secondo dopoguerra dal governo labourista è la prima assistenza sanitaria gratuita in Europa) e in un ospedale di Londra cerca invano con la telecamera un luogo dove si debba pagare. Sebbene pieno di acciacchi, il NHS appare agli occhi di Moore un modello decisamente superiore a quello americano: «Sono un americano che guarda al sistema britannico attraverso occhi americani» - dice a un certo punto - «Non significa che non abbia difetti o problemi, ma è sempre mille volte meglio di quello che abbiamo in America».

Le proposte di Hillary Clinton e Barack Obama, volte a moderate riforme del sistema così com’è, restano comunque abbastanza lontane dall’assistenza gratuita secondo il modello europeo: e quand’anche si confermasse denuncia efficace di un drammatico paradosso della società statunitense, è improbabile che Sicko getterà le basi per l’assistenza sanitaria gratuita in America.

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OFF 05/06/07

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 5 giugno 2007 | Commenti


Vecchi Merletti