1 RE CESTISTA, 2 BAND INDIE, 2 ATTORI MAINSTREAM

1 RE CESTISTA, 2 BAND INDIE, 2 ATTORI MAINSTREAM

So che voi continentali vi rosolate al sole, maledetti. Qui c’è la solita schiumetta bianca di cielo con correnti d’aria qualunquiste che faticano a dare una fisionomia al clima. Se il clima potesse raffigurare l’indecisione dell’elettorato di centro, che non sa mai a chi dare il proprio voto, sceglierebbe di apparire di certo così. È il mio primo giugno (il mese, non la data) a Londra da anni (in passato ho sempre lavorato in Italia in estate) e non ricordavo quanto potesse essere meteoropaticamente deleterio. Dannata zona grigia.

Intanto ho visto le boot-notizie e mi sono deliziato di leggere di quel rettile savoiardo implicato in cose indegne di un furfantello di provincia. Quando si considerino cose d’araldica salta subito all’occhio la decadenza terrena di alcuni dei maggiori casati europei, complice anche naturalmente la società dello spettacolo, che dopo la corona gli ha fatto perdere anche l’aura. Ma questo savoiardo, che ricordo da piccolo coinvolto nello sparamento di un povero disgraziato austriaco in Sardegna quasi trent’anni fa, è davvero roba da rabbrividire.

Unica attenuante è che Francis Pulenc scoprì la sua vocazine di musicista ascoltando un frase per pianoforte di Chabrier che fuoriusciva magicamente da una slot machine in un bar di Parigi all'inizio del secolo. Per il resto, a voler guardare il curriculum di suo padre e suo nonno, le cose non migliorano. Ricordiamoci con orgoglio di essere una repubblica non solo per questioni di realismo e buon senso istituzionale ma anche perché siamo l’unico popolo mollato col culo per terra dal proprio abitante della renania (re-nano: moralmente e fisicamente), quel Vittorio Emanuele III, figura caricatur-e-ale che scappò come l’ultimo dei ladri assieme ai suoi indomiti generali, lasciando l’esercito e il paese nel caos dell’otto settembre.

Ora che il rant sui Savoia è sbollito, le giustificazioni: al coprotempo (tempo di merda), oltre a un surplus di cose da fare legate alla sopravvivenza materiale, è dovuta la mia latitanza. Ho visto un sacco di persone e di cose, alcune interessanti altre meno.

Questa settimana andrò a vedere un paio di concerti, entrambi targati Bella Union. Il primo, all’ICA è quello dei Dears, band canadese dalle sonorità indie “sentimentali” e protesa verso gli anni Ottanta. Li intervisto pure, proprio oggi pomeriggio. L’altro gig, che m’interessa di più, è quello dei veri brilliant Midlake, sempre BU, una band texana al secondo, ottimo album che vi consiglio caldamente: i nuovi Grandaddy.

Cos’altro… ah, ho conosciuto Vince Vaughn, un bel bisteccone di attore che costituisce una punta del tridente (vi piacciono le metafore calcistiche?) della commedia brillante americana with a brain (gli altri due sono Ben Stiller e Owen Wilson). Vince is a nice guy, è fidanzato con Jennifer Aniston, la povera cenerantola delle attrici famose già sposate con attori famosi che le lasciano per altre attrici famose e che lo affianca in The Break-Up una commedia dello stesso Vaughn su, ironia della sorte, una separazione che ha portato al loro fidanzamento (a Hollywood ci si cura lavorando, con quello che costano gli strizzacervelli a LA poi).

Ho anche conosciuto una bimbo stupenda, Jaime Pressly. Jamie deve la sua carriera a uno straordinario sforzo di apprendimento dell’arte della recitazione e a una dedizione che le ha consentito di superare i suoi grossi handicap fisici. Innamorata della nouvelle vague cecoslovacca del secondo dopoguerra, Jaime si è consacrata al progetto di recupero di una sceneggiatura perduta di Milos Forman, sugli schermi il prossimo autunno. Sono lezioni di vita e di lavoro sempre benvenute.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 26 giugno 2006 | Commenti


CAN TOOL BE COOL?

CAN TOOL BE COOL?

Finalmente sono andato a vedere i Tool. Mi sono ricordato perché mi piacciono i Tool. I Tool occupano un posto molto particolare nella musica contemporanea. Amarli o disprezzarli è il riflesso di un gusto (e di un’identità) musicale che in passato era ben definita e che adesso è naturalmente, come qualunque prodotto culturale, il risultato di una labirintica e stratificata ibridazione. Di norma, tutti coloro che presumono di capire la musica “alta” o di qualità, al sentirsi menzionare il nome dei Tool reagiscono con un sorriso di supponente compiacenza, pur sapendo che in fondo la band californiana non può essere liquidata così facilmente come l’ennesimo prodotto degenerativo post-metal. In realtà, per difenderli davanti al più agguerrito denigratore basta la seguente manciata di ragioni:

I Tool sono abbastanza difficili da classificare. Le cose difficili da classificare sono, di solito, le più interessanti. E più la difficoltà classificatoria si fa contraddizione, più aumenta l’interesse. I Tool sono il gruppo più contraddittorio che ci sia. Perche? Sono una band musicalmente ermafrodita: un’anima prog-psichedelica prigioniera di un corpo sostanzialmente metal;

sono economicamente schizoidi: hanno un’audience di massa ma si comportano come se vendessero i propri dischi per mail order a pochi ossessi;

fanno i dischi solo quando ne sentono la necessità, e per questo ne fanno pochi (tutti farebbero meno dischi se sapessero liberarsi degli obblighi economico commerciali che li costringe a sfornare un album mediocre ogni due anni come delle ovaiole d’allevamento);

quei pochi, sono sostanzialmente validi, grazie alla spontaneità che li ha prodotti. Possono non piacere ma hanno un’urgenza e una gravitas che li distingue dalla massa.

Poi c’è la contraddizione al loro interno. Maynard è l’uomo che ha fatto mettere gli occhiali ai metallari (e gli ha insegnato a leggere), che ha osato proclamare che si può essere intelligenti anche nel produrre l’equivalente sonico delle cave di marmo di Carrara e usando un immaginario visivo sempre in bilico fra rivoltante e ridicolo.

Maynard è l’anticantante rock, uno che sembra a disagio a fianco dei suoi colleghi con muscoli e teste capellute che fanno su e giù ritmicamente e fa di tutto per scongiurare la comicità dell’estetica metal che la musica evoca così pericolosamente.

Maynard sul palco fa lo scemo in mezzo a momenti musicalmente potentissimi, mentre i suoi colleghi si avvitano in virtuosismi parossistici e questo cortocircuito rende il concerto molto più interessante e meno scontato.

Maynard disprezza il suo pubblico di zozzoni pirsati e tatuati: preferirebbe avere il pubblico che accorre all’apertura di una galleria d’arte. Ma non può averlo, perché quel pubblico ascolta Alva Noto e Sakamoto e non va ai concerti all’Hammersmith Apollo, al massimo va al Barbican.

I Tool hanno tutte le caratteristiche da grossa band americana da arena, e infatti sono il gruppo preferito di quel genio di Jack Osbourne: eppure la loro estetica è criptica quanto quella dei Coil. Non hanno tatuaggi, non portano i pantaloni alla zuava, non rappano, non hanno riff coatti. Come dire, gli tocca vendere i milioni di dischi che vendono.

Infine, una nota particolare meritano i testi di Maynard e la sua visione profondamente cinica della cultura americana contemporanea: una visione che solo un americano può esprimere con cognizione di causa. È nel testo di Ænema, grido di disgusto nei confronti di Los Angeles e merita di essere citata in parte, tanto è apocalittica e icastica:

Fuck L Ron Hubbard and/Fuck all his clones
Fuck all those gun-toting/Hip gangster wannabes
Learn to swim
Fuck retro anything/Fuck your tattoos
Fuck all you junkies and/Fuck your short memory
Learn to swim
Fuck smiley glad-hands/With hidden agendas
Fuck these dysfunctional/Insecure actresses
Learn to swim
Cuz I'm praying for rain/And I'm praying for tidal waves
I wanna see the ground give way/I wanna watch it all go down
Mom please flush it all away

Ieri sera ho visto i Tool all’Hammersmith Apollo. L’ultimo pezzo è stato Ænema. Avevo dimenticato di portarmi i tappi alle orecchie. Sono uscito e ho comprato una maglietta. Sono come Jack Osbourne.

La recensione è sul prossimo numero di Rocksound (luglio).

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 16 giugno 2006 | Commenti


WORLD CRAP

WORLD CRAP

Dopo che l’ultimo Scott Walker mi ha letteralmente azzoppato in questo pomeriggio di raro sole, segnalo a voi calcioimmuni questo illuminante articolo sullo stato dell’arte calcistico-monetaria, attività planetaria che più e meglio di ogni altra divide unendo e unisce dividendo; a voialtri wikiluddisti, sulla cui membership onoraria sono ancora indeciso, il link all’Antiwikipedia, un esperimento nuovo e un po' sgangherato, ma che andrebbe la pena di tenere d’occhio.

Aspetto poi con ansia di cliccare sugli indirizzi di Antimyspace e Antiyoutube. Che gusto c’è ad essere un altro milligrammo di zucchero nello stesso infinito, stucchevole barattolo di marmellata?

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi sabato 10 giugno 2006 | Commenti


EDUCATE 'EM ALL

EDUCATE 'EM ALL

Sono giorni densi come il tasso di popolazione di Tokio centro dunque per vostra fortuna non ho tempo di secernere le stille dei miei monosproloqui. Un piccolo update degli eventi recenti, di cui minaccio di scrivere prossimamente.

Ho visto con colossale ritardo Some kind of Monster, il documentario “terapeutico” dei Metallica. Ancorché attualmente pelato, ci fu un periodo in cui sfoggiavo una zazzera più lunga di Hetfield ai tempi d’oro. I Metallica fino a Master of Puppets mi impressionarono non poco. Poi la prosa di una vita brevicrinita prese il sopravvento. Quando rientrai in macchina dopo il taglio radicale (fino a pochi secondi prima del quale svariate signore mi imploravano di desistere da sotto i caschi di formica rosa, li avessero avuti loro quei capelli) il mio cane mi abbaiò. E Metallica, Slayer & co. cominciarono a recedere nel mio universo acustico come l’attaccatura man mano che i trentaqualcosa guadagnavano terreno.

Devo scrivere dell’immagine relativamente agghiacciante che mi ha fornito questo film: quella di miei coetanei rimasti a un età psicologica di diciannove anni, alle prese con ego imbarazzanti e un conto in banca da trainare con l’autoarticolato. I peggiori incubi farseschi di Spinal Tap diventano realtà.

Poi. Ho passato più di un’ora con un altro musicista per me significante: Simon Raymonde dei Cocteau “si, Liz canta delle liriche inventate” Twins, una band a mio immodesto modo di vedere fondamentale nello sviluppo di ogni essere senziente, ergo prescrivibile in dosaggi aggressivi all'umanità intera. Munitevi immediatamente di tutto quello che hanno fatto fino a Heaven Or Las Vegas. Soddisfatti o rincoglioniti. Simon amministra la deliziosamente chiamata Bella Union, una casa discografica che sta a galla a malapena finanziariamente grazie alla pubblicazione di band straordinariamente eteree e arty. Pare che ci diano una compilation per il numero di agosto per cui please stay tuned.

Sto andando ora a incontrare India.Arie, supermellow soulfolkstress da Atlanta in sosta londinese per promuovere la sua ultima collezione. Il tema del lettino torna prepotente anche qui: l’album si intitola “Testimony: Vol. 1, Life & Relationship". Il Viennese sarebbe contento di vedere che il po(p)stmoderno non riesce a liberarsi di lui.

Bye for now, a presto per un rant sui Metallica.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 8 giugno 2006 | Commenti


RIINASCIMENTO

RIINASCIMENTO

Sull'esito delle amministrative in Sicilia.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 2 giugno 2006 | Commenti


Vecchi Merletti