POWER POP

POWER POP

Un aspetto dell’altrimenti assai lodevole trasversalità e interclassismo della cultura postmoderna è questo preoccupante assottigliarsi della differenza tra i consumi e i gusti dei privati cittadini e quello dei politici che dovrebbero rappresentarli.

In questo paese, la GB, all’avanguardia in tutto ciò che rappresenta la creazione di un’immagine umanizzante e falsamente consolatoria del ruolo e dell’agenda della classe politica, il fenomeno ha raggiunto proporzioni tali da consentire a un primo ministro membro in gioventù di una pop band (e quindi, diversamente da Ronald Reagan o Arnold Schwarzenegger o anche il sassofonista Clinton, parte di una controcultura) di invadere un paese sovrano, sconvolgendo ancora di più i delicati equilibri geopolitici di un pianeta alla frutta e per di più facendolo reggendo lo strascico della sua sorellastra maggiore, assai meno dotata intellettualmente ma dal possente muscolo economico/militare.

E quindi l’ex rocker Tony con grande disinvoltura può affermare che amava “In The Court Of The Crimson King” pietra miliare progressive dei Crimson primo periodo contenente la struggente “Epitaph”, il cui testo è quanto meno tragicamente profetico, Gordon Brown ha gli Arctic Monkeys nell’iPod (e l’iPod) e ora, David Cameron, il nuovo leader conservatore più blairista di Blair, va al concerto dei Radiohead per poi affermare che la band gli ha dedicato una canzone.

Il problema è che l’operazione di appropriazione è soltanto parzialmente mossa da motivi propagandistici: questa gente ama davvero questi gruppi e la loro musica. Insomma, sterminano migliaia di persone nel nostro nome anche perché (diverso da nonostante) anche loro, come noi, si commuovono alla saccarina degli U2 e dei Coldplay. È ancora necessario chiedersi quanto rimanga del potenziale eversivo e libertario che un tempo aveva la musica “rock”? La realtà è molto più inquietante: forse noi stessi faremmo lo stesso.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 31 maggio 2006 | Commenti


PIZZA POLITICS

PIZZA POLITICS

Che quel poco di creatività che ci rimane sia monopolizzato dall'industria pubblicitaria si presta a varie riflessioni, a seconda dei punti di vista.

Positive: anziché diventare cattivi artisti, i mediocri creativi si guadagnano una lucrosa pagnotta vendendo le loro idee ad/con un prodotto. Poco importa che vendano l'anima al 740 e anzi, buon per loro: l'importante è che non ci molestino con la loro cattiva arte.

Negative: anziché buttare via il proprio prezioso talento in operazioni effimere, amorali e amatoriali, gli artisti dovrebbero dedicarsi a soccorrere l'arte contemporanea dalla propria inconsistenza e incitamento alla prostituzione.

Pilatesconeoliberiste: «Che ci vuoi fare, è il mercato...»

Fatto sta che a volte questo connubio scellerato produce delle operazioni fintamente sovversive e tuttavia lodevoli. Come questa catena di pizzerie neozelandese che si chiama Hell. Mi aspetto che la Lowe Pirella risponda con uno slogan altrettanto barricadero per reclamizzare l'actinidia chinensis del basso Lazio.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi domenica 28 maggio 2006 | Commenti


THE SOUND OF SIMON

THE SOUND OF SIMON

Ieri ho visto Paul Simon. Concerto superesclusivo per BBC radio 2, ascoltabile tra qualche settimana. Era lui, Paul Simon. The king of the King Of Convenience, l’uomo che ha fatto dell’understatement una forma d’arte, il più lieve, raffinato, composto sussurratore di eleganti giochi poetico musicali, uno la cui discrezione e levità al confronto rendono Neil Young uno sguaiato urlatore, uno che fisiognomicamente assomiglia alla musica che fa: timido, non appariscente, dimesso eppure solido, centrato, di una profondità sospettata.

Il disco è ancora da ascoltare appieno. Lo farò nonostante non sia esattamente alla ricerca di prezioso, saggio e composto elderly pop. Ma ieri ho nondimeno apprezzato la performance della stellare band di Simon che vedeva sottoutilizzata, come di consueto, la Rolls Royce Corniche dei batteristi, his highness Steve Gadd. Che, tanto per farvi capire, è visibile in azione in questo assolutamente risibile ma jawdropping clip (che spinge il l’LA kitsch anniottanta ben oltre il Cielo delle Stelle Fisse. Vi prego applaudire il capello di Weckl. Poi non dite che non vi rallegro la giornata).

La rece su luglio.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 26 maggio 2006 | Commenti


MUSIC TO ABUSE OF POWER BY

MUSIC TO ABUSE OF POWER BY

Tra i meriti indiscussi che vanno riconosciuti agli Arctic Monkeys, oltre ad aver rivoluzionato il mercato dell’indimiusic, capovolto le dinamiche della promozione, creato miracoli a milano, reso i quarantenni trentenni, i trentenni ventenni, i ventenni perenni, c’è anche il fatto di svegliare meglio la mattina il probabile futuro primo ministro britannico.

Gordon Brown, protagonista di un'annosa guerra civile col rivale Tony (più bello, più giovane, più ambizioso, più bellicoso, più magro, più bugiardo) si è prontamente appropriato della indie-chav-band nella propria operazione di make-up elettorale, sbandierandoli nel proprio iPod. Che contiene anche i Coldplay, naturalmente. Rischio di rimpiangere gli stornelli corleonesi del nostro ex presidente del coniglio.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 25 maggio 2006 | Commenti


WHAT HAPPENED TO THE FAMBLY CAT?

WHAT HAPPENED TO THE FAMBLY CAT?

Mi è appena arrivato il canto del cigno dei Grandaddy. Che mi pare, per usare un angloeufemismo al secondo ascolto, cui seguirà una recensione più articolata, fucking awesome.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 24 maggio 2006 | Commenti


YAWN!

YAWN!

Prima di tutto, se fate una ricerca su Gooogol image per “madonna crucifixion” trovate questo: quello che trovo sorprendente è la mia sorpresa.

Un’altra cosa divertente è la lista di commenti dei lettori del giornale della bigotteria monarchica lower-middle class, perfetto per incartare le aringhe, il Daily Mail, alla notizia che Madonna si fa crocifiggere nel suo ultimo Tour.

Madonna. Personalmente non vedo migliore dimostrazione del fatto che l’immaginario creativo della diva sta raschiando umilmente il fondo di un barile che era colmo vent’anni fa. Sarebbe questa la capacità di rinnovarsi di Louise Veronica? Ritornare lì dove è sempre rimasta? Come se Bowie riesumasse la salma di Ziggy.

Ma c'è dell'altro: sembra che all'industria dell'intrattenimento per poter prosperare non rimanga altro che spingere i confini dell'oltraggio al sentire (non uso la parola pudore, termine logoro e abusato) sempre un poco più avanti (anche per questo tutta l'arte contemporanea è pop, non solo Warhol e i suoi nipotini). E non ho detto "comune" sentire perché, grazie al Cielo, il sentire non è comune.

E' un disco rotto che inciampa sullo stesso solco dagli anni Sessanta. Non sarebbe ora di inventarsi un nuovo giochino? Fossimo tutti cristiani le si potrebbe concedere la palma della provocazione seria. Ma in realtà non lo siamo: e Madge finisce per prendersela con quella che se non è mai stata una minoranza certo è solo una fazione di quelli che comprano i suoi dischi. E dunque? Il suo provocare è monco, privo di efficacia. Rotola giù per un vilipendìo di ovvietà.

Anche per questo ho salutato l’ultimo oltraggio di Madonna con un fragoroso, assordante sbadiglio.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 24 maggio 2006 | Commenti


UNITED 93

UNITED 93

Venerdì ho visto l'anteprima di United 93. Un film? Anche. Un docudrama? Piuttosto un docutrauma. Un’esperienza educativa, direi. La prima cosa che volevo fare appena uscito era bere qualcosa. Di forte.

Theodor (ma ci avete mai pensato al fatto che Teodoro è l’esatto contrario di Dorotea sebbene siano entrambi “doni di dio”?) Adorno disse: “Mai più poesia dopo Auschwitz”. Questo film mi riporta a un pensiero venutomi immediatamente dopo aver visto le immagini metabibliche delle torri crollanti: “niente più cinema d’azione dopo l’11 settembre.”

Mi chiedo perché Tom Cruise ci faccia perdere tempo con le sue missioncine improbabili quando gli eventi di quel giorno terribile hanno sconvolto per sempre, tra le altre mille cose, anche il tradizionale rapporto realtà/finzione nella creatività.

Caramelle, rispetto a quello che è successo quel giorno. Come cantava Mina enne decenni fa (1971): «Caramelle, non ne voglio più…»

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 22 maggio 2006 | Commenti


POPSTILLA

POPSTILLA

RE.: il popst, quando mi fregio dell’etichetta di poptimista mi riferisco al godimento innocente che mi provoca l’ascolto di cose come "This Red Book" dei meravigliosamente californiani Pinback. Il plettro che pizzica le cantilene luccicanti del basso elettrico… Raccomando vivamente questo lavacro melodico a chi prende la musica leggera troppo sul serio.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 18 maggio 2006 | Commenti


PIANI TEMPESTOSI

PIANI TEMPESTOSI

Hanno trovato un pianoforte sul Ben Nevis, la montagna più alta della Gran Bretagna. Che l’abbiano issato per scommessa, per beneficenza o per follia, è una cosa comunque poetica. I pianoforti sono stati su spiagge, sotto il mare, ma non si sapeva ancora che avessero scalato le cime delle montagne.

L’episodio è avvenuto il giorno dopo che Grigory Sokolov ha elettrificato la mia poltrona al Barbican con la Sonata in Re minore Op 31/2 di Ludovico Van. Curioso.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 18 maggio 2006 | Commenti


SERVIRE IL POP(OLO)

SERVIRE IL POP(OLO)

Alcuni critici musicali USA, beh, almeno i pesi massimi, New York Times, New Yorker, Slate ecc., sono al momento assorti in adorabili bizantineggiamenti. Tutto fu innescato da un temerario articolo del critico del NYT, Kelefa Sanneh, dopo che Ashlee Simpson - una vita dedicata al paziente cesello dell’arte del vocalizzo - ospite della trasmissione più importante del primetime USA “Saturday Night Live”, si produsse in una performance che molti di voi ricorderanno: il nastro con la sua voce preregistrata (di un altro brano) partì fuori tempo lasciandola in preda al più crudele incubo da palcoscenico. In una trasmissione che, lo ricordiamo, reca la parola “live” nel titolo.

Nel suo "The Rap Against Rockism" Sanneh si sentì investito del compito cavalleresco di soccorrere la prefabbricata Simpson, prendendosela con una ben consolidata tendenza nella critica americana (sebbene il termine sia stato coniato dalla stampa inglese negli anni Ottanta), a massacrare verbalmente gli artisti pop (leggi: commerciali) perché vacui, superficiali e transe-unti fenomeni di passaggio di una cultura in fase di evaporazione («Ah! It's just more crap from a culture that's evaporating» strillava Henry Rollins), etichettandola "rockista", in senso naturalmente derogatorio. E' da poco tornato sull'argomento il critico di Slate, Jody Rosen con un pezzo abbastanza anodino che cautamente cerca di recuperare le ragioni dei "rockisti".

Bella prova. Come sparare sulla red cross. Soprattutto quando tanta santimonia proviene dalle penne di questi ridicoli parrucconi del rock, tutti Bruce e Zeppelin, che si asserragliano contro l’atrocità del loro quotidiano in cittadelle piene di poster sbiaditi, memorabilia necrofore, e vorrebbero seppellirvisi dentro. Accerchiati dalle Louise Veronica, dalle Beyoncé, dalle Britney e dall’imminiente ricorso al Viagra, a questi veterorfani del tempopieno di School of Rock non rimane altro che stramaledire la commodity culture che ci attufa con la sua melassa prima di fare seppuku con la stratocaster. Bene fecit Sanneum, a ridicolizzarli, se pur attraverso il suo snob argomentare.

Che somiglia, però, molto a un Tarantino che dice che i B movie italiani (poco più che una gioiosa e colorata sarabanda di cinedeiezioni) sono degli assoluti capolavori. Insomma, basta chiamare la cacca “cacca”. Chiamarla, appunto “deiezione” le dà tutto un altro afflato. E ne mitiga il fetore. Insomma in questo farsi sacerdote del pulp, non mi pare che Sanneh renda un buon servizio alla musica. Più che altro sancisce il fait accompli di un’industria della creatività avvitata sul proprio asse palato/sfintere.

PS Io AMO il poptimismo (della volontà); è il peptimismo (dell’intelligenza) che mi fa venire acidità.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 17 maggio 2006 | Commenti


MAUSOLEOLOGIA

MAUSOLEOLOGIA

Il New Musical Express ha appena pubblicato l’ennesima classifica (il resistibile Nick Hornby ha una grossa responsabilità in quest’onanismo classificatorio che affligge la nazione), chiamando i lettori a eleggere la massima personalità rock (rock hero) di tutti i tempi.

Ora, l’eta media del lettore del NME si aggira attorno ai sedici-diciotto-ventitre (che è anche l’età media dei lettori di Rockstar?). Tutto perfettamente normale allora, visto che il secondo rock hero classificato è lo sfortunato Pete Doherty.

Quando uscì Nevermind avevo ventitre anni. Rimasi certo colpito dalla fenomenale digeribilità dei pezzi di quel disco che, concordo, resta epocale. Ma in termini di “conquiste di nuovi territori musicali” per usare una figura efficace anche se pedante, sorry, Nevermind aggiunse una cosa sola a quanto avevamo già nel carniere: una produzione gelidamente perfetta, i suoni protonumetallari di Butch Vig (che infatti il punk a tutti i costi Kurt si affrettò a eliminare nel successivo In Utero, optando per il più integerrimo Steve Albini).

L'importanza di Nevermàind è casomai un'altra, di segno economico culturale: fu il primo disco a rendere la "musica estrema" mainstream, "mainextreme" (ha! guarda guarda cosa ho trovato), aprendo nuovi, enormi mercati a un genere fino ad allora sempre commercialmente ghettizzato.

Resta il fatto che L’Album dei Nirvana non è certo In Utero. E che il povero Cobain, compiendo prematuramente la sua triste parabola di “carne da media”, è rimasto vividamente impresso nelle menti delle generazioni successive come, appunto, “rock hero”. (L’anagrafe anche qui conta parecchio. Per un cinquantenne, Cobain è un lattante rispetto a un Iggy Pop. E provate un po’ a dargli torto).

Ci si dimentica spesso che la morte prematura ha un grosso vantaggio nella grammatica mitologica contemporanea: eliminando il problema alla radice, elimina anche la prosa della sopravvivenza (leggi: reunion, dischi sbagliati, best of, ecc.). Chi ci dice per esempio che Gramsci, se fosse sopravvissuto ai sicari del nonno di Alessandra Mussolini, non sarebbe diventato stalinista? E che Lennon cinque anni fa non avrebbe fatto un disco di duetti con Tom Jones? L’ipotesi controfattuale applicata al rock seda il “delirium imaginans” del mito con il soporifero calmante della realtà probabile.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi sabato 13 maggio 2006 | Commenti


PRO-TOOLS

PRO-TOOLS

Lo so che non faccio altro che complicare la mia idoneità di aspirante critico serio con queste continue incursioni nella redneck music, ma a mia discolpa c’è il fatto (meglio l'ipotesi, va) che se Roland Barthes fosse ancora vivo avrebbe sicuramente scritto un saggio sull’Heavy Metal.

Secondopoi, dopo aver letto la critica di Pitchfork al disco dei Tool mi sono venute certe madonne zdanoviste che ho deciso di andarli a vedere. Anche su Pitchfork andrebbe scritto un saggio, in quanto i nostri esprimono la chiara velleità di essere Les Temps Modernes della critica musicale e solo per questo hanno vinto un’internship nel Sulcis di qualche mese.

Comunque vi dirò che: i Tool sono una forza to be reckoned with; tre album in quindici anni fanno di loro, com’è stato scritto da un giornalista americano non ricordo più dove, "i Terence Malick dell’alternometal"; Maynard sa perfettamente come si cammina sul filo dell’autoparodia, sospesi in alto e senza rete protettiva; la band “c’ha i cojoni fumanti”, per usare l'espressione autoreferenziale dell’annuncio di un chitarrista à la Blackmore appeso alla bacheca di Revolver, Roma, circa 1983.

E per tutte queste belle ragioni vado a vedermeli. Poi vi racconto.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 12 maggio 2006 | Commenti


SHAMELESS SELF-PLUGGING

SHAMELESS SELF-PLUGGING

Esce a giugno un libercolo da me tradotto per i tipi di quel nitroglicerinico genio editoriale del fu Giangiacomo.

Si tratta di un'interessante analisi del futuro di Internet scritta dal professore americano nonché free-internet guru Lawrence Lessig.

Un sasso libertario nelle acque sempre più melmose della proprietà intellettuale e sulle sterminate potenzialità della circolazione culturale nella Rete.

Dal titolo modesto, include istruzioni per uscire da Windows (anche fuor di metafora). Una lettura appassionante, che polverizzerà i record di JK Rowlings, Wilbur Smith e, naturalmente, Dan Brown. Da leggere con parsimonia, tanto è coinvolgente e dirompente.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 11 maggio 2006 | Commenti


POMID'ORO

<i>POMI</I>D'ORO

La High Court di Londra ha stabilito ieri che la Renetta del Trentino non ha violato l’accordo preso vent’anni fa con i Sammarzani. Cioè la Apple di Steve Jobs non ha violato l’accordo preso con la Apple, casa discografica di proprietà di una band chiamata Beatles per il quale la Macintosh si impegnava a non entrare nel territorio della Apple di Liverpool, cioè la vendita della musica, usando il famoso logo.

È chiaro che iTunes è un software che rende straordinariamente facile la vendita dei pomodori e la loro spremitura (il succo viene poi trasferito in un contenitore portatile con il quale è facile imbibirsi, l’iPod, tanto che lo stesso giudice Mr Justice Mann, lui stesso proprietario di un iPod e ghiotto bevitore di succo di pomodoro, ha ieri stabilito che Cupertino non pesta i piedi a Liverpool. Ovvio, no? I Beatles superstiti hanno giurato vendetta (appello).

Curioso. Sembra a me (e di certo anche a voi dopo la mia accurata descrizione del caso) che stavolta Steve l’ha fatta grossa. Io andrei a controllare il conto in banca del giudice Mann.

P.S. Anche qui si distribuisce succo di pomid'oro. Fa bene alla pelle. Continuate a scaricarlo.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 9 maggio 2006 | Commenti


GRANT MCLENNAN (1958-2006)

GRANT MCLENNAN (1958-2006)

Sabato scorso la metà di una delle migliori partnership musicali del pop, Grant McLennan dei Go-Betweens, è morto nel sonno per sospetto attacco cardiaco.

Grant McLennan (in primo piano) e Robert Forster scrivevano canzoni sottili, mai scontate, godibili eppure mai banali. I Go-Betweens erano la massima band australiana, con trent’anni di carriera alle spalle. Saranno ricordati come una di quelle band la cui qualità e la cui invisibilità commerciale aumentavano a ogni album. I loro pezzi avevano un sapore agrodolce unico, emanavano una tristezza elegante anche quando più upbeat. I testi erano un altro punto di forza.

"Cattle and Cane" è una delle più belle canzoni pop mai scritte (è una delle preferite di Bono e The Edge). "Streets of Your Town", "Surfing Magazines". Perle: le prime che mi vengono in mente di un catalogo vasto. Li amo e questa notizia mi addolora molto.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 8 maggio 2006 | Commenti


IL LUSSO VERO

IL LUSSO VERO

Il lusso vero non è lo sfondo delle case dei manager della Enron intervistati dagli autori di The Smartest Guy in the Room (la cui cupidigia dantesca ricorda quella dei conquistadores spagnoli), per il quale hanno derubato e rovinato migliaia di onesti disgraziati bensì, per esempio, avere un giardino da osservare da dietro la finestra semiaperta mentre fuori piove, in modo da sentire il ticchettio della pioggia in una mattina silenziosa.

Scusate ma uno deve pur affrontare il lunedì mattina piovoso londinese.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 8 maggio 2006 | Commenti


CONTRASTI

CONTRASTI

Una giornata che finisce con l’ascolto ad alto volume, in tarda serata (Central Line, Eastbound), dei Bad Brains in un vagone lanciato verso Bow, pieno di un’umanità piacevolmente tumefatta di alcool, può ricominciare la mattina dopo con Brad Mehldau che cola morbido fuori dalle Tannoy? Di solito ciò che nasce in un urlo muore in un lamento.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi domenica 7 maggio 2006 | Commenti


ROTATIVE GIUGNO

ROTATIVE GIUGNO

Ho appena licenziato la roba per il numero di giugno: il solito Foreign Affairs, intervista coi Keane (anche se non ero cosi keen), recensione dello showcase di Jamie Foxx e dei ghig di Flaming Lips e Pearl Jam.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi sabato 6 maggio 2006 | Commenti


THREE LONE SWORDSMEN

THREE LONE SWORDSMEN

Oggi centocinquant'anni fa nasceva a Vienna il primo da destra, responsabile, assieme agli altri due, di aver ri(s)fondato il pensiero occidentale, facendolo definitivamente uscire dalle favolette ottimistiche dell'illuminismo.

Nonostante gli sforzi onorevoli di molte menti nobilissime, non mi pare che ci siamo mossi granché dalle macerie che questi tre terribili cervelli hanno lasciato dietro di sè. Notate inoltre come la rasatura non si confaccia all'immagine grave dell'homo cogitans. Devo pensare a una figura intellettuale contemporanea davvero di rilievo? Forse solo il nostro Marcello Pera.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi sabato 6 maggio 2006 | Commenti


I'VE GOT THE BLUES TODAY

I'VE GOT THE BLUES TODAY

Have you?

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 4 maggio 2006 | Commenti


PUGNACI
Battles
Dingwalls 25/04/06

PUGNACI<br>Battles <br>Dingwalls 25/04/06

Mentre vergo questo foglio virtuale alcuni di voi li avranno già visti, altri li andranno a vedere stasera. Anzi, mi scuso se non ne ho scritto prima, credevo che le date italiane fossero più in là. Non capita spesso di sbatacchiare i polpastrelli sulla tastiera formulando segni su insiemi di individui che, attraverso strumenti musicali, emettono suoni sincroni che producono nell’ascoltatore impressioni inaspettatamente favorevoli. Insomma non capita spesso di scrivere di una band davvero interessante.

Ho visto i Battles la settimana scorsa. I Battles sono l’unica cosa giusta che ha fatto Steve Beckett da un paio d’anni a questa parte. Tramontata del tutto la sagra dell’elettronica (era pure ora, no?) Steve ha virato il timone della label in direzione Indie, dove un biondo bagliore sulla spiaggia lasciava intravedere cifre a molti zeri che facevano ciao con le manine. Ti credo. Voleva anche lui i suoi Arctic Ferdinand e fare i soldi seri, basta con quest’elitismo presuntuoso di chi vuole per forza fingere di accontentarsi con il sapersi alternativo a tutti i costi.

Ma invece di buttare i suoi quattrini al vento cercando di spingere l’inutilità fatta musica (Maximo Warp) avrebbe dovuto potenziare il marketing di questa band newyorchese davvero tritaossa perché, attenzione, l’inaccessibilità del loro suono tradisce una anche se nascosta potenzialità commerciale. Sono uno di quei gruppi su cui si potrebbero sporcare molte cartelle, ma non lo faccio ora. Mi limito a dire che: i Battles sono dal vivo molto più interessanti che in studio; ma la loro furia metronomica a volte evoca il sacrosanto cui prodest? (che il Belli o Trilussa avrebbero tradotto con un aulico e 'sti cazzi?)

John Stanier è un batterista fenomenale (io che comincio a misurare il tempo in spicchi di secolo ricordo un gig degli Helmet che mi ha solcato irrimediabilmente la corteccia del lobo temporale sinistro). L’uomo è impressionante, ma dovrebbe abbassare l’asta del piatto. Il resto ve lo dico in un prossimo post, adesso non ho tempo di continuare, sorry. So che stasera suonano a Legnano. Le Battaglie di Legnano.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 3 maggio 2006 | Commenti


CRIPTORESURREZIONE

CRIPTORESURREZIONE

Oggi, prim’omaggio, voglio brevemente parlarvi di una delle band che più ha segnato il mio percorso di ascoltatore: i Lustfaust. Dalle oscure macerie nibelungico-mitteleuropee metà Settanta scaturirono molte band che cercavano di arginare la marea popculturale anglosassone che sommergeva l’allora Germania Federale cercando un’identità musicale che fosse più autenticamente tedesca. Tra Monaco, Colonia e Berlino emersero nomi del calibro di Tangerine Dream, Can, Faust, Popol Vuh, Einstürzende Neubauten e gli esoterici Lustfaust.

Avevano una forte identità noise-industrial-elettronica e annoveravano membri provenienti da tutto il mondo, (Giappone, Germania, Belgio, California): attivi tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, guadagnarono fama grazie alle furenti e fulminee performances dal vivo che vedevano l’uso di trapani e altre amenità à la Neubauten (Blixa Bargeld ne ha riconosciuto l’influenza). La band godette di vita breve e tormentata, l’oscurità estrema ed inquietante dei loro lavori ne prevenne la diffusione commerciale al di fuori delle solite cerchie esoteriche finché le solite pressioni interne ed esterne (dissesto economico, abuso di sostanze, rivalità interne) non ne decretarono la fine prematura.

Resta la straordinaria eredità sonica a confermare quanto avanti fosse questa band rispetto al bandwagon del rock contemporaneo. La loro impronta è difficile da decifrare ma profonda. La loro inflessibile risolutezza a non svendere il proprio suono, (che oggi nello showbusiness molti considererebbero suicida) portò al rifiuto di far uscire dischi veri e propri e ricorrere all’uso di audiocassette rigorosamente low-fi.

E finalmente eccoli oggetto di una meritata retrospettiva, curata dall’infaticabile Jamie Shovlin, fan sfegatato della band ma anche meticoloso raccoglitore di memorabilia, foto, testimonianze, bootlegs, e delle cassette vuote che ricevevano dai fan e restituivano registrate, ligi all’etica DIY della Cassette culture. Personalmente, venni a contatto con la band grazie a un enclave di amici/coloni di alcuni squat berlinesi a fine anni Ottanta. Mi entusiasmarono al punto (soprattutto Tiefländer e Atem Wieder, lavori di grande intensità) da voler andare a Berlino a cogliere le loro rare ma incendiarie eisibizioni live, ma poi non mi fu possible, incastrato com’ero nella Roma Nord del champagne socialist liceo Mamiani con materie a settembre a tutto spiano.

Ecco perchè visitare la mostra all’ICA mi ha provocato un languore mnemotivo di vaste proporzioni: come sempre succede quando si ha la fortuna di ascoltare buona musica lontano da orecchie indiscrete si tesaurizza, nella speranza inconsapevole che qualcosa in futuro riapra ai più quel piccolo scrigno che un tempo tu ed altri pochi custodivate gelosamente. E sono davvero felice che una grande, misconosciuta band finalmente riceva l’attenzione e il plauso che merita. Meglio tardi che mai.

Anzi ne approfitto qui per invitare chi ha bei ricordi di questa band rediviva a condividerli con noi (fortunatamente sempre meno) pochi eletti.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 1 maggio 2006 | Commenti


Vecchi Merletti