REQUIEM POP

REQUIEM POP

Il prossimo luglio il megaconcerto dedicato alla memoria di Lady Diana Spencer voluto dai figli

L’enigma della commistione di feudalesimo e postmodernità nella Gran Bretagna contemporanea tornerà ad affascinarci tra qualche mese, per la precisione il primo luglio, quando al recentemente rinnovato stadio di Wembley avrà luogo il concertone-memoriale organizzato dai figli William e Harry per la defunta madre, Diana Spencer. Si tratterà dell’ennesimo, antiecologico megaconcerto all’aperto la cui inflazione (se ne conteranno alla fine dell’anno circa un paio di centinaia in tutto il Paese), comincia quasi a infastidire.

La line-up continua a crescere e a riflettere i gusti innocui della defunta mamma e della regale prole, radunando un vero e proprio dream-team del pop superficial-sentimentale che cronologicamente abbraccia tre generazioni. Ai già annunciati Elton John (“specializzato nello scrivere canzoni per bionde morte”, secondo il famoso epiteto affibbiatogli da Keith Richards), Joss Stone e Bryan Ferry, la prima una soul singer plastificata, il secondo reo confesso crooner nazofilo, e ineffabili Duran Duran, (passione della sfortunata principessa e unici ad essere cronologicamente nel contesto: il giorno in cui si terrà la kermesse lei avrebbe compiuto 46 anni), si sono ora aggiunti i verdissimi Status Quo (formatisi nel 1967); il piacione sessagenario Rod Stewart; la pop-pante Lily Allen (classe 1985: la sua è un’adesione che sorprende, a dir la verità), seguiti dal rapper Kanye West (che ci fa lì in mezzo?), Natasha Bedingfield, The Feeling, James Morrison e il gruppo americano Orson.

Se musicalmente questo concerto assomiglia più al tentativo di annegare un centinaio di migliaia di consenzienti e paganti spettatori rovesciando loro addosso enormi canterani di melassa appiccicaticcia, restano una serie di considerazioni culturali da fare a margine, tutte incentrate, ovviamente, sulla figura della Spencer. A dieci anni di distanza dalla sua tragica scomparsa, infatti, forti del tempo trascorso e della lettura in chiave pseudostorica di un film come “The Queen” (un altro protagonista uscente del decennio, Tony Blair, ha astutamente contribuito alla beatificazione secolare della poverina, coniando il celebre ossimoro “la Principessa del Popolo”), ci si rende conto più che mai di quanto la sua uscita di scena abbia significato la salvezza dell’anacronismo monarchico in un paese che proprio attraverso di lei si stava rendendo conto di quanto inetti, meschini e relativamente ignoranti fossero i propri reali.

Ora diventa doveroso chiedersi che cosa, una volta scrostate le mille mani di patina mediatica con cui si è riverniciata la Spencer in vita e in morte, rimanga della sua figura storica. Sputare sentenze su un fenomeno culturale straniero è sempre fastidioso (noi italiani lo sappiamo bene: amiamo sguazzare nell’autocritica ma quando qualcuno prende in giro i nostri imbarazzanti problemi diventiamo ferocemente territoriali). Ma ecco che Polly Toynbee, editorialista politica del Guardian e tra le più sagaci penne d’oltremanica, ci viene in aiuto, commentando con poche appropriate righe al vetriolo il teatro nel quale il Paese si rifugerà tra un paio di mesi. In un fulmineo post sul blog del quotidiano, Toynbee (è figlia dell’illustre storico Arnold), definisce la vicenda di Diana, che milioni di persone ricorderanno il prossimo primo luglio in un evento in mondoevasione, letteralmente come “la vita bulimica di una nevrotica triste che fu abbandonata dalla madre a un padre incapace e a una matrigna infernale. Troppo giovane e sciocca (Lady Di non era intelligente: lo sanno tutti e non solo i cattivi della casa reale. Ma del resto chi dei Windsor merita tale aggettivo, scagli la prima pietra, nda) prese la terribile decisione di sposare un principe egoista e molto più vecchio, su cui pesava il compito di sfornare il necessario erede più uno di riserva. Era bella, viziata e senza cervello. Avrebbe potuto far crollare la monarchia ma voleva solo che la corona passasse direttamente a suo figlio. È una vera tragedia che dei figli perdano la loro madre, ma questo non basta a farne una tragica eroina nazionale.”

Diana Spencer era un’aristocratica con un estro tutto borghese nella manipolazione dei media. Ha sancito il mercimonio tra monarchia feudale e culto postmoderno della celebrità. Il teatro scatenatosi attorno alla sua morte per un attimo sembrò capace di traghettare il Paese fuori delle sue assurdità costituzionali. Adesso tutto resta nelle mani di Carlo e della sua adorabile inadeguatezza, oggi non più dissimulabile come nel bel tempo lontano in cui la monarchia era circonfusa da un alone di esoterico mistero.

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OFF 29/04/07

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi sabato 28 aprile 2007 | Commenti


ANOTHER CRACK IN THE WALL OF SOUND

ANOTHER CRACK IN THE WALL OF SOUND

He had lost his enthusiasm for music in the ‘70s he said. […]
After working with the Beatles, what could possibly interest him? Disco? 'Terrible.' Michael Jackson? 'The most depressing, heinous thing. I mean, starting out life as a black man
and ending up as a white woman, what's that all about? But the King? He’s no king.
He’s a good singer, a good dancer. Good, but not Fred Astaire, not Elvis Presley…’ Rap music? 'Like the c got left off at the printers.' Oasis? ‘Jerks’ Kurt Cobain? 'When Kurt Cobain died somebody phoned me from Time magazine and said, "I haven't been
this upset since John Lennon died." I said, "You don't know the difference between
Kurt Cobain and John Lennon?" He said. "No, what's the difference?" I said,
"That's too bad, because Kurt Cobain did."' Spector falls back on the sofa. 'It's all been done! It's all been done!' da Tearing Down The Wall of Sound The Rise and Fall of Phil Spector Mick Brown, Bloomsbury Publishing, 2007, pp. 403-4

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 23 aprile 2007 | Commenti


DALLA PIANTAGIONE AL PENITENZIARIO

DALLA PIANTAGIONE AL PENITENZIARIO

Torna Wynton Marsalis, con un nuovo disco e una polemica.

Rispondere alla domanda su cosa sia il jazz è di poco più semplice che rispondere alla domanda su cosa sia l’arte: può essere l’inizio di una discussione senza fine. Di solito, per trarsi d’impaccio, si dice che è un linguaggio musicale nato per esprimere l’orgoglio e la sofferenza di un popolo oppresso, un popolo un tempo condannato alla schiavitù che ancora oggi fatica a superare le barriere trasparenti di una discriminazione in realtà ancora persistente.

Ma è anche vero che non tutti sottoscriverebbero questa definizione e, tra i musicisti afroamericani soprattutto, si è venuta a creare una dicotomia di percorsi. Se il jazz resta basilare nell’identità nera americana ma commercialmente afono (raggiunge un numero di ascoltatori infinitesimo rispetto a quelle di altri generi musicali), è l’hip-hop che ormai da decenni sembra aver preso saldamente le redini della coscienza dell’emancipazione, con tutti i pro e i contro del caso. Se infatti il successo commerciale e la fama dei rapper danno un senso di rivalsa socioculturale, è anche vero che il materialismo spinto dell’etica hip-hop attrae facili critiche. Come quella, sprezzante, che Wynton Marsalis riserva nell’epilogo del suo ultimo lavoro, From the Plantation to the Penitentiary, al genere musicale “nipote” del blues.

Wynton Marsalis è il musicista (trombettista) jazz più istituzionalizzato della sua generazione, sia nell’estetica musicale che nel ruolo. È direttore musicale della sezione Jazz al Lincoln Center di New York e da quando occupa questa posizione l’ha usata come piattaforma per un’agenda estetica di stampo molto conservatore. Quali sono le rigidità di questo grande musicista, senz’altro tra i migliori della sua generazione (è del 1961) e figura dominante del jazz degli anni Ottanta e Novanta? Molti lo accusano di avere una visione regressiva del jazz: di essere, per usare un termine neutro, un “classicista”. In una storia lunga e composita come quella del jazz (ci limitiamo a considerare quello americano naturalmente) essere classicisti significa non riconoscere nulla di quello che il genere musicale ha prodotto dopo il 1965, quindi tutto il free, per non dire il jazz rock, la fusion e varie altre contaminazioni.

È attraverso questo sguardo discriminante che Marsalis ha usato la sua immensa influenza, come direttore artistico, compositore, interprete e produttore, in nome della difesa della purezza di un “canone” che, oltre a essere poco avventuroso, è a dir poco opinabile. Questo atteggiamento, manifestatosi in lui sin da quando era un teenager dal talento prodigioso (assieme al fratello, il sassofonista Branford di un anno più anziano) gli è valsa parecchie critiche, anche illustri (Miles Davis disse che era “un bravo ragazzo, ma confuso”) In From the Plantation to the Penitentiary (Dalla piantagione al penitenziario), l’oggetto dell’evidente polemica del titolo diventa chiaro all’ascolto dell’ultimo brano, che arriva dopo una serie di numeri strumentali che compongono una meditazione sugli effetti perduranti della schiavitù e della segregazione. Si intitola "Where Y'all At?" ed è un durissimo attacco ai rappers, che chiama "big baggy-pants wearers with the long, white T-shirts" (quelli che indossano i pantaloni larghi e le magliette bianche, lunghe), colpevoli di idolatrare denaro, violenza, di essere misogini e, così facendo, di insinuare nelle menti dei giovani neri d’america una nuova forma di schiavitù. Un attacco sferrato proprio con un rap, acustico, a voler battere l’avversario con le stesse armi.

La polemica ha ovviamente scatenato reazioni, in particolare quella del rapper Incarnate, che gli risponde per le rime: "You taking shots at hip hop / Is taking shots at my family / And this man with a family / Ain't gon' leave you standing." (pressappoco: tu spari sull’hip-hop/significa sparare sulla mia famiglia/e quest’uomo che ha famiglia/non te la farà passare liscia); aggiunge poi un affondo duro quando esalta gli eroi del free Ornette Coleman e Albert Ayler, autori il cui idioma anarchico e informe è anatema per il purismo blues e swing di Marsalis. Insomma, una specie di resa dei conti nella cultura afroamericana contemporanea, con da una parte un musicista “classico” in tutti i sensi, conservatore e fautore di un’emancipazione giocata ai piani alti dell’ortodossia culturale: dall’altra, una forma d’arte che rivendica la spontaneità che proprio il jazz, un tempo grido di rivendicazione e orgoglio, attraverso la gestione patinata di Marsalis al Lincoln Center ha inevitabilmente finito per perdere.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 20 aprile 2007 | Commenti


GELDOF E IL BIGNAMI DELL'UMANITA'

GELDOF E IL BIGNAMI DELL'UMANITA'

Dopo non essere riuscito, nonostante il lodevole e disinteressato tentativo, a eradicare la fame in Africa (Live Aid, 1985) e tantomeno a cancellare il debito dei paesi africani (Live 8, 2005) suonando e cantando tutti insieme tenendoci per mano, ora Bob Geldof si cimenta in un'altra impresa di cui probabilmente si stuferà a metà. Stavolta vista l’età non più verde del rocker-attivista, non si tratta di un concerto in cui tutti, i pochi sopra il palco, le migliaia sotto e i milioni davanti al televisore, ci diamo pacche sulle spalle per la nostra sensibilità sociale, allo stesso tempo divertendoci facendo del bene, bensì qualcosa che meglio si addice allo status di Geldof, sempre in corsa con Bono Vox per la palma di supremo filantropo globale ex-musicista irlandese: una laurea ad honoris causa in antropologia.

Si tratta di un progetto multimediale di proporzioni colossali che anziché la capricciosa volubilità di una celebrity richiederà un lungo, paziente e polveroso lavoro di catalogazione: un immenso database dell’umanità che dovrebbe documentare ogni gruppo etnico e sociale del pianeta. In quest’operazione Geldof si avvale della preziosa esperienza della BBC (che probabilmente la porterà a compimento da sola), che accompagnerà la ricerca con un poderoso documentario, una versione “umana” di Planet Earth, la celebre serie di storia naturale: si intitolerà “The Human Planet”, sarà in otto puntate e si propone di filmare i 900 gruppi etnici che l’antropologia attuale ritiene compongano l’umanità. Un sito internet, chiamato Dictionary Of Man permetterà agli utenti di risalire all’origine e alla storia del proprio gruppo etnico, sociale e familiare di appartenenza, andato talvolta disperso nel trascorrere indifferente dei secoli.

«Sarà una specie di “Domesday Book dell’umanità”» ha detto Sir Bob, riferendosi al primo registro catastale della storia, risalente all’anno Mille - «ma è anche una specie di album di fotografie». Inoltre, - «non tratterà soltanto delle società tribali, ma anche l’Upper East Side di New York.»

Per girare il documentario ci vorranno minimo tre anni. La BBC ha accettato di entrare nell’impresa grazie al successo di pubblico che hanno avuto le serie precedenti, Planet Earth, appunto, e Blue Planet. Geldof ha detto alla stampa che era da vent’anni che l’idea gli ronzava in testa, precisamente da quando si era recato in Etiopia ai tempi di Live Aid per toccare con mano la catastrofe della carestia. Il progetto diventa necessario, ha dichiarato il cantante, «In un’era di globalizzazione e connessione crescenti, [in cui] siamo alle prese con la continua omologazione delle culture e la scomparsa degli straordinari e disparati meccanismi che l’uomo ha inventato per sopravvivere in qualunque ambiente naturale», definendo il sito «un immenso catalogo digitale di tutta l’esistenza umana e un’enorme risorsa per lo scambio di idee e di informazioni». Punto di forza dell’operazione sarà la possibilità, data dal Web, di avvalersi del contributo autonomo e spontaneo di milioni di persone. Geldof ha cominciato a rivolgersi a università, musei, e altre istituzioni perché contribuiscano i loro archivi all’operazione e forniscano l’apporto dei loro studiosi ed esperti. La rivista National Geographic e l’Università di Oxford hanno già dato la loro adesione.

Nonostante il mastodontico ego di Geldof getti qualche ombra sull’altrimenti luminosa missione conoscitiva, si tratta di un’operazione indubbiamente lodevole. Che la globalizzazione cancelli le differenze è un fatto. Forse varrebbe la pena chiedersi se non sia meglio, anziché fotografare il Panda prima che si estingua, darsi da fare per scongiurarne l’estinzione.

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OFF 29/04/07

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 19 aprile 2007 | Commenti


VOLKSFERRY

VOLKSFERRY

La notizia non è in sé scioccante: Bryan Ferry, già cantante dei Roxy Music e dandy auctoritas dal look stropicciato-blasé-decadente, ha detto una fesseria. Grossa. Intervistato da un giornale tedesco, si è dichiarato fervido estimatore dell’etica del Volk. Sobillato dall’intervistatore, che gli ha detto di sapere che lui, Bryan, aveva soprannominato il suo studio di registrazione “Fürherbunker” (carino, no? Chiamare un luogo dove si canta e suona come quello in cui la moglie di Goebbels ha ammazzato i propri figli prima di suicidarsi: un vero quadretto pop), Bryan si è lanciato in un peana sull’estetica totalitaria. Questa la trascrizione: “Ma il modo in cui i Nazi si presentavano, la loro scenografia? Ma signori! Mi riferisco ai film di Leni Riefenstahl e ai palazzi di Albert Speer e i raduni di massa e le bandiere: semplicemente fantastici. Davvero bello”. Usando il termine “lovely” che ha una connotazione zuccherosa lontana mille miglia dalle parate di elmetti, mandibole ariane e volitive e dal trionfo della volontà).

Ora, che un uomo di sessantun’anni dica delle fesserie del genere ai microfoni del paese che ha dato dignità scientifica al concetto di sterminio (partendo da alcune premesse brevettate dal genio italico, naturalmente) lascia abbastanza sbigottiti. Anche se costui è una popstar e chiaramente non si è mai letto un libro decente su cosa sia stato il nazismo. Evidentemente fa parte dell’immagine che Bryan, proletario figlio di minatore mutatosi in dandy/gentiluomo di campagna che con l’occhio semichiuso e il ciuffo assassino scruta la profondità dell’orizzonte, si è costruito. Almeno così appare, cogitabondo, nella campagna pubblicitaria dei grandi magazzini Marks & Spencer, il cui signor Marks è un correligionario askenazita delle vittime di Speer e Riefenstahl, così come dei nonni dell’intervistatore di Ferry: che ha quindi anche sputato nel piatto in cui mangia. Ah, e non ci dimentichiamo che il nostro ha appena pubblicato un album in cui, secondo molti, ha massacrato le canzoni di un altro Giudeo, tal Dylan nato Zimmermann: a questo punto l’ipotesi freudiana è d’obbligo.

Può darsi che nel suo tentativo di scrostarsi dal pedigree la fuliggine della miniera per un rebranding fatto di bollicine e garden party la postura nazofila abbia una funzione puramente strumentale. Già un paio di anni fa, quando quel genio di suo figlio Otis irruppe nella camera dei Comuni per protestare contro il bando della caccia alla volpe, in una delle più irritanti messe in scena che un moccioso viziato potesse concepire, Ferry si disse “molto fiero di mio figlio” come se il pargolo avesse, non so, scongiurato un attacco terroristico o si fosse adoperato per il dialogo arabo palestinese (no, lui voleva difendere il diritto delle upper classes a inseguire a cavallo un animaletto sfigato, terrorizzandolo a morte con trombe e mute di cani prima di ucciderlo).

Ma per tornare alla gaffe teutonica di Ferry: la libertà di parola che vige, per fortuna, in Europa e in Occidente in generale non lo esime dall’essersi meritato la marea di critiche che l’hanno sommerso (e anche, aggiungerei, il sospetto di non avere una grossa intelligenza tra le sue qualità principali). E la fretta con cui ha ritrattato poverino, chiaramente indica che non ha capito la gravità di quello che aveva detto. Ma bisogna mettere Ferry in un contesto più ampio, che è quello dell’analfabetismo politico (e spesso tout-court) delle rockstar. Gli esempi sono tristemente numerosi. Già Bowie, tornando dalla sua permanenza berlinese, credo nel 1979, salutò i fotografi romanamente. E se le magliette con la svastica di Sid Vicious non fanno testo, a livello più profondamente subdolo e pericoloso basta ricordare il flirt malsano con il nazismo della band “madre” dell’industrial, i Throbbing Gristle, in parte condiviso da Joy Division e New Order nei primi anni Ottanta.

Il problema è nato con il post-punk, quando la musica ha virato a destra. Nella sua reazione furibonda al “buonismo” del rock (fricchettone e sinistrorso) il post-punk ha messo dentro al frullatore Bauhaus e Riefenstahl, il maggiolino e Waimar, tutte cose “continentali” che i musicisti inglesi, nati e cresciuti in un paese che il fascismo non l’ha mai conosciuto sul serio e ha combattuto due guerre vincendole dalla parte giusta, hanno sempre trovato intriganti e utili per liberarsi dall’eredità degli anni Sessanta e Settanta. E visto che i musicisti con la storia e la politica non se la sono mai cavata granché, (se è per questo nemmeno gli scrittori e i filosofi), quella del povero Bryan non è che l’ultima boutade di una serie molto lunga. Nonostante questo, spero vivamente che il signor Marks lo licenzi.

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OFF 18/04/07

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 17 aprile 2007 | Commenti


HO SEMPRE SOSPETTATO

HO SEMPRE SOSPETTATO

che fosse un po'idiota, nonostante il mio amore per i Roxy. Fin da quando prese le difese di quell'idiota del figlio.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 16 aprile 2007 | Commenti


UN PIANO PER LA PACE

UN PIANO PER LA PACE


George Michael porta in tour il pianoforte di John Lennon

Non è il gran coda bianco dietro il quale lo si è visto suonare nel famoso video, ma è comunque lo Steinway su cui John Lennon compose una delle più belle canzoni della storia (e non solo perché divenne un simbolo del pacifismo): “Imagine”. È un piano verticale color legno, che adesso sta facendo un tour mondiale. Da solo. O meglio, con l’aiuto del nuovo proprietario, George Michael che se l’è aggiudicato a un asta, per la cifra fino ad allora più alta mai spesa per un cimelio del rock, un milione e mezzo di sterline, nel 2000. Molti esperti lo considerano di valore “incalcolabile” e, proprio dovendolo calcolare, lo hanno fissato tra gli 8 e i 12 milioni di dollari.

“Imagine” è il simbolo di un’idea dignitosa della modernità: lontana anni luce dagli eccessi e dall’arroganza tipica della razza umana del XXI Secolo, è un inno umanistico e laico disperatamente attuale. Ma è per il suo simbolismo pacifista che Michael e il suo compagno, il gallerista americano Kenny Goss, hanno deciso di utilizzare il pianoforte di Lennon: in qualità di ambasciatore. Lo strumento verrà fatto girare e posizionato davanti a musei, prigioni e scuole che sono diventati tristemente famosi per essere stati il teatro di atti di violenza. Si comincia con l’America, luogo in cui questa è una componente tristemente assidua della cultura nazionale e perché, immaginiamo, Goss è di Dallas (ha la fortuna di provenire dallo stato più sanguinario dell’Unione: una volta tanto, logistica e allegoria vanno di pari passo).

Il debutto dell’installazione è stato infatti a Dallas, al parco Dealey Plaza, dove fu assassinato John Kennedy, poi al motel Lorraine di Memphis, dove fu ucciso Martin Luther King. È stato poi trasportato davanti al penitenziario di stato di Huntsville, Texas, mentre al suo interno stava avendo luogo una delle numerose esecuzioni capitali dello stato americano; infine, la scorsa settimana, il piano di Lennon era davanti al teatro Ford di Washington DC, dove nel 1865 Abramo Lincoln fu assassinato mentre assisteva alla commedia di Tom Taylor Our American Cousin.

Evidentemente, George Michael e Kenny Goss si sono stufati di tenerlo nel tinello di casa. Goss, che possiede l’omonima galleria a Dallas, curata dal plebeo romano Filippo Tattoni-Marcozzi (che ha la Principessa Rania di Giordania le sue clienti), deve aver avuto l’idea della surreale tournée a scopo umanitario. E George ha deciso di aiutarlo. A commento dell’iniziativa, la pop star ha fatto una dichiarazione non tra le più strabilianti: «Portando il piano in tutti questi luoghi ci ricordiamo del fatto che la violenza è da molto tempo parte della nostra storia»; l’organizzatrice del tour, Caroline True ha invece chiosato: «Non è un atto politico, cerchiamo semplicemente di diffondere l’immagine della pace». Per ora, l’iniziativa sembra avere successo: in molti si sarebbero messi in viaggio negli USA per visitare il pianoforte in una delle sue tappe.

A giudicare dalla storia moderna e contemporanea degli USA, sembra proprio che il tour del pianoforte di Lennon sarà lungo, uno slalom forsennato nel sangue. La prossima settimana parteciperà a una messa di commemorazione dell’attentato di Oklahoma City, in cui persero la vita 168 persone, per poi precipitarsi a Waco, sempre in Texas (ancora sorpresi del fatto che Bush Jr sia stato governatore da quelle parti?): ottanta vittime quattordici anni fa nel famoso assedio della setta di fanatici di David Koresh. Si finisce con una capatina davanti all’ormai celeberrimo liceo di Columbine, il ponte ideale tra Charles Bronson, i video-game ultraviolenti e i Chippendales preomerici di 300.

A corredo del tour sono in preparazione un libro fotografico e un’installazione. Ma se Atene piange, Sparta non ride. Subito dopo sarà dunque la volta della vecchia Europa, compreso il paese natale di John. Il piano arriverà alla Torre di Londra, teatro di innumerevoli esecuzioni e sofferenze, per poi passare all’inevitabile tappa di Auschwitz e i luoghi di Londra degli attacchi terroristici del 7/7/2005.

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OFF 17/04/07

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 16 aprile 2007 | Commenti


NEW LABLUR

NEW LABLUR

Dave Rowntree entra in politica.

Ho incontrato Dave Rowntree, il batterista dei Blur, durante l’unica intervista che feci al gruppo, nel 1999. Era con il chitarrista, l’ombroso (e a suo tempo alcolizzato) Graham Coxon. Mentre quest’ultimo si comportava da classico odiatore di giornalisti (per carità, se ne ha tutto il sacrosanto diritto) Rowntree, di qualche anno più anziano, mi colpì per il suo buon senso e il suo tentativo di traghettare in porto l’intervista senza incidenti: quello che si definirebbe, nella terra di John Stuart Mill e Jeremy Bentham, un pragmatico.

Per questo la sua decisione di entrare in politica, nelle file del semimoribondo New Labour (il decennale imperium blairiano non poteva avere che questa nemesi) non sorprende più di tanto. Il batterista, oggi quarantaduenne, ha appena annunciato che si candiderà alle amministrative locali in una circoscrizione londinese che è storico feudo dei Tories, Westminster. Le probabilità che venga eletto sono scarsissime (“se arrivo secondo, è già un buon risultato” – ha detto al Guardian). Anche per questo, e soprattutto rispetto all’attuale congiuntura politica, con lo screditamento pressoché totale della gestione Labour del potere in Gran Bretagna, la scelta di Rowntree appare abbastanza donchisciottesca.

Mentre Damon Albarn ha sempre tenuto una posizione super-critica nei confronti di Tony Blair (il suo gran rifiuto di recarsi a Downing Street a festeggiare la vittoria elettorale nel 1997, entusiasticamente accettato dal suo rivale Noel Gallagher degli Oasis, è rimasto storico) e soprattutto è sempre stato contrario all’invasione dell’Iraq, Rowntree è di avviso ben diverso: «non sono un pacifista» - ha detto - «sono convinto che ci siano delle cause per le quali vale la pena combattere». In questo ha sicuramente un certo peso il fatto che la madre della sua fidanzata fu presa in ostaggio da Saddam Hussein durante la prima guerra del Golfo assieme a un giornalista dell’Observer: lei fu rilasciata, lui ucciso.

Sulla scelta di Rowntree sicuramente pesano anche altre motivazioni, più classiche, di ordine privato, non ultimo il fatto che, con i Blur in parcheggio semipermanente, le armi per combattere la crisi di mezza età non abbondano. «Quando sei in tour c’è sempre qualcuno che ti dice quando devi svegliarti, a che ora devi andare a letto, che ti fa trovare quello che vuoi per pranzo e te lo fa apparire davanti, come per magia. È bizzarro, è una cosa che non ti fa crescere. Si finisce per diventare adolescenti di mezza età» - ha dichiarato, fino alla salvifica illuminazione: «mi sono svegliato un bel giorno e ho pensato: dove c…o sono? Vivevo in una grande casa a Hampstead (zona collinare tra le più ricche ed eleganti di Londra) con due automobili e un aeroplano. Ero sposato con una donna che conoscevo a malapena perché dopo averla sposata ero sempre in tour e a casa non c’ero mai. Non sapevo nemmeno in cosa credessi veramente, a parte il fatto che mi piacevano i gatti».

Scattò dunque un ragionevole divorzio: e mentre gli altri membri della band facevano la mossa classica che fanno tutte le star passati i trenta, ovvero comprare stupendi cottage in campagna, farsi una famiglia e disintossicarsi (Alex James, il bassista dei Blur, famoso per le sue dissipazioni, è diventato padre e produttore di formaggi) Rowntree si è trasferito nel centro di Londra. «Immagino qualcuno la chiamerà “crisi di mezza età”, ma io lo chiamerei semplicemente crescere» - aggiunge, sulla scia della convinzione di non aver vissuto «da socialista (quale si definisce), ma da bambino di mezza età». E così si è iscritto al Labour Party, proprio mentre Albarn (col quale resta in ottimi rapporti) faceva infuocate dichiarazioni pubbliche contro l’invasione in Iraq.

E i Blur? Tra politica, industria casearia e quant’altro è abbastanza strano che il gruppo non abbia ancora deciso di sciogliersi definitivamente. Pare abbiano fissato una sessione in studio di una settimana tra qualche tempo: «una settimana è poco» - riflette Rowntree – «ma basta a capire se sarà l’inizio di qualcosa di nuovo o la fine definitiva». La Britpop band della prima ora inevitabilmente occupa un ruolo ancora preponderante nell’universo psichico del musicista. Sulla sua immutata devozione a Tony Blair Rowntree ha infatti pronto un paragone che forse suonerà non interamente lusinghiero alle orecchie del premier: «Blair è un po’ come i Blur. La band prese svariate “decisioni di merda”, ma dal vivo se l’è sempre cavata egregiamente. È così anche Blair: è capace di andare a un congresso del partito dove lo odiano tutti per poi andarsene dopo un discorso che li ha conquistati, in mezzo alle suppliche di rimanere». Ma questa volta è difficile che a Tony chiedano il bis.

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OFF 14/04/07

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 13 aprile 2007 | Commenti


QUALCUNO FERMI RYANAIR

QUALCUNO FERMI RYANAIR

Prima che non resti più air at all

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 13 aprile 2007 | Commenti


THE JOSHUA FREE

THE JOSHUA FREE

Le 1097 persone che per 45 minuti hanno infilato l’atrio della stazione della metropolitana di Enfant Plaza a Washington DC lo scorso 12 gennaio in preda alla solita ampia gamma di ansie (di andare al lavoro, di litigare col capoufficio, di affrontare una scadenza urgente, di allontanarsi dal coniuge col quale avevano appena litigato), non sapevano che sarebbero state le cavie di un esperimento. Una telecamera le ha riprese mentre passavano distrattamente davanti a un violinista che, come migliaia di altri come lui in tutte le metropolitane del mondo, si esibiscono col piattino, chi per pagarsi gli studi al conservatorio e chi, invece, come triste punto di arrivo di una carriera musicale mai decollata.

Solo che quella mattina del 12 gennaio, il musicista in questione era uno dei più grandi violinisti del mondo, Joshua Bell, prestatosi con esprit e autoironia all’esperimento, organizzato dal Washington Post, il cui scopo era “valutare la percezione della bellezza secondo il contesto”. Si sarebbero resi conto, quei mille, mentre correvano appresso alla catena tortuosa dei loro pensieri, che stavano involontariamente assistendo a quello che molti altri pagherebbero centinaia di dollari per ascoltare nelle sedi canoniche, le sale da concerto? Il Post ha voluto verificare le tre teorie estetiche principali che si contendono la spiegazione all’enigma su cosa sia la bellezza. In soldoni, sono le seguenti: quella di Gottfried Leibniz, secondo cui la bellezza è un fatto misurabile, quella di David Hume, che la considera del tutto soggettiva (come già Tommaso d’Aquino), o quella di Immanuel Kant che prende un poco da entrambe ma la vede dipendere dallo stato d’animo del soggetto osservatore.

Come avrebbero reagito i passanti? Avrebbero realizzato, almeno per un istante, che davanti a loro era un autentico genio del violino, uno che solitamente per le sue esibizioni guadagna una media di mille dollari al minuto? Se ne sarebbero accorti immediatamente, tanto la qualità intriseca delle musica suonata era al di sopra della media? Si sarebbe formato un capannello davanti all’ignoto virtuoso? Oppure l’eccezionale e irrepetibile performance sarebbe passata sotto la più totale, distratta indifferenza?

Leonard Slatkin, direttore della National Symphony Orchestra, si era pronunciato in maniera terzaforzista: “Anche ipotizzando che Bell non sia riconosciuto, su mille persone ce ne saranno almeno 35 o 40 che si renderanno conto della qualità dell’interpretazione. Forse se ne fermeranno da 75 a un centinaio.” Slatkin aveva anche predetto che un gruppuscolo attorno a Bell si sarebbe formato e che il musicista avrebbe guadagnato almeno 150 dollari. Ma il Maestro si è dimostrato troppo ottimista.

I numeri della performance di Bell: 32 i dollari guadagnati (più gli spicci), sette le persone che si sono fermate un minuto ad osservare incuriosite, mentre il violinista americano suonava la Ciaccona della Partita per violino numero 2 di Bach, che oltre ad essere una delle vette musicali d’Occidente è anche un pezzo mostruosamente difficile da suonare (sono quattordici minuti di variazioni sulla stessa progressione musicale che creano un’architettura sonora di grande complessità). Una sola persona si è fermata e lo ha riconosciuto, rimanendo persa nella meraviglia surreale di vedere un genio suonare per degli spicci. Gli altri mille nemmeno per un istante hanno distolto la mente e le orecchie dalla loro trafila mattutina. Alle sette del mattino uno ha altro per la testa, oppure ha le orecchie intasate dal proprio iPod, o semplicemente finge di ignorare perché non ha spicci in tasca.

Ho avuto il privilegio di ascoltare più di una volta in passato Joshua Bell, oggi trentanovenne, quando lavoravo al Festival di Spoleto, dove era di casa una diecina di anni fa. Bell è il classico ex-enfant prodige che ha saputo mantenere le promesse, diventando un solista di livello stratosferico. Suona uno Stradivari del 1710, l’annata migliore, del valore di circa tre milioni e mezzo di dollari, che ha portato con sé alla “performance” in taxi, anche se il suo albergo era a due isolati di distanza. Bell ha dimostrato di avere fegato nell’accettare di essere ignorato (lui, il fulcro dell’attenzione ovunque vada da quando era un poppante) e di uscire malconcio dall’esperimento, una cosa rara in un musicista del suo livello.

La fine di pezzi come la Ciaccona di Bach o l’Ave Maria di Schubert, che di solito esegue in un auditorium davanti a mille persone rapite che trattengono il respiro e che invece quella mattina erano soffocati dal caos della città che si sveglia, anziché l’esplosione estatica dell’applauso hanno strappato solo l’assordante frastuono dell’indifferenza. Più che dire dello stato della conoscenza musicale dell’americano medio, l’esperimento di Bell illumina la nostra capacità di soffermarci sull’unicità del momento presente, per quanto ripetitiva e scontata sia la nostra routine. Di stare svegli, insomma. Mi ha fatto pensare al risentimento e al fastidio che ho provato di recente camminando nel tunnel che porta al V&A Museum con la mia musica incanalata nelle orecchie tramite iPod. Un violinista suonava un Vivaldi, credo, producendo un suono che copriva quello che stavo ascoltando: rompeva la bolla d'isolamento che mi ero gelosamente costruito con la sua fastidiosa intrusione. Fosse stato anche Gidon Kremer, probabilmente non me ne sarei accorto, e anzi, ero risentito.

Sarà anche "arte senza cornice", come ha scritto il sagace commentatore del Post, ma il flop di Joshua Bell nella metro di Washington è soprattutto la prova tangibile del nostro permanente sonnambulismo metropolitano.

Qui il link allo stupendo pezzo del WPost.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 11 aprile 2007 | Commenti


BRACCIA SOTTRATTE ALLA MEZZADRIA

BRACCIA SOTTRATTE ALLA MEZZADRIA

Qualcuno dica all'ANSA che Ringo è vivo e lotta insieme a noi.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 10 aprile 2007 | Commenti


IL FASCISTA DALLA PELLE CHIARA

IL FASCISTA DALLA PELLE CHIARA

Che Lawrence Dennis fosse una delle personalità di punta del fascismo americano, si sapeva. Ma che l’ex predicatore evangelico diventato agitatore di folle e ideologo di un credo che aveva il razzismo tra le sue matrici fondanti fosse nero suonerà alquanto singolare a molti. È un libro, “The Color of Fascism”, scritto da Gerald Horne, professore di storia all’università di Houston, Texas, a ricostruire la vita di questo personaggio, morto in miseria e solitudine nel 1977 dopo essere riuscito a ingannare il mondo, mogli e figlie comprese, sulle proprie origini.

Dennis era nato nel Sud segregazionista, in Georgia, nel 1893 da madre afroamericana e padre di etnia ignota. Da adolescente, dopo aver predicato il vangelo presso i neri delle congregazioni americane e inglesi, decise di approfittare del fatto che la sua pelle era tanto chiara da farlo sembrare un “bianco scuro”, come sarebbe stato spesso definito in seguito all’apice della fama, e fare il cosiddetto “passaggio” (passing): ruppe definitivamente tutti i contatti con la sua famiglia e la sua comunità riuscendosi ad iscrivere ad Harvard come uomo bianco. Grazie alla brillante intelligenza, sarebbe diventato un diplomatico e un broker, prima di darsi alla politica: una carriera che nella società americana di allora, profondamente razzista, sarebbe stata impensabile per un afroamericano.

Il “passing” era una pratica diffusa all’epoca, possibile solo ai figli di rapporti interrazziali, quasi sempre il frutto della violenza dei proprietari terrieri nei confronti delle schiave. Le leggi americane dell’epoca consideravano chiunque nascesse da simili “relazioni” nero, indipendentemente da quanto fosse chiara la sua pelle (era detta volgarmente “la regola dell’unica goccia”: bastava una goccia di “sangue nero” per essere considerati tali). È stato calcolato che negli anni Quaranta in America erano circa 12.000 le persone di etnia mista che ogni anno “saltavano il fossato” della segregazione, sparendo per sempre dalla vita dei propri cari e della propria comunità. Si trattava di una scelta abbastanza comprensibile, visto il divario di trattamento e diritti garantito dall’essere “caucasici”.

Eppure la pelle di Dennis era scura quel tanto da suscitare perplessità, come nel caso di Charles Lindbergh, il famoso trasvolatore americano simpatizzante della Germania nazista, che assieme alla moglie fece più di un commento sull’incarnato “sospetto” dell’uomo politico. Il libro di Horne sostiene che erano in molti a sapere delle origini di Dennis, che incontrò privatamente Mussolini, presenziò ai raduni nazisti di Norimberga e ebbe udienza con Rudolf Hess, Hermann Goering e Joseph Goebbels. Ma che la solidarietà non scritta che vigeva tra gli afroamericani dalla pelle chiara, unita alla fama di politico di destra, coprirono quella che era una verità abbastanza diffusa. Il silenzio era d’obbligo, la delazione quasi impensabile: «era come denunciare uno schiavo fuggito da una piantagione» ha dichiarato Horne.

Se le proprie origini contribuiscono a spiegare il suo ambiguo atteggiamento nei confronti del razzismo più acceso – Dennis era non più antisemita della media borghesia WASP americana dell’epoca e non si espose mai troppo in dichiarazioni di delirante odio razziale di stampo nazista, di certo rimane l’enigma di un uomo che si mutilò di una parte fondante della propria identità non soltanto in vista del miglioramento della propria condizione umana, sociale ed economica, ma spintovi dall’intelligenza e dal calcolo politico. Il fascismo di Dennis fu, secondo Horne, mosso da cinismo e opportunismo politici più che da furore ideologico. Dopo il crollo di Wall Street e nel marasma ideologico degli anni Trenta, erano in molti a prevedere che tra fascismo e comunismo gli Stati Uniti avrebbero dovuto scegliere il fascismo come male minore e adottare una politica isolazionista e solidale con Hitler (come fece del resto lo stesso Lindbergh). Ciò non toglie che la parabola di Dennis, che nel secondo dopoguerra fu processato per sedizione e poi prosciolto, per poi scivolare in un inesorabile oblio, ha dello straordinario. Solo prima della morte lasciò che la sua identità finalmente emergesse, nella sua capigliatura afro: che smise di tagliare per la prima e ultima volta da quando era adolescente.

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OFF 06/04/07

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 5 aprile 2007 | Commenti


CURVE IN MOVIOLA

CURVE IN MOVIOLA

I Black Eyed Peas sono una delle più chiare avvisaglie della decadenza dell’Hip-Hop. Anche se i puristi del genere non li considerano nemmeno, vista la chiara agenda commerciale del gruppo californiano, è un fatto che il loro tentativo di conciliare le tendenze gangsta che prevalevano nel rap di fine anni Novanta col pop e di renderlo sempre più appetibile a un pubblico bianco e middle class è stato coronato da successo. Ma questo successo è dovuto in gran parte all’ingresso nel gruppo di una cantante bianca, Fergie, bionda e con gli attributi del caso tutti rigorosamente al posto giusto, inclusa la scarsa perizia vocale. Da allora, era il 2003, i BEP sono delle superstar.

Il culmine della fama è arrivato con il singolo “The Humps” e dal relativo video, entrambe del 2005 e imperniati sul “talento naturale” di Fergie, ovvero le sue curve (questo significa “humps” in slang, letteralmente “dosso” o “gobba”). In detto video, ambientato nel contesto classico di una discoteca e popolato da tutti gli ingredienti macho e sessisti del caso (pacche sul sedere, automobili, referenze a Dolce & Gabbana e Donna Karan, motociclette e automobili), Fergie dimostra tutto il suo pressappochismo coreografico e vocale: fulcro del video sono i suoi movimenti pelvici che fanno da contrappunto a un testo che descrive vari tentativi di seduzione da parte di maschi predatori ai quali lei ricorda sostanzialmente di “guardare sì, ma non toccare”. Autore del brano è il rapper e collega di Fergie che risponde al grottesco nome di will.i.am, che nel video è anche la controparte vocale di lei. Tutto di “My Humps” sembra studiato per mandare in bestia qualsiasi donna dotata di un brandello di autostima, senza scomodare il femminismo: l’ennesimo manifesto misogino glorificato dal successo commerciale e sdoganato da una “bona” caucasica senza talento al confronto della quale Gwen Stefani è Joni Mitchell. Ah, e il brano, tolte alcune belle idee nella produzione, è una porcheria.

Ora però l’insperata nemesi per tanto ludibrio è arrivata. Ci ha pensato un’artista a sua volta responsabile per la produzione di una musica tanto innocua e prevedibile da risultare ideale come sottofondo in uno Starbucks: Alanis Morissette. La “rocker” canadese ha reinterpretato “My Humps” in quella che è un’ovvia parodia: rallentandola tre volte e accompagnata solo dal pianoforte. L’effetto è assolutamente riuscito. Se da una parte suscita ilarità vedere la di solito compunta Alanis vestita in shorts e bustini di colori sgargianti e con una frangetta molto “urban” che si rifà a quella di Fergie, contornata dai maschi avvoltoi con occhiali da sole che la palpano (il tutto in moviola), il pezzo si trasfigura e diventa una sorta di tragica elegia di denuncia dello sfruttamento del corpo femminile da parte dell’industria dell’intrattenimento.

L’operazione demistifica perfettamente l’originale con tutte le sue pretese “progressiste” che ripetono un trito refrain della cultura hip-hop (e delle teorie di Camille Paglia a proposito della “material girl” Louise Veronica Ciccone): auto-oggettivizzandosi la donna si “libera” dalla propria condizione di oggetto in quanto padrona della propria sessualità. Fergie, pur sculettando gioiosa, tiene i maschi alla larga (il testo dice: “You can look but you can't touch it/If you touch it I'ma start some drama/You don't want no drama”). Morissette, cantando la stessa cosa senza i frizzi e i lazzi della produzione pop e come se si trattasse del funerale del proprio gatto, raggiunge effettivamente una bizzarra forma di pathos, restituendoci tutta la reale tragedia dell’originale. È come se John Cassavetes girasse a modo suo un film di Russ Meyer: uno straniamento tanto bislacco quanto efficace. Più che sufficiente a perdonare Morissette per la propria anodina produzione discografica.

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OFF 05/04/07

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 4 aprile 2007 | Commenti


REQUIEM CLASSICO

REQUIEM CLASSICO

Si fa un gran parlare del declino della musica classica. Anche se nell’arte e nella cultura vige la legge di Lavoisier («nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma»), sembra un fatto acclarato. L’anamnesi? A proprio volerla tagliare con l’accetta, di certo l’imporsi della cultura di massa e il divorzio della musica contemporanea dall’”ascoltabilità” (sancito definitivamente dalla dodecafonia) che veniva invece generosamente dispensata dalle cosiddette “canzonette”, termine che con sdegno compiaciuto i più fondamentalisti tra i cultori di classica da sempre etichettano il pop e il rock. La digitalizzazione del consumo musicale ha poi ulteriormente aggravato la situazione. Se l’iPod è un oggetto appositamente pensato per la reificazione del consumo di un prodotto già di per sé reificato (così un seguace di Adorno descriverebbe la canzone “senz’aura”, buttata giù come una pillola, in cuffia, mentre si aspetta l’autobus), con la musica classica si comporta in modo tutt’altro che amichevole: la classica non è fatta per essere ascoltata per strada, i rumori del mondo la soffocano, nell’iPod non possibile archiviarla ordinatamente, eccetera.

Questo declino, se relativo quanto alla produzione di musica (i compositori esistono ancora e continueranno a esistere) e all’esecuzione dal vivo, è senz’altro netto quando guardiamo alla registrazione di dischi in studio. È un fatto incontrovertibile che se ne registrano (perché se ne vendono) sempre di meno. Vent’anni fa uscivano 700 dischi di classica all’anno. Oggi sono un centinaio a malapena. Ed era attraverso la registrazione di dischi, anche se corroborata in misura minore dall’ascolto dal vivo, che si sono formate generazioni di ascoltatori dall’inizio del Novecento. Il netto predominio in termini di profitto (nonostante il periodo di crisi che le grandi case discografiche attraversano per colpa del “maledetto” Steve Jobs), che la musica cosiddetta leggera ha tuttora nei confronti della classica, ha portato alla (spesso raccapricciante) ibridizzazione di generi di cui artisti come Andrea Bocelli e Charlotte Church sono portabandiera.

Il giornalista e critico musicale inglese Norman Lebrecht da anni è impegnato a osservare questo penoso crepuscolo, e a descriverne la parabola nei suoi libri. L’ultimo della serie è Maestros, Masterpieces and Madness - The secret life and shameful death of the classical record industry (Maestri, capolavori e follia: la vita segreta e la morte vergognosa dell’industria discografica classica, in uscita da Penguin). Nel libro Lebrecht descrive il passaggio dalla superfetazione della fine del secolo scorso (con 276 interpretazioni della Quinta di Beethoven e 435 delle Quattro Stagioni vivaldiane) alla quasi tabula rasa di oggi. Se il vuoto odierno è un’ovvia reazione economica alla saturazione di ieri (solo un melomane spinto ha la voglia e la competenza per discernere il Vivaldi di Carlos Kleiber da quello di Neville Marriner), Lebrecht identifica “il punto di non ritorno” in cui l’industria si è aperta al grosso mercato per poi restarne scottata: il celebre concerto dal vivo dei “Tre Tenori” (Pavarotti, Domingo e Carreras insaccati sottovuoto) tenutosi a Roma nel 1990, che vendette qualcosa come 14 milioni di album per poi dare la stura alle succitate operazioni di crossover, nessuna delle quali, a parte rare eccezioni, fu in grado di ripetere i profitti dell’originale.

Il problema grave, nota Lebrecht, è che interrompendo la produzione di dischi, s’interrompe quella che lui chiama “la catena dell’interpretazione”: ovvero l’evoluzione della lettura di un pezzo che prende le mosse dalla versione “sublime” di questo da parte di un determinato direttore o interprete. Glenn Gould a trent’anni era uno dei più grandi pianisti viventi e concertista tra i più richiesti. In una decisione che sconvolse il mondo della musica, nel pieno della sua potenza artistica, decise di abbandonare le esibizioni dal vivo per concentrarsi esclusivamente sulla registrazione. È così che ha lasciato il suo marchio indelebile nella letteratura pianistica del secolo scorso: il Bach di Gould ha fatto epoca. Gli esempi potrebbero continuare all’infinito. Ogni tenore nel XX Secolo ha dovuto fare i conti con Enrico Caruso, almeno a detta di Pavarotti (citato nel libro), così come i pianisti con Artur Schnabel: i tenori e i pianisti di domani non potranno misurarsi con i Caruso e gli Schnabel di oggi se questi non documentano se stessi su disco. Senza voler essere catastrofisti, non sembra cosa di cui rallegrarsi.

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OFF 04/04/07

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 3 aprile 2007 | Commenti


TOLTI I LUCCHETTI AGLI MP3

TOLTI I LUCCHETTI AGLI MP3

Bravi. Adesso levateli anche ai lampioni di Ponte Milvio.

(nella foto: il boss della EMI, il cantante del nuovo gruppo di Paul Simonon e il gestore del nuovo Apple Store di via Collatina)

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 3 aprile 2007 | Commenti


Vecchi Merletti