SUPERFUCKING SIZE US

SUPERFUCKING SIZE US

Siccome ormai avrete capito che il fatto che i destrieri dei cosacchi si abbeverino finalmente alle fontane vaticane mi esalta, che i no-global pueribollitori siano al governo mi riempie di gioia e che le magnifiche sorti e progressive del neoliberalismo ovunquista non le bevo men che meno se sono sonorizzate dai menestrelli del corporate-rock, è per me un onore annunciare che il più grande pusher di colesterolo del pianeta - responsabile diretto dell’obesità di un quarto della popolazione mondiale e indiretto dell’inedia degli altri tre quarti - ha deciso di lanciare sul mercato un nuovo, saluberrimo prodotto che mette la parola fine a ogni invito al buonsenso ipocalorico.

Signore e signori, in barba a (e nelle terga di) tutte le agenzie per l’alimentazione, i ministeri della salute, le associazioni per la prevenzione degli ictus e le noiosissime organizzazioni ambientaliste, ecco a voi il BIGGER, FATTER, SICKER Big Mac™.
'Coz we're worth it!

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 28 aprile 2006 | Commenti


THEY'RE STILL ALIVE

THEY'RE STILL ALIVE

Ho visto i Pearl Jam dal vivo all’Astoria (una nota ai gestori dell’Astoria, la Mean Fiddler: dateje ‘na pulita, quel posto è un cesso. La patina r’n’r non è e non deve essere una patina di morchia). Dicevo, i Pearl Jam. Li ho visti. All’Astoria. Non suonavano in UK da sei anni. Biglietti a 600 pounds su Ebay. Fila che arrivava a Bath (La Sony It aveva annunciato il gig come "showcase": scioccheis de che?). Ho mai amato i Pearl Jam? No.

Non li ho mai amati perché della fenomenale nidiata “commerciale” di Seattle (Nirvana, Soundgarden, Alice In Chains, Screaming Trees) mi sono sembrati i meno innovativi. Il fatto che siano gli unici sopravvissuti di quella scena è un proiettile in più nella cartucciera di chi sostiene che creatività, sballo e conseguente autodistruzione siano indissolubilmente legati, a scapito di chi invece cerca di rimanere vivo, prima che creativo (non sono d’accordo, ma è un’altra questione).

Il fenomenale successo di Ten, il loro primo album, sta a testimoniarlo: il “rock” aveva finalmente una band in grado di far rivivere i miti tramontati dei Settanta (Zeps e Sabbath) mescolandoli con atmosfere più alternative, il tutto in un songwriting poderoso in grado di riempire le grandi arene di suono e passione. Ten rappresenta anche un ulteriore argomento a favore di un altro mito: che il primo album di una “grande” band sia sempre il migliore. Ci sono cascato anch’io per anni: nella maggior parte dei casi è una fesseria, ma nel caso dei PJ è assolutamente vero. Ten è infatti un disco incredibilmente maturo e inattaccabile, che miscela in modo equilibrato grazia e forza (ma c’è da dire che i nostri erano già belli navigati).

In più la band vanta un CV in fatto di pubbliche relazioni da far impallidire Naomi Klein: la loro causa suicida coi signori di Ticketmaster li rende degni di beatificazione, la loro integrità anti-commerciale (rifiuto di girare video, scelte in favore del vinile sul digitale e altre amenità da incubo del marketing) non gli ha impedito di vendere milioni di dischi (10 nel caso di 10). Solo la sbrasonata di pubblicare seicento live nell’improbabile tentativo di far guerra ai bootleggers mi pare un poco in odore di superomismo (ma in tempi di “rocker” che reclamizzano bevande gassate, gliela passiamo volentieri).

Insomma, qual è il mio problema con i PJ? Quarto, che da lungocrinito assai che ero mi sono tagliato i capelli dodici anni fa (cercando di vendere lo scalpo dissacrato a un laboratorio che faceva parrucche. Poi ci siamo accordati su un taglio gratuito. Inutile dire, l'affare l'hanno fatto loro). Terzo, la loro è un’estetica un po’ languorosa e retorica. Secondo, le tortuose arrampicate sonore di Soundgarden, per esempio, mi interessavano di più. Primo, ho sempre avuto problemi con il tono/timbro un po' piagnone della voce del pur apprezzabilissimo Vedder.

Comunque il gig è stato memorabile per la generosità di questi signori innanzitutto, che si vede, hanno bisogno di un palco per sentirsi vivi. E soprattutto (rock inglese, prendi e inserisci pazientemente nella saccoccetta) sanno suonare con agio, maestria, disinvoltura. Si, non sembri ovvio: ci si dimentica troppo spesso quanto sia bello vedere un musicista interagire col proprio strumento su un palco e farne il prolungamento del proprio corpo: troppo spesso ci si trova invece ad assistere a performer che hanno bisogno di amputazioni istantanee.

Un casino per entrare all’Astoria che non vi dico. Poi, sgattaioliamo dentro all’area riservata della Sony UK. Il set è… ma adesso non posso dilungarmi che ne devo scrivere nell’edizione cartacea. Comunque il pubblico (1.400 persone circa) era in estasi. Io ero dietro a due babbioni afrikaans che sapevano tutti i pezzi a memoria e sbracciavano contenti. Uno nell’entusiasmo si è anche bevuto la mia birra, malaccortamente abbandonata sul tavolo davanti a noi. L’ho perdonato. Era tanto contento, poverino. Album in uscita e appena la Sony si degna di mandarmelo lo recensirò. Intanto pare che sia eccellente, il loro migliore del decennio. Uno dei singoli sembra molto incazzato: di “Comatose” ha solo il titolo.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 25 aprile 2006 | Commenti


SI

SI

Non credo davvero ci fosse bisogno del punto interrogativo. Ormai negli Stati Uniti anche l'allevatore dell'Iowa la pensa come Chomsky (beh, quasi). Ma hanno voluto scomodare comunque il leading storico americano, perché l'accademia fa tanto neutrale.

Quello che è grave è che sia una rivistina musicale (con tutta la gloria e il rispetto dovuti, Rolling Stone è pur sempre un giornale che si occupa di r’n’r, qualcosa che, lo ha ribadito sabato sera Wayne Coyne alla fine del fantasmagorico gig dei Flaming Lips alla Royal Albert Hall (di cui fra poco), non cambierà mai il mondo. Ed è dunque grave che non siano il New Yorker, o Slate, o l’American Review of Books, o lo stesso NY Times a cantarla chiara. Più chiara. Una posizione netta anti-Bush l'ha assunta soltanto il Village Voice: un po' pochino.

Anche se queste testate riflettono sicuramente ancor meno l’opinione pubblica americana di quanto non faccia RS, la loro semilatitanza sul terreno civile grida vendetta. E perché qui in GB l’Economist non fa anche col padrone quello cha ha fatto col lacché? Improvvisa insufficienza epatica? Ah, e scusate se insisto, oggi è una bella festa, per me qui e voi laggiù, due volte liberati.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 25 aprile 2006 | Commenti


HAPPY BIRTHDAY LIZZY BETTY

HAPPY BIRTHDAY LIZZY BETTY

La corononna ha ottanta anni. Elizabeth Windsor, vertice del più avvincente enigma postmoderno, la monarchia britannica, si prepara ad essere festeggiata. Avrebbe voluto una giornata di sole, apprendo, ma oggi c'è un tempo di merda. Eppure si consoli, la nonna, le è andata abbastanza bene nella vita, nonostante il suo annus horribilis (quando le andò a fuoco casa) e nonostante sia attorniata da una progenie di idioti, a cominciare dal marito.

Vivo da dieci anni in questo paese ma la faccenda monarchica ancora mi risulta oscura. La mia brillante conclusione è che la monarchia in Gran Bretagna è l’ultimo lascito di una supremazia politica ed economica che da antica sta diventando vecchia. Ed antica (anziana) è anche lei, Lizzy, onnipresente figura che campeggia nell’immaginario visivo dei brit in modo paranoicamente regolare: francobolli, banconote; perché non la effigiano nella carta igienica? No Betty, non volevo essere maleducato, è solo che trovo assolutamente stimolante il fatto che tu sia riuscita a restare al vertice di un’istituzione feudale nel paese che per primo ha modernizzato il mondo. Ma si sa, è una delle tante stranezze di quest’isola.

Comunque mi auguro che una volta trascorso il tuo benigno regno l’istituzione che rappresenti si estingua come merita: è iniqua, grossolanamente obsoleta, indegna di un popolo maturo. Ma che senso ha che scriva cose del genere quando appartengo a un popolo che in fatto di maturità si fa dare dei punti dal Costarica? Del resto non vedo come un re Carlo III possa essere più imbarazzante di cinque anni di arcorepubblica.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 21 aprile 2006 | Commenti


LOW

LOW

Dopo tanto fiele, finalmente un atto d’amore. Nietzsche, filosofo tedesco che, è noto, impazzì a Torino per un’overdose di gianduia che gli elettrificò le sinapsi, diceva che ”l’arte esiste perché l’arco non si spezzi”. Per me, l’arco è la nostra capacità nervosa in senso generale, sempre in balia, appunto, di spezzarsi sotto la pressione delle miserie e delle brutture del mondo. Il ritorno di qualcosa di artistico che hai profondamente amato negli anni della tua formazione contribuisce a rinsaldare quell’arco, a renderlo più flessibile. E quindi sei contento. E quindi lo scrivi nel blog.

Sì, sembra un post sconclusionato e in parte lo è. I surrealisti parlavano di scrittura automatica: scrivi tutto quello che ti viene in mente seguendo la traccia sottesa ai ghirigori capricciosi dell’inconscio. In questo caso scaturisce dall’ascolto della prima parte di Low (1977) rimasterizzato in digitale. Low venne dopo il periodo edonistico soul americano di Bowie, periodo che lo lasciò completamente sotto un treno di coca. Trasferitosi in quel posto violentemente decadente e suggestivo che era la Berlino Ovest pre-caduta murale, il nostro fu capace di una spettacolare resurrezione personale/artistica. Chiamato quel geniaccio di Eno, all’epoca era a sua volta in cima alle proprie vette creative, si conquistò defintivamente l’epiteto di trasformista con cui, ostentando una scarsa inventiva, i giornalisti di tutto il mondo lo hanno etichettato nei decenni.

Ho creduto per anni Bowie un genio. È stata la sua fenomenale inafferrabilità fisiognomica a mettere a repentaglio la mia eterosessualità: che era quella "cosa" che vedevo nella copertina di un album della sorella maggiore della mia compagna delle elementari a dieci anni? Semplice: era quello da cui partiva Renato Zero, mio idolo di allora, quando ancora esprimeva provocatoriamente il disagio dell’ermafroditismo, prima di diventare moralista e bacchettone come la portiera di un condominio di Città del Vaticano.

Ho amato Bowie visceralmente. Il periodo berlinese soprattutto, trilogia di cui questo disco iperuranio è l’inizio. Lasciate perdere il lato B (qui si ragiona in vinilese, sorry), confezionato con Eno sulla falsariga di una poetica elettronica che era di Eno e non sua. Prendete il lato A. Brani di tre minuti massimo. Una freschezza pop disorientante. Suoni e produzione da un altro mondo. La batteria in particolare. Oddio che cos'è quel brano d’inizio, "Speed of Life", così breve e senza vocals? E "Breaking Glass". L’insensatezza dei testi di Bowie, suo storico tallone d’Achille, qui diventa punto di forza:

Baby, I've been/breaking glass In your room again/Listen

Don't look at the carpet,/ I drew something awful on it

See

Nonsense sensoriale, appunto. Ma l’energia di questo pezzo, che schizza come acqua nell’olio bollente e ti lascia dopo un minuto e cinquantuno secondi, basito e bisognoso di conforto, era, ed è ancora, impressionante. Le tinte non sono in bianco e nero, come Heroes: permea questi brani una vibrante energia cromatica, puro testosterone melodico. Questo disco ha una fenomenale copertina, la foto migliore dell'artista meglio fotografato in assoluto, un fotogramma del suo film coevo di cui sotto; questo disco è arancione non solo nella copertina, anche nel... suono. Questo disco è radioattivo.

Ma la cosa incredibile è la virata da capogiro della musica. Dal soul caldo e denzereccio di Young Americans e un altro mio preferito, Station to Station, si passa alla krautoscurità della città che porta dentro di sè lo stigma dell’odio omicida degli europei e che ha generato la loro autodistruzione. Un po' diverso dallo starsene seduto davanti a un bar di Miami con un cocktail blu in mano davanti a una Cadillac rosa. Insomma, si blatera tanto dello scarto OK Computer/Kid A dei Radiohead ma simili esercizi in suicidio commerciale erano stati già tentati in nome della creatività. E certo le legioni di easy-listeners americani conquistate nei precedenti due album non seguirono il piccolo, schizoide artista di Brixton nei suoi torbidi vagabondaggi mitteleuropei.

Detto ciò, si tratta di uno dei massimi lavori non di un genio ma di uno dei manipolatori (parola orribilmente abusata nel caso di troppi electrodilettanti), re-interpreti, adattatori di linguaggi pop più irrequieti del ventesimo secolo. Uno la cui importanza nel costume è forse superiore a quella nella musica. Cose che, in tempi di “cultural studies” onnipresenti, non mi sembra affatto riduttivo. Ora l’ho fatta troppo lunga con Low, senza nemmeno accennare al (brutto?) turkey fantascientifico L'uomo che cadde sulla terra, che uscì con lui protagonista nello stesso periodo. Potrei fare lo stesso con tutti gli album di questo signore (almeno fino a Let’s Dance), la cui frequentazione ho drasticamente rarefatto in quest’ultimo decennio. Ma è stato il mio abcDario musicale e gliene sarò grato in eterno.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 20 aprile 2006 | Commenti


FARSA ITALIA

FARSA ITALIA

Prendo spunto dalla bella vignetta paolottiana qui di fianco che meglio di molti articoli di fondo ed editoriali esemplifica lo stato delle cose in Farsa Italia. In inglese si chiamano rant, sfoghi, tirate. Chiedo scusa se vi sottopongo nel giorno di venerdì santo, quello in cui Gesù Cristo toccò il culmine della passione e della sofferenza (quello che succede dopo è demandato alla capacità di credere dei singoli) a questa tirata sul paese di cui, voi ed io, siamo parte. Oggi, in fondo, noi celebriamo un’altra passione e morte, quella di un Paese diverso. O meglio, la sua occasione, rasentata e persa lo scorso undici aprile.

Ripeto, chiedo scusa. A chi legge e a chi lavora a queste pagine, pagine che dovrebbero di norma occuparsi solo di musica. Di norma. Ma qui siamo in uno stato di semiemergenza democratica. E poi la storia contemporanea di questo paese è tutta nel segno dello sfanculamento crasso della norma. Delle idee. Non ci sono idee in questa fazione politica che metà di questo paese ha votato. Non c’è bisogno di evocare Smith, Ricardo, Mill, Bentham. Non sono liberali questi famigli del caimano. Vengono da un Gobi dello spirito, Previtopitechi partoriti da una landa desolata fatta di case al mare, accumulazione originaria, automobili comprate a leasing, rate per la barca.

Il caimano, le sue enormi fauci, la capacità di digerire un mammifero della dimensione di un cinghiale. Tutti hanno più o meno potuto sfogarsi in questi cinque anni di precaria libertà di espressione di stampo bananifero che hanno contraddistinto l’allegra scorribanda arraffona dei manipoli che hanno bivaccato nel nostro, mio e vostro, parlamento. Privi di cultura democratica. Rappresentanti di una società incivile. Che vivono in un eterno presente fatto di evasione di responsabilità, sottrazione a doveri civici, all’ossequio di un’unico dogmatico mantra: pro panza mea. Ma noi li avevamo eletti. Di fronte a una simile tragedia degna di Masoch ciascuno prendeva le proprie private misure. Io ho preso quella di restarmene al di fuori dei confini. Non è un caso che il sottotitolo di questo blog rechi la parola fuoruscito: inizialmente era uno scherzo, anche perché non oserei mai paragonarmi a loro.

Noi li avevamo eletti e ce li siamo tenuti cinque anni. I risultati li vediamo. Non li elenco, l’hanno fatto mille altri. Adesso non vogliono andarsene. Il caimano è diventato pitbull. Il pitbull è il tristemente noto cane da combattimento di chi ha problemi di erezione, un mostro genetico a cui sono stati amputati i freni inibitori che di norma inducono il cane a mollare la presa sulla preda per evitare di ucciderla. Il pitbull ha una mascella sovradimensionata che gli permette, una volta ghermita la preda, di non mollarla mai più. Il pitbull non molla. Ha in bocca un cadavere ma ancora non molla. Costoro, azzannata a morte la cosa pubblica per cinque anni, si rifiutano di mollare la presa anche dopo che l’agonizzante padrone, noi, la nostra volontà popolare, gli intima di farlo. Non vogliono farsi da parte, complice la disossata acquiescenza di quegli altri, i vincitori, che in punta di piedi si avviano verso l’assunzione delle proprie responsabilità, tremebondi di svegliare il pitbull che dorme. Il quale non dorme affatto, latra e ringhia da giorni scomposto, si chiude in conciliaboli conviviali con i suoi pretoriani nemmeno fosse un satrapo ribelle, disconosce i meccanismi del magistero del quale è investito. Queste elezioni lasciano l’amaro in bocca. E la rabbia monta. Il paese, ha detto bene Paolotti, è spacciato in due.

La Gran Bretagna, la Francia, tutti gli altri paesi europei hanno mille difetti ma una forte identità nazionale, che nel bene e nel male unisce le mille anime economico-politiche delle società del terziario avanzato. Noi no. Noi non siamo una nazione. Aveva un bel da fare GianEnrico Rusconi a scrivere anni fa Se cessiamo di essere una nazione. Non abbiamo mai cominciato. Io, al cospetto di alcuni connazionali, mi sento più a disagio che nella sala d’aspetto di un dentista dello Yunnan (dove bollono bimbi dolicocefali selezionati per reclamizzare l’ovetto Kinder). A proposito di uova (fatali): Buona Pasqua, a chi crede nella Resurrezione.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 14 aprile 2006 | Commenti


BANKSY

BANKSY

Avrete sentito parlare di Banksy, o visto i suoi lavori. Intanto se siete fan dei Blur saprete che è l’autore della cover del loro ultimo, impasticciato lavoro, Think Tank. Banksy è un guerrilla artist, un signore cioè, che fa interventi estemporanei imprevisti e spesso illegali in spazi pubblici nel tessuto urbano di Londra e non solo. Uno che, insomma, rifiuta il rapporto convenzionale artista/pubblico regolato da gallerie, musei, mostre, mercati e via dicendo.

Banksy usa la tecnica dello stencil, che non sto a spiegarvi cos’è perché voi siete dei giovani leoni metropolitani e sul panorama graffitaro siete abbastanza ferrati. Quello che mi piace assai di Banksy, oltre alle tecniche che usa, è l’acuminato senso dell’ironia e quello che definirei una sorta di sarcasmo sociale, visto che i suoi lavori sono il più delle volte perfettamente leggibili in chiave, appunto, politica e sociale: il che, voi m’insegnate, non guasta mai.

Banksy ha appena colpito a Soho in una delle sue incursioni più spettacolari e accessibili, utilizzando l’icona più celebre e ormai trita della capitale del regno di suamaestà, quando la GB era l'officina del mondo e mentre trascinava il white man's burden riempiva la white man's pocket: la siderurgicabina telefonica rossa, in acciaio di Sheffield, del peso di trentamila tonnellate. Detta cabina è accasciata su se stessa con un piccone conficcato nel fianco e del sangue che fiotta dalla ferita. Red on red.

Il lavoro è leggibile in vari modi: da sinistra, come critica della privatizzazione della compagnia telefonica nazionale, la BT. Da destra (è la lettura del Daily Telegraph), come protesta per la scomparsa delle cabine rosse, segno marcescito della di un tempo potenza coloniale imperiale del paese (simile significato nostalgico avevano i Routemaster). Dal "mercato", come pubblicità della galleria che vende altri suoi lavori che sta dietro l’angolo. Nessuno ha ancora, mi sembra, stabilito un link con La nona ora (1999), famosa installazione di Cattelan che vede un tiarato Karol Wojtyla al suolo riverso, colpito da un meteorite.

L'opera è stata, ahimé, prontamente rimossa dal Westminster City Council. Anche se finisse alla Tate, come mi pare sia stato suggerito, sarebbe una fesseria: una volta tolta da dove si trovava ha perduto completamente di senso.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 13 aprile 2006 | Commenti


ANOTHER BLOODY ELECTION

ANOTHER BLOODY ELECTION

Rosette and campaign trails 
False gestures. too much make-up 
Elected to serve the public 
How did you make your fortune? 
I love your cheesey smile 
Please will you kiss my baby 
More cars and endless car parks 
Planning permission granted 

Another bloody election 
Another bloody election 

Cover-ups. official statements 
Digest my gospel headlines 
Marilyn committed suicide 
Some nut blew jfk away 
Mr. Murdoch cares for orphans 
McDonalds goes eco-friendly 
I'm cynical of you 
There's millions like me too 

Another bloody election 
Another bloody election 

Another bloody election 
Another bloody election 

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 11 aprile 2006 | Commenti


LA TELEVENDITA

LA TELEVENDITA

Allora, visto che sono in Italia per espletare i miei doveri di suddito (sono expat proprio, tra l’altro, anche per evitare di sorbirmi la sua immagine e il suo eloquio un giorno si e l'altro pure) mi perdonerete se mi abbandono a una slavina di commenti del tutto personali che risentono ancora dello shock da televendita che mi percorre le sinapsi… L’ho visto, anch’io come voi, l’ho visto.

No. Non lo farò, ho cambiato idea in questo momento. Non vi infliggerò nulla del genere. Non ho mai scritto diffusamente di questa storia, di questi cinque anni, di questo paese, di questo personaggio. L’hanno fatto abbondantemente altre persone più qualificate di me, lo continuano a fare… No. Ho cambiato di nuovo idea. Almeno un paio di righe devo scriverle.

Introdotti dal lubrificato gesuitico moderatore, i due contendenti si sono misurati davanti alle telecamere. Tanto uno era grigio quanto l’altro colorato. Di quello colorato colpisce innanzitutto la psiche (nel senso greco di anima) di cartellone. Non è assolutamente umano. È un cartellone pubblicitario che parla. Scusate se grufolo con piacere suino nella fanghiglia dell’ovvio ma, ripeto, in cinque anni l’ho visto poco o nulla in televisione. Dicevo, il colore. La Terra di Siena del volto. A un tratto ho creduto di vedere un cipresso solitario, a evocare la pensosa e gracile desolazione del paesaggio fisiognomico. Ma quello che usciva dalle labbra era ben oltre il più danzante cromatismo. Una fantasmagorica e disarmante sequela di cazzate goffamente sostenute da un apparato numerologico degno di un veggente televisivo che da i numeri al lotto.

Mentre il contendente ostentava una sicurezza quasi a volte convincente ma sostanzialmente minata dalla sua preoccupante incapacità di sostenere il contraddittorio, il cartoon a sua volta tradiva scompostamente una forte inquietudine fino al momento topico, in cui sciorinava una serie di boutade/insulti che sarebbero stati accolti tiepidamente nel bar sotto casa. Ma il momento in cui tutti abbiamo avuto un sobbalzo cerebrocardiaco è stato nel finale.

Approfittando della possibilità di concludere, ottenuta probabilmente pena la cancellazione del moderatore lubrificato dal proprio payroll, il cartoon ha fatto, fissando intensamente la camera, una promessa la cui strampalata, surreale, direi quasi lisergica mancanza di agganci alla realtà economico materiale di questo paese significava quanto segue: il cartoon considera la società civile di questo paese una società incivile, oppure una non-società, un posto dove mors tua vita mea, un posto dove la capacità di fregare il prossimo è cifra del valore di un individuo. Ne è prova il fatto che durante il colpo basso, il cartellone fissa ipnotico il potenziale acquirente, convincendolo che deve comprare la sua merce perché solo così potrà vivere felice. La totale, sfacciata e desolante abolizione di ogni traccia idee da questo quadro prende alla gola come un cappio. Il De Profundis della politica è consumato.

Il problema allora, manifestatosi ancora più acuto durante il dibbattito nel telesalotto di Giuliano l’apostata sulla via (lastricata d’oro) dell’espiazione, è che noi siamo considerati alla stregua di gaglioffi con i quali mettersi d’accordo. È stata una triste lezione di antropologia culturale mista a marketing. Mi venivano in mente le solite geremiadi sull’Italia priva di borghesia, priva di società industriale, priva di romanzo, priva di cultura popolare… e adesso nuovamente in balia del rischi di passare altri cinque anni con Vanna Marchi. Sull’altro non mi dilungo: è troppo bigio.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 4 aprile 2006 | Commenti


ESOFAGITE DA DOWNLOAD

ESOFAGITE DA DOWNLOAD

Oggi è un giorno importante. Oggi si è compiuto un altro passetto in più nell’infinito cammino della digitalizzazione del consumi culturali in Britannia. Dette isole, si sa, oltre a essere portaerei americana perennemente ormeggiata nelle acque del mare del nord a vigile salvaguardia dalla diffusione del bolscevismo, ne sono anche lo spaccio culturale (la parola “spaccio” è volutamente ambigua).

Non che io abbia problemi nei confronti di detto stato di cose, dal momento che di questa portaerei sono un mozzo, vivendoci sopra. Anzi, vivo sulla chiatta dei Britanni proprio perché mi interessano molto le oscillazioni del suo barometro culturale e il curioso mix di atlantismo e europeità.

Comunque, ciance iperuranie e fallimentari scelte di vita a parte, la storia è questa: per la prima volta un singolo disponibile via download only è andato in cima alle charts (non quelle download, le charts tout court). Non è molto importante cosa sia e di chi (per la cronaca si tratta di “Crazy”, un’operazione retro-soul di due rapper americani, Gnarls Barkley, aka il producer Danger Mouse e il cantante Cee-Lo Green.) Quello che importa è che anche in UK ci si sta avviando verso il disfacimento del mercato dei CD.

Barriere architettoniche sempre più perfide si elevano a danno dei cyber-disabili, quel comunque cospicuo esercito agé della popolazione che ancora litiga col telecomando della televisione e ha cessato da tempo di lasciarsi ingozzare di innovazioni tecnologiche nemmeno fossero pulcini implumi nel nido (senza la fame, naturalmente). Costoro rischiano di non trovare più i CD, visto che su quel fronte ci si appresta a tirare i remi in barca. Ma niente paura. I CD non finiranno.

È ancora presto per dire se la manovra di accerchiamento e distruzione del CD, degna del Blitzkrieg di un Rommel discografico, porterà l’effetto che le Cassandre del misoneismo non mancano di lamentare a ogni innovazione: del resto niente distrugge mai niente (lo dimostrano la televisione che, purtroppo, resiste al TIVO, il cinema che, per fortuna, resiste alla televisione e via enumerando).

Quel che si può dire è che il download legale sta finalmente portando dei denari in tasca alla povera, martoriata, agonizzante industria discografica, al cui soccorso io proporrei di destinare l’otto per mille, togliendolo alla chiesa cattolica naturalmente (ma no, scherzo, non li mangio i chierichetti bolliti come fanno nello Yunnan).

Insomma il download legale si è ormai installato nelle pieghe del tessuto connettivo del consumo musicale in UK che essendo, come si diceva sopra, la yankee-prova costumi di quello che accadrà dopo poco tempo nell’Europetta, continentucolo che contiene l’Italietta, ci mostra come saremo (leggi: cosa/come consumeremo) tra enne mesi/anni. Buono scaricamento, dunque (dello sciacquone).

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 3 aprile 2006 | Commenti


Vecchi Merletti