INCUBUCKINGHAM |
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L’altro ieri sera, a coronamento di una surreale giornata trascorsa in sognanti peregrinazioni attraverso la campagna del Buckinghamshire, sotto la pioggia, in una Citroën DS familiare del ’69 - vettura rinomata per il design ma non per i consumi e l’affidabilità - giornata, dicevo, spesa nell’affannosa ricerca di un sito dove dovevo compiere una missione altamente confidenziale che poi non sono riuscito a compiere (prima perché non trovavo il sito - immerso nella verde, ridente, fradicia campagna del Buckinghamshire – poi per averlo finalmente trovato troppo tardi) impedendomi inoltre di presenziare ad un altrettanto importante appuntamento back in London nel pomeriggio, provocando in me, sulla via del ritorno dopo un 200 km spesi a vanvera nella ridente campagna del Buckinghamshire, il sempre più risoluto proposito di coltivare per tutto il resto della mia vita l’odio più accurato nei confronti di simili missioni, soprattutto quando queste hanno come teatro la ridente, verde, silenziosa campagna del Buckinghamshire, l’altro ieri, dicevo, sono andato a sentire i National al Barfly. I National sono una band di Cincinnati, Ohio, trapiantata a New York, adesso al terzo album. L’album si chiama Alligator ed è un album di cupa delicatezza, di difficile ma molto appagante conquista. I National sono in cinque, quattro dei quali fratelli (i chitarristi si somigliano e il bassista e il batterista pure). Il cantante (quello seduto in primo piano) forse è figlio unico e ha una splendida voce baritonale che sfiora il recitativo e canta di amori finiti, lontananze, amanti che invocano perdono, insomma quelle cose che accadono spesso tra persone di diverso o dello stesso sesso che scoprono di avere delle affinità; sul palco del Barfly ondeggiava in chiaro stato di ebbrezza, appoggiandosi di tanto in tanto ad un malfermo condizionatore d’aria che sporgeva dal soffitto sulle teste del pubblico, facendo temere un'imminente contusione collettiva. Il Barfly di Camden è infatti la tipica tana indie, piccola, angusta, foderata di nicotina e odore di birra. Che però offre un’intimità tra artista e pubblico sconosciuta ai posti più grossi. Quando sul palco c’è qualcosa di emozionante la si avverte subito. Anche per questo il concerto è stato tanto bello da farmi dimenticare (per un attimo) il Buckinghamshire. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 21 aprile 2005 | Commenti |
ONORIFICENZE |
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Benjamin Zephaniah è un poeta anglo-jamaicano che ha voluto celebrare la fine degli Osbournes e il fatto di condividere Birmingham come città natale con Ozzy. Ma a parte l’andata in onda dell’ultima puntata della serie su MTV e l'opprimente senso di vuoto che ne scaturirà, Zephaniah è importante perché nel 2003 ha rifiutato l’OBE, elevata britpatacca che sta per Order of the British Empire. Che gli diceva la testolina agli advisors di Blair? Come se gli spagnoli dessero il premio Pizarro a un artista peruviano. Comunque, il catartico mavaff... è qui. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 14 aprile 2005 | Commenti |
iSOD (ONE) |
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Niente Beatles, molto country e "M-M-M My Sharona". Dimmi cosa ascolti e ti dirò che sei. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 12 aprile 2005 | Commenti |
CON DENTI |
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Ieri ho intervistato quel buontempone di Trent Reznor. L’intervista esce nel numero di maggio. Intanto, se volete commuovervi come ha fatto lui, (ri)guardatevi il canto del cigno del gigantesco Johnny Cash nella cover di Hurt. Kleenex™ required. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 11 aprile 2005 | Commenti |
STAND-WHY? |
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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 11 aprile 2005 | Commenti |
PER CHI VUOLE LEGGERE |
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i giornali senza lo strazio di doversi registrare. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi domenica 10 aprile 2005 | Commenti |
iPodOGMATICO |
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L’iPod shuffle è l’equivalente musicale dei truismi di Jenny Holzer. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 8 aprile 2005 | Commenti |
iSOD |
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Credo di essere stato tra i primi 50 europei ad avere un iPod, pensate, the original iPod, quello con la ruota meccanica, che nella metro di Londra te lo guardano, che tiene solo 5 giga di musica e che oggi, per un misto di retrosnobismo e audiofeticismo, uso con delle cuffie diverse dalle originali, così la musica si sente meglio e non si vede che appunto è un iPod. Ma recentemente mi sono raffreddato. Penso che sia uno dei primi responsabili di quel renderci magnifici coglioni di cui al post dello scorso 5 aprile. Quindi lo uso di meno. Così come cerco di non fare della mia vita il film di una colonna sonora ininterrotta. In nordamerica, dove il fenomeno del rincoglionimento da cuffietta ha evidentemente raggiunto proporzioni cosmiche, qualcuno comincia a sbottare. Perché, contrariamente a quanto si creda, se ascoltiamo troppa musica finisce che non capiamo più un’emerita fava (non solo di musica). Fino a qualche tempo fa per me non esistevano momenti senza musica. Ma era un alibi. Cercavo di sfuggire all’accusa di essere me. A volte non resta altro da fare che essere imputati di noi stessi. E vivere gioiosamente la colpa. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 8 aprile 2005 | Commenti |
AMMUTINAMENTI |
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Quando un’esegeta della Critica del Giudizio come Britney dichiara che per evitare che i tabloid cannibalizzino la sua vita privata ha deciso di esprimerla attraverso l’arte (sic), uno si rende conto che l’arte è ormai incaprettata per sempre nell’intrattenimento. A credere nella sdrucciolevole differenza fra i due è rimasto solo Riccardo Muti. Risultato: una caduta dalla scala. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 7 aprile 2005 | Commenti |
RUST CAN (still) SLEEP |
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Il Canada ha dato natali artistici a luci (i Rush pre Grace Under Pressure, Glenn Gould, Skinny Puppy, Godspeed You! Black Emperor, NomeansNo, Joni Mitchell, Manitoba (ora Caribou), Leonard Cohen, David Cronemberg, Dan Aykroyd, Atom Egoyan, Marshall McLuhan, Donald Sutherland, Cirque de Soleil, Paul Anka, Mordecai Richler, Douglas Coupland), penombre (Michael J. Fox, Raymond Burr, James Cameron, Jim Carrey, Alanis Morrissette, Barenaked Ladies, Shania Twain, Diana Krall, k.d. lang, Keanu Reeves) e fiiiittaaa, fiiiittaaa tenebra (Celine Dion, Avril Lavigne, Bryan Adams, Leslie Nielsen, Pamela Anderson). Neil Young, che figura ovviamente nel primo gruppo, è stato da poco dimesso dall’ospedale dopo un’operazione d’urgenza. Perché penombra e fiiiittaaa, fiiiittaaa tenebra non guadagnino terreno: auguri. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 7 aprile 2005 | Commenti |
MC c-RAP™ |
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Lo sviluppo della cultura mediacentrica nella quale viviamo strappa oooh di meraviglia e scuotimenti di capo in un groviglio fascinoso ed inquietante. In noi, destinatari della comunicazione e fruitori della tecnologia, bombardati di merci e innovazioni nemmeno fossimo Dresda nel ’45, ormai genio e imbecillità coesistono naturalmente e senza scandali. Come? Attraverso un duplice meccanismo che, da una parte, moltiplica all’infinito (almeno idealmente) le nostre possibilità di consumo, dall’altra ci dota di strumenti sempre più intelligenti che rendono, a lungo andare, dei magnifici coglioni (quando in passato accadeva più o meno il contrario: l’innovazione manteneva un passo tutto sommato breve e gli strumenti in sé continuavano a provocare una minima secrezione d’intelligenza nelle capoccette degli utenti). Ho notato questo la prima volta che sono passato da PC a Mac (tanto per introdurre il discorso sul product placing che segue): abituato a ragionare per muovermi dentro il PC, il passaggio a Mac mi ha creato dei problemi. In questo nuovo sistema operativo, dovevo disabituarmi a ragionare. Pensai che Windows fosse una piattaforma idiota per persone intelligenti mentre Mac l’esatto contrario: intelligente per idioti. Misoneismo di un Cassandro sfigato? Può darsi, ma il livello di sguaiata raffinatezza che sta raggiungendo il mercato in America, prova generale prima della prima europea, merita attenzione. Cominciamo dal cosiddetto product placement, ovvero la presenza di un prodotto di marca in un film, video musicale, ecc.: in una scena x, il vostro attore/attrice preferiti si disseta con una coca-cola. Nulla di nuovo, ci siamo abituati. Il marchio di certi prodotti fa parte dell'immaginario collettivo, oltre che della quotidianità individuale. Lasciamo da parte il fatto che tra poco in UK la televisione, finora rimasta immune dalla pratica, aprirà le porte al pp (ma come, non ci sono già gli spot? Ehm, la tecnologia qui fa il gioco degli umani, nel senso che i personal video recorder digitali che stanno sostituendo la televisione tradizionale, consentono di registrare i propri programmi preferiti senza la rottura degli spot ogni santo minuto. Questo prefigura uno scenario inquietante per il futuro della pubblicità televisiva, dunque l’apertura al pp, peraltro contestata) e concentriamoci sulla musica. Recentemente la Seagram, multinazionale della cirrosi, ha convinto il rapper Petey Pablo ad infilare il nome del gin Seagram nelle proprie rime a pagamento. Era praticamente ovvio che il polpettificio planetario immediatamente sarebbe scattato a proporre ai musicisti un fisso di 5 dollari ogni volta che una loro canzone che nomini il Big Mac, l'ipocalorico paninazzo imputato n.1 della drammatica obesità di milioni di americani, va in onda alla radio o in TV. Nulla di nuovo nemmeno qui: già secoli fa Ramones (“I met her at the Burger King”) e Run DMC (“My Adidas”) schiaffavano i marchi nei testi: solo che lo facevano ehm, gratuitamente, riflettendo il grado oggettivamente profondo di penetrazione che quei prodotti avevano raggiunto nella loro immaginazione creativa. Insomma non facevano marchetting, per usare una terminologia meno aulica. Stessa cosa vale oggi per Jay-Z, 50 Cent e Snoop Dogg che infarciscono le rime con i prodotti stralussuosi che popolano il loro mondo: Courvoisier, Gucci, Dom Perignon, Bentley e Porsche. Detti prodotti, com’era prevedibile, hanno goduto un’impennata di vendite. In america, paese dalla tradizione nonconformista e alieno dall’orrore ipocrita di noi cattolici nei confronti del denaro, il concetto di marchetta non esiste e quindi era naturale che scattassero operazioni come quelle di Seagram e McDonalds. Con buona pace delle associazioni per la difesa dei diritti (e della salute) dei consumatori. Ok, nulla di straordinario: resta il dilemma se considerare il cittadino medio un consumatore riflessivo in completo controllo delle proprie facoltà di discernimento, come un po’ untuosamente lo definiscono in pubblico le corporations, oppure un sacco vuoto nel quale gettare tutta la propria merce perché se la porti all’inferno, come spesso accade a chi per anni si è massacrato fegato e polmoni senza tralasciare congrue sovvenzioni a Philip Morris, Seagram, ecc. Un altro aspetto della faccenda riguarda la sempre maggiore digitalizzazione del gusto. Mi spiego: fino a qualche anno fa le preferenze individuali in fatto di cinema, letteratura e musica erano ancora in buona parte dipendenti dall’odiatissima figura del critico (cominciano a fischiarmi le orecchie, mah). Niente più ore passate a leggere gli astrusi e arroganti pastrocchi verbali di un nerd per capire le influenze del dato artista: da oggi con le recommender applications possiamo capire esattamente chi è e se ci piace. Basta dire loro quello che già ci piace. Lo facciamo ogni volta che compriamo su Amazon: il demoniaco algoritmo calcola le affinità con quanto abbiamo già comprato e ci scodella quello che necessariamente ci piacerà. Senza quasi mai sbagliare. Quello che un tempo ciascuno di noi considerava un percorso lento e avvincente di scoperta, magari irto di fregature ma anche di fortunose digressioni fino all’approdo desiderato, diventa una lista di nomi e opere, accurata e disinfettata in un nanosecondo da un software. Ora questi programmi sono diventati dei siti e si avviano a plasmare le prossime generazioni di consumatori. Torna il dilemma: questi straordinari ausilii tecnologici, con il loro drastico taglio di tempi e risparmio di energie, aiutano veramente a capire meglio il mondo circostante o ci rendono, appunto, dei magnifici coglioni che sanno ciò che non capiscono e osservano ciò che non vedono? I figli dei bambini di oggi, capaci di inviarsi Guerra e Pace senza vocali in 10 sms, sapranno domani tenere una penna in mano? Ma soprattutto, servirà tenere una penna in mano quando uno nasce con la tastiera incorporata nei pannolini? Forse denuncio troppo la mia età anagrafica rispondendomi di si. E aggrappandomi all’idea che i libri vadano letti, i film visti, i dischi (lapis vinilico) ascoltati. Nel tempo. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 5 aprile 2005 | Commenti |












