ROYAL SURREALISM

ROYAL SURREALISM

permalink

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi sabato 31 marzo 2007 | Commenti


MI RILASSO

MI RILASSO

Peparandomi a fondo in palestra per l'arrivo di Tarantello: un film derivativo in omaggio a un genere derivativo. Exploitators di tutto il mondo, gioite: Grindhouse sta per sommergervi in un un inebriante bollore di sangue e proiettili. In esclusiva per gli amanti del cinema giostra (quelli che, uscendo dalla sala, barcollano beati).

permalink

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 30 marzo 2007 | Commenti


EMI MUSIC? NO, OMO MUSIC

EMI MUSIC? NO, OMO MUSIC

La SonyBMG ha lanciato qualche mese fa una sua nuova sottoetichetta, la Music Is a Twist, che non è specializzata nel pubblicare generi particolari di musica ma generi particolari di musicisti. È infatti la prima casa discografica di una multinazionale a dedicarsi esclusivamente alla pubblicazione di musica di autori gay e transgender (la formula in inglese è l’acronimo LGBT che sta per Lesbian, Gay, Bisexual e Transgender).

L’etichetta ha appena annunciato la sua new entry, il gruppo punk americano Gossip, la cui cantante, Beth Ditto, è stata recentemente eletta dal New Musical Express la donna più cool del rock, oltre a ricevere la copertina del settimanale. Si trattò di due eventi abbastanza inusuali, soprattutto viste le misure non esattamente da pin-up dell’orgogliosa Ditto, un sospirato antimodello per le teenager anoressiche di cui si aveva da tempo bisogno. Il loro ottimo album, Standing In the Way of Control (una tirata contro l’ostruzionismo di Bush sui matrimoni gay in USA) è stata una delle rivelazioni punk del 2006, rendendo la leader del gruppo di Washington un personaggio su ambo le sponde dell’Atlantico.

La creazione della Music Is a Twist da parte di un gigante come la SonyBMG è di per sé un fatto positivo. Finora, le case discografiche gay avevano un manifesto politico molto chiaro e diretto e pubblicavano solo musica militante ed estrema, soprattutto negli ultimi vent’anni: il risultato era un messaggio flebile e autoghettizzante, ma anche fiero e di qualità. Che ora la musica di artisti gay trovi finalmente un riconoscimento commerciale (mainstream) con tutti i crismi è, sì, segno di maggiore tolleranza e apertura della società e del mercato verso le cosiddette “minoranze” di vari ordini e grado: ma quando si considera la molla che c’è dietro questa apertura (ovvero la convinzione da parte degli azionisti di riferimento di un colosso del valore di quattro miliardi di dollari che quella gay è una clientela dinamica e lucrosa) allora possiamo riporre mesti le bandierine dell’entusiasmo e rassegnarci all’ultima lezione di “realismo morale” del grande capitale. Il fatto che gli autori della MWAT siano gay, lesbiche, bisessuali e transgender non li esime dal rischio di produrre musica banale e inutile, lo stesso nel quale incorrono gli eterosessuali.

In fondo, basta guardare al catalogo della MWAT per capire che siamo lontani mille miglia dal territorio di musica indipendente (e quindi, per molti, di qualità) da cui provengono le Gossip: la Kill Rock Stars di Washington che, oltre all’eloquenza del nome, vanta anche un prestigio non indifferente (ha pubblicato anche singoli di artisti come Nirvana e Elliott Smith, oltre alle band del movimento Riot Grrrl). Il resto degli artisti che fanno compagnia alle Gossip nella loro nuova casa sono Kirsten Price, cantante soul californiana del tutto mainstream e dalle scarse pretese “artistiche” e altre che hanno contribuito colonna sonora della soap opera americana The L World (la parola lesbica): un prodotto televisivo patinato che di alternativo non ha assolutamente nulla.

Insomma, Beth Ditto con questa scelta divide. C’è chi è convinto che abbia messo seriamente a repentaglio, per non dire distrutto completamente, la sua credibilità di artista impegnata e “contro”. È una scelta che si fa presto a criticare, quando nove volte su dieci la qualità del proprio lavoro, se difesa con accanimento, porta solo a farsi superare da mediocri con una chiara agenda di come raggiungere il successo. Le Gossip vengono da una realtà di sottoproletariato rurale dell’Arkansas dove la disoccupazione è alle stelle e la povertà anche: è sacrosanto che cerchino di migliorare le proprie condizioni di vita. Ciò non toglie che il fatto che abbiano “sold out”, nel senso di essersi vendute, sia vero. Il loro punk perderà efficacia, il messaggio pure: potrebbe essere disponibile sugli scaffali di Starbucks e avere lo stesso impatto emotivo di un latte macchiato. E poi che si tratti di una casa discografica multinazionale sì, ma per gay e lesbiche, non cambia la sostanza dei fatti: essendo un’operazione commerciale fatta per svuotare le tasche di gay e lesbiche, è esattamente lo stesso che se avessero firmato con la casa madre, la SonyBMG. Cosa che, appunto, hanno fatto.

permalink

OFF 30/03/07

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 29 marzo 2007 | Commenti


FASCISTI SU SPARTA

FASCISTI SU SPARTA

Non preoccupatevi per 300: sarà pericoloso, ma fa soprattutto ridere.

Avrei volentieri steso il metaforico velo pietoso sulla questione se 300, il film che Leni Riefenstahl avrebbe diretto volentieri se avesse fatto un corso accelerato alla Microsoft, vada preso sul serio o meno. E, in tutta sincerità, per un momento l’ho fatto: prima di vedere il film, appena uscita la notizia che in Iran stava scatenando la prevedibile reazione non esattamente filosionista. In fondo se i film sono lo specchio della cultura contemporanea, non è forse Hollywood quello della cultura americana contemporanea? Perché trincerarsi dietro il simulacro della fantasia (“è un film fantastico, non va connesso alla realtà”)? Poi l’ho visto. Il primo pensiero è stato che fosse la versione losangelina del film di Guzzanti, Fascisti su Marte, solo con molto software in più e ironia in meno. Solo dopo ho capito che 300 è, in realtà, nonostante il cybergrand-guignol, un film completamente comico.

Premetto una cosa, onde chiarificare preventivamente: ho smesso di giocare ai videogames a vent’anni e di leggere fumetti a dieci; “fumetto d’autore” è uno dei miei preferiti esempi di ossimoro; “24” per me equivale a “due volte 12” e Kiefer Sutherland è il figlio sfigato del molto più bravo Donald; infine, ho riso ininterrottamente durante un episodio del Signore degli Anelli (non ricordo quale): inutile dire che non ho visto gli altri. Sono fuori dell’immaginario contemporaneo? Può darsi. Ma premetto anche che mi piace il cinema. Non dovevo vederlo?

E invece l’ho visto. Ri-premetto che, mentre scrivo, una quindicina di soldati inglesi sono nelle mani dei turpi discendenti di Serse. A questo proposito ricordo a chi ha visto il film in italiano (anche a Roberto Saviano che, sull’Espresso, ha intessuto su questo film un ambiguo panegirico, andandosi addirittura a rileggere Erodoto), che c’è tutto un codice per leggere i kolossal americani in costume in lingua originale. Regola prima: per gli americani tutto ciò che è antico (e infido) parla inglese. Inglese-inglese, intendo, non American English: un classico e giustificato rancoroso retaggio dei gloriosi giorni del 1777, intellettualizzato successivamente da Tocqueville e assimilato da Cecil De Mille & Co. nelle loro opere di macelleria storica. Il protagonista di 300, Leonida, il Jack Bauer di Sparta, è infatti britannico e il resto del cast parla una gioiosa babele di inglese coloniale. L’effetto esilarante è irresistibile. Avrà a che fare con il ratto dei marines? Non lo escluderei (Tony Blair è odiato nel mondo arabo come Bush, ma non gode del rispetto di quest’ultimo).

Ma torniamo al cartone anim… ooops, pardon, al film. Cominciamo da Serse, il supercattivo, stracarico di anelli e orecchini, tanto super da essere alto tre metri: sembra uno di questi studenti (quasi sempre italiani o spagnoli) che vagano qui a Londra per Camden su zatteroni di mezzo metro curvi sotto il peso di trecento tra piercing, extensions e body-modifications e che non avranno mai il coraggio di tornare a casa, tante saranno le sberle che gli darà il padre. Ed effettivamente, 300 è un’orgia visuale che può piacere: i cybercritici eiaculano soprattutto sulla fotografia, i colori, la grandiosità, nemmeno fosse un quadro di Turner. OK ragazzi, ma la cosa bella della Playstation è che potete buttare via la vostra vita giocandoci seduti in poltrona a casa, non c’è bisogno di andare al cinema, attività troppo dispendiosa di calorie, non solo intellettuali. Ma capisco perché 300 vi possa piacere: l’attività neuronale necessaria per seguirlo è pari a zero. Richiede un cervello-joystick con quattro posizioni: avanti, dietro, destra e sinistra. L’etica binaria che sottende 300 opera come il processore di un computer: bianco-nero, buono-cattivo, ecc.: che diamine, l’equipaggiamento migliore per cogliere la complessità del reale. Ma 300 vuole essere capito, e chiaramente: per questo i suoi concetti profondi (frasi del tipo: “Spartans! Enjoy your breakfast, for tonight we dine in Hell!” oppure “This is where we fight. This is where they die” pronunciate da Leonida, oppure aforismi neoliberal come: “Freedom is not free” pronunciate dalla virtuosa moglie di lui) sono urlati autisticamente per tutta la durata del film, spesso commentati da un sagace Huh! Huh! Huh! delle truppe (momentaneamente uscite dalle gabbie e intente a gustare beate le banane del rancio.)

Avrei anche una riflessione da fare sull’originalità di questo film, che è solo relativa alla parte CGI (quella, insomma, fatta al computer da un programmatore grasso, calvo e con gli occhiali, tutto il contrario degli opliti). Il resto è un plagio del Gladiatore, e pure fatto male: Leonida (Gerard Butler) è un Russell Crowe dei poveri, che urla come un matto senza avere un’unghia della terribilità del Maximus di Crowe. La scena finale, nel biondo grano pettinato dal vento della democrazia salvata è anche copiata dal film di Ridley Scott. Ma questo Frank Miller (autore del “graphic (hahaha) novel” da cui è stato tratto il film) non aveva una fantasia prodigiosa? Inoltre, Miller ha dichiarato di essere stato “folgorato” da bambino dal film “The 300 Spartans”, pellicola americana del 1962 in cui alla paura dell’arabo teocratico si sostituisce quella del russo comunista. Ebbene quel film, che ho visto giorni fa, non solo sembra Eisenstein in confronto a 300 (quelli erano i bei tempi in cui la propaganda -ista poteva essere anche capolavoro), ma contiene molte battute che Miller ha infilato nel suo romanzo e che sono finite in 300. Come a dire: va bene ispirarsi, ma copiare, no.

Prima di concludere, mi soffermerò ancora un istante sulla colpa maggiore di 300 secondo i suoi noiosi detrattori vetero-politicallycorrect, ossessionati da Godard: che sia razzista e omofobico. Certo, i neocon di Leonida (mannaggia è un peccato che fosse anche il nome di Breznev) sono tutti bianchi e si ergono contro l’orda asiatico-marroncina, che, naturalmente, è molto più numerosa di loro. In più, hanno tutta una serie di mostri deformi e taglia-teste per épater le Spartan: non ci riusciranno, naturalmente. I figli ariani del libero mercato contraggono vieppiù i loro addominali (i modelli delle copertine di Men’s Health sono tornati tutti in palestra, rosi dall’invidia) e mietono frotte di cloni di Ahmadinejad che si lasciano sterminare perché demotivati dalla carriera nel settore schiavile (prologo naturale dello statalismo burocratico dell’impero sovietico). Smettetela di vedere il razzismo dappertutto, voi pigri omosessuali europei, e lasciateci trascinare il fardello dell’uomo bianco: ci siamo rimasti solo noi americani a farlo (oltre ai padani).

E per quanto riguarda l’omofobia? Che stupidaggine: nonostante ci provi, a prendere in giro quei pedofili degli ateniesi, Leonida Rumsfeld e i suoi - con i loro costumini, gli addominali ben oliati e la prolungata sosta alle sulfuree terme-opili lontano dalle mogli virtuose - sono un vero e proprio sogno (omo)erotico. Fassbinder avrebbe senz’altro apprezzato. Con buona pace di Saviano.

permalink

OFF 29/03/07

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 28 marzo 2007 | Commenti


STATO CONFUSIONALE

STATO CONFUSIONALE

Il mio, dopo aver letto sull’espresso il pezzo dell’altrimenti ottimo Roberto Saviano su 300. Fesserie che si dipanano armoniose come filari su una collina della Champagne. Non ho il tempo di scrivere cosa penso del film e dell'articolo in questione: mi limito a indicarvi il post di un blog americano di critica cinematografica che riassume in modo colorito ed eloquente il mio pensiero.

permalink

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 27 marzo 2007 | Commenti


BELIEVE THE HYPE

BELIEVE THE HYPE

Questo sito, partorito dalla spaventosa mente del solito ventenne che, trentatreenne, si ritirerà alle Bahamas a spendere i soldi guadagnati d'ora in poi a fare surf finché gli reggeranno le rotule, consente di individuare, ascoltare e commentare tutta la musica di cui gli indienerd del web vanno pontificando. Finché la Unilever non se lo compra, o la Corte Suprema non lo chiude, un valido strumento per scandagliare i fondali della rete alla ricerca di perle.

permalink

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 26 marzo 2007 | Commenti


VINTAGE SUL SERIO

VINTAGE SUL SERIO

Perché i Kings Of Leon sono una delle migliori band in circolazione.

Vengono dal Tennesse, come Justin Timberlake, ma hanno un’idea della musica un po’ diversa. I Kings of Leon sono tre fratelli: Nathan Followill, Caleb Followill, Jared Followill e un cugino, Matthew Followill; sono figli di un ex-predicatore pentecostale. Fino a poco tempo fa avevano delle venerabili barbe da pionieri: eliminate quelle, ora restano orgogliosamente lungocriniti. No, non sono i testimonial di uno spot del Jack Daniels, sono una delle band più concrete e potenzialmente più grandi d’America. Poco più che ventenni, sono cresciuti viaggiando attraverso il grande Sud degli USA, seguendo il padre Leon nelle sue vaganti predicazioni evangeliche: un’infanzia peripatetica attraverso chiese, raduni di cristiani semifanatici, roulottes e station-wagon scassate che lasciano dietro di sé scie di polvere del deserto (viaggiavano con la famiglia in una vecchia Oldsmobile dei primi anni Ottanta).

Questo background è in parte responsabile del loro sound dal sapore country e garage rock, impregnato di sonorità anni Settanta pur senza suonare furbamente retrò. Il loro esordio del 2003 in UK provocò un entusiasmo critico generale: in molti considerarono Youth & Young Manhood miglior esordio rock del 2003. La band, allora nemmeno ventenni, venne immediatamente cooptata da U2 per aprire nel loro tour e, successivamente da Dylan in persona. Non è un caso che i ragazzi del Tennessee scomodassero simili leggende nel mietere lodi. Seguì l’anno successivo Aha Shake Heartbreak, un disco che, lungi dal presentare i sintomi della classica “sindrome da secondo album”, vantava una collezione di pezzi forse addirittura superiore. Più che sufficiente per confermare il visibilio di critica e pubblico in UK ma, come spesso succede, tutt’altro che in grado di cogliere l’attenzione dell’immenso mercato americano.

Ciò non toglie che il quartetto suoni un rock straordinariamente genuino e lontano mille miglia dal lezzo di contraffazione che spesso circonda i lavori di indie band di grido che continuamente la critica (soprattutto) britannica si trova “costretta” ad esaltare. I testi non hanno granché di esistenzialista: sono per lo più ragionate dissertazioni sugli alti e bassi del rapporto con l’altro sesso: amori contrastati dai genitori, fughe, peccato, tradimento, dannazione. È il passato religioso dei boys a conferire alla loro musica e alla voce di Caleb le tematiche in questione, che il vocalist e chitarrista ritmico riesce a rendere con sorprendente maturità, naturalezza e bravura.

Insomma, per una volta l’”hype”, ovvero la buriana mediatica sollevatasi attorno ai nostri eroi, alla quale il look adonico di Caleb certo non ha dato fastidio, è ben meritata. Il mélange di Southern rock alla Lynyrd Skynyrd con sonorità inevitabilmente più moderne è più che mai efficace nell’ultimo album in uscita il prossimo 3 aprile, dal titolo Because of the Times. Il vero asso nella manica del gruppo è sempre la voce di Caleb: un lamento sexy che sembra in parte scaturire dalla faringe di un bluesman cinquantenne del Mississippi, in parte da un resuscitato Bon Scott (ACDC). Pieno di brani di prima qualità (da “Knocked Up”, splendida cavalcata inaugurale di quasi otto minuti che parla di una fuga d’amore di due adolescenti contro la volontà delle famiglie) al divertissement à la Pixies di “Charmer”, fino alle ballate folk di “The Runner” e “Trunk”, Because of the Times è il terzo convincente capitolo di quella che merita di essere una strepitosa carriera.

permalink

OFF 24/03/07

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 23 marzo 2007 | Commenti


MOKARTNEY

MOKARTNEY

Sir Paul vende i suoi dischi nella cappuccinoteca.

permalink

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 22 marzo 2007 | Commenti


RUMOROSITA' DELL'ASSURDO - ASSURDITA' DEL RUMORE

RUMOROSITA' DELL'ASSURDO - ASSURDITA' DEL RUMORE

Blixa Bargeld (Christian Emmerich) è uno degli artisti più carismatici in circolazione e non lo dico solo da amante dei Neubauten (Haus der Luege ancora mi dà i brividini). Metà Stockhausen, metà punk, rappresenta meglio di chiunque altro il fermento culturale della Berlino pre-caduta muro, un periodo in cui quella città era interessante quasi quanto Gallarate, con i suoi splendidi mobilifici. Blixa a vedersi incute timore: alto uno e novanta, con grandi mani e le unghie smaltate di nero, è diretto a gran velocità verso i cinquant'anni non senza portarsi addosso i segni di una lugubre e sincera dissipazione (sai, a frequentare per vent'anni il Bad Seeds Health Club...).

L'altroieri, per la serata finale dell'Ether Festival, ci ha intrattenuto con un solo-show in cui mescolava Dada, rumorismo, comedy ed elettronica. Ho scoperto che anche un'icona dell'underground berlinese può essere ironica, e molto. Sarà che per me l'inglese parlato con forte accento tedesco è tutt'altro che caricaturale. Bargeld è un grande attore e se fossi Peter Stein cercherei di corsa il suo numero di telefono.

foto di antonio pagano

permalink

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 21 marzo 2007 | Commenti


EMOSC(R)E(A)MO

EMOSC(R)E(A)MO

Gli Enter Shikari? Sono la versione trash dei Mars Volta. Da premiare il loro zelo scatologico nell'assemblare il peggio della musica degli ultimi vent'anni (trance, eurotecno, linkin park-style nu-metal). Da infliggere in cuffia al vostro peggior nemico il giorno in cui vi prenderete quella sospirata vendetta.

permalink

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 20 marzo 2007 | Commenti


STAGE DOORS

STAGE DOORS

Fatta chiacchiera con Ray Manzarek, classe 1939, l’età di mio padre, uno splendido hippy di quasi settant’anni, che militò nella band che è la madre di tutte le band controculturali, i Nirvana degli anni Sessanta, a cui non mi sono sentito di rovinare la giornata chiedendo “perché ancora?”. Circondati dal bianco operatorio di un hotel new economy, il Sanderson, si è parlato di storia americana, di chi nasce incendiario e muore pompiere, di cosa farebbe Morrison se fosse ancora vivo e di altro ancora.

Ne esce un ritratto che solo in parte riequilibra il mio rant di qualche settimana fa sulle ceneri di questa band, reimpacchettate e rivendute fino alla nausea e dei suoi cantanti part-time. Su aprile.

permalink

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 19 marzo 2007 | Commenti


RAW

RAW

""Is," "is." "is" — the idiocy of the word haunts me. If it were abolished, human thought might begin to make sense. I don't know what anything "is"; I only know how it seems to me at this moment."

(Robert Anton Wilson, l'ultimo dei Carneadi)

Stasera, penultimo appuntamento con l'Ether Festival, creatura dell'amico, promoteur extraordinaire nonché frontman dei Last Man Standing Glenn Max: Coldcut, in una serata dedicata a quello sbroccatone di RAW.

permalink

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi domenica 18 marzo 2007 | Commenti


IGGY E IL SUO CONCETTO DI "OLD EUROPE"

IGGY E IL SUO CONCETTO DI

England and France, these cultures are old/The cheese is stinky and the beer isn't cold

da "Free and Freaky in the USA" (The Weirdness), su cui mi sto formando un'opinione, lentamente e dolorosamente.

permalink

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi sabato 17 marzo 2007 | Commenti


UNA MOSS POCO FELICE

UNA MOSS POCO FELICE

Sono i Bonnie & Clyde dello show-business: la modella più famosa del mondo e il cantante più tossicodipendente. Ma, anziché rapinare banche, sono specializzati nell’interpretare un ruolo di dissipazione tipo Anita Pallenberg/Keith Richards di trent’anni fa (solo che oggi tutto questo viene documentato in diretta video, audio ecc. da migliaia di mezzi d’informazione). Lei, più famosa di Anita, ha un grande talento “naturale”: lui, anche, forse, nell’altro senso, sebbene non ce ne abbia ancora dato una dimostrazione convincente. E comunque, prima di riuscire a eguagliare il mito di uno come Richards, dovrebbe suonare di più e tossicodipendere di meno.

Ci asterremmo dallo scrivere di questi due personaggi, visto che ci pensano tutti gli altri giornali almeno N volte a settimana. Di lei pensiamo tutto il bene possibile e anche di lui. Ora però la loro storia d’amore sta assumendo degli aspetti francamente ridicoli: non paga di essere apparsa sullo stesso palco dei Babyshambles al fianco del suo beau, per, ehm, cantare, mademoiselle Moss sta al momento chiaramente aspirando a uno status alla Lou Andreas Salomé o Alma Mahler: da musa del Doherty è adesso diventata coautrice, arrivando, (questo è il colmo del ridicolo e dimostra che qualunque istituzione è disposta a calarsi le braghe per un po’ di pubblicità) a ricevere la nomination per un NME Award, competizione indetta dall’omonima rivista musicale per adolescenti.

Naturalmente gli altri Shambles non l’hanno vista di buon grado: passi le pagliacciate sul palco, passi le paparazzate 24/7, sopportate con stoicismo e senso della realpolitik (senza la fama e le canzoni di Doherty forse gli altri starebbero ancora lavorando part-time da Starbucks) ma ora la misura è colma. Vuole fare anche il nostro mestiere questa qui? Risultato: alla cerimonia di premiazione dei NME Awards la band ha disertato, sono andati solo KatePete che hanno snobbato tutti e hanno passato la serata a pomiciare in maniera pesante, tanto che la security li ha invitati a lasciare il locale: si vede che anziché le macchine incidentate à la Ballard, i due per eccitarsi hanno bisogno di un locale pieno di fotografi.

Insomma una farsa. Kate Moss che scrive le canzoni del suo Pete, oltre a tirarlo fuori (ma lo sta facendo davvero?) dall’eroina. «Io sono Kate Moss», lei si ripeterà tutti i giorni davanti allo specchio: «Posso stare con uno non famoso? E, cosa ancora più importante, posso stare con uno non famoso e non tossico e non maledetto? Ma soprattutto se sto con uno famoso e tossico e maledetto, posso lavargli i calzini?» Kate, la sublimazione iperurania della donna simulacro (omaggio a Baudrillard), la donna senza identità, la mannequin che, come un manichino, non ha la facoltà di articolare, di pensare, è logico che si ribelli titanicamente a questa prigionia dorata in cui gli dei della società dello spettacolo l’hanno condannata sin da adolescente, imponendole di guadagnare miliardi pur di abdicare alla sua prodigiosa intelligenza creatrice. Ma questa ribellione, che consiste nel voler dimostrare al mondo che “anch’io sono un’artista, una poetessa, una creatrice tormentata” naufraga nella sua ricerca dell’immagine di “rock chick”, termine inglese che identifica l’attachment femminile dei rocker fallocrati, fanciulle dal design ben curato e dalla materia grigia superleggera (attenzione però: non sono groupies). Per essere una perfetta rock-chick, veste che le frutta enorme prestigio nel noioso mondo della moda, Kate ha bisogno di Pete, di farsi vedere al suo fianco. Per la precisione ci sono state due occasioni in cui la Moss, pur non abbandonando il musetto di adolescente imbronciata che ci segue ovunque inesorabile, era trionfante: sprofondata dentro le galosce nel fango di Glastonbury, nel 2005, al fianco del suo fidanzato (che ormai, ogni volta che è fotografato guarda l’obiettivo come una Santa Teresa in estasi psicotropa: una posa non molto intelligente) e ultimamente, quando c’è stata l’investitura ufficiale sul palco della disgraziatissima band di lui.

Kate canta con Pete, con la band di lui (pochi pezzi). Lì si capiva che aveva raggiunto il nirvana mediatico. Si, è vero, sta lanciando la sua linea da Topshop, ma quello lo fanno tutte le ex-modelle, che ci vuole. Altre tentano col cinema. “Io no, io sono musa, musicista e coautrice”. Kate e Pete nella di lei villa del Cotswold che scrivono versi, leggono Wordsworth e Emily Dickinson. Kate che adesso aiuta Pete a “scrivere” un libro (poteva mancare il libro?): si fa per dire, è un collage di schizzi, note di diario, banconote arrotolate per tirare la coca, biglietti ciancicati di aerei, (un po’ come quello di Courtney Love) una cosa pensata per i fan accaniti.

Che altro possiamo dire? Buona fortuna a tutti i personaggi di questa commedia. Che possano trovare l’amore, la soddisfazione e la felicità che, legittimamente come tutti, cercano. Nell’arte. Ma anche tanta solidarietà con Adam Ficek, Drew McConnell e Mick Whitnall. Chi sono? I Babyshambles. In questa toccante storia di ricerca della realizzazione esistenziale, gli unici a rimetterci davvero.

permalink

OFF 16/03/07

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 16 marzo 2007 | Commenti


70 MILIONI DI IRANIANI CONTRO 300 SPARTANI

70 MILIONI DI IRANIANI CONTRO 300 SPARTANI

Un film americano soffia sul fuoco delle relazioni fra USA e Iran
(tempo di lettura: 'na cifra)

Pare che Teheran lo scorso week-end fosse scossa dallo sdegno e dall’ira. Non per gli ultimi sviluppi della guerra dei nervi innescata dal loro presidente con la comunità internazionale e gli Stati Uniti sugli esperimenti nucleari che l’Iran continua ad effettuare, noncurante della minaccia di sanzioni. Ma per l’uscita di un film nelle sale americane, 300, che prende spunto da un episodio di storia antica, già mitologizzato centinaia di volte: la battaglia delle Termopili. Per chi ha avuto il privilegio di fare studi classici, è una storia ben nota: Erodoto, nelle Historiae narra dell’eroica resistenza dei 300 spartani guidati dal re Leonida, che si sacrificarono per permettere al resto delle città greche, Atene in testa, di riorganizzarsi per poi sconfiggere la tentata invasione dei persiani di Serse nella battaglia di Salamina. È il 480 avanti Cristo. Al passo delle Termopili i 300 di Leonida (con l’aiuto di 700 volontari di Tespie), bloccano l’unica via di accesso alle centinaia di migliaia di persiani. Per farla breve, le Termopili segnano l’inizio della fine del sogno persiano di conquistare l’Europa. Serse, figlio di Dario, abbandona l’impresa. È la fine delle Guerre Persiane.

La battaglia delle Termopili (in greco antico “caldo passaggio”) è un caposaldo della cultura occidentale e riaffiora in poesia, letteratura, pittura ogni volta che serve un esempio di abnegazione titanica e disinteressata, di sacrificio ultimo, civile e militare, il coraggio e tutte queste belle virtù che popolano quella specie di incubo che è la storia umana. Il poeta Simonide compose un famoso distico elegiaco che commemora il sacrificio dei soldati greci. Da JL David in pittura a TS ELiot e Lord Byron in poesia, da Stephen King a Heinrich Böll in letteratura fino naturalmente alla televisione e al cinema, l’episodio è stato usato in mille modi, tutti pertinenti al concetto di eroismo. Brecht diceva: «Beato quel popolo che non ha bisogno di eroi». Su questo pianeta nessuno è beato.

Dicevamo di cinema e letteratura. Dal 480 AC facciamo un fast-forward con la storia e ci ritroviamo allo scorso week-end in USA, dove un film in gran parte girato in CGI (computer-generated image) prende spunto da un “graphic novel”, termine che nel mondo anglosassone nobilita il fumetto d’autore al rango di letteratura. 300 ripercorre la storia della battaglia prendendosi le prevedibili licenze poetiche: ingigantendo, esagerando, drammatizzando tutto a fini d’intrattenimento. Non abbiamo visto il film, ma possiamo aspettarci un ossequio alla storia pari a quello di classiconi del tipo Ben Hur o La Tunica, che la usavano come pretesto per la propria agenda spettacolare. Il film mette in cattiva luce i loro antenati, dicono in Iran. Descrive l’esercito di Serse come composto da un milione di uomini, quando Erodoto stesso parla di circa 120.000. (Pare) poi, che li descriva come un branco di selvaggi. I giornali iraniani titolavano, con discrezione: “300 contro 70 milioni!” (a 70 milioni ammonta la popolazione dell’Iran)

Pensavate che agli iraniani sotto assedio, in casa loro e fuori potesse piacere anche solo l’idea di un film del genere? Nemmeno l’hanno visto e sono tutti furibondi. Perché, in casi come questo, vedere il film non serve. Il cinema, che, come massimo veicolo delle frustrazioni e aspirazioni della società contemporanea resiste ancora bene agli assalti di internet, funziona da commento, in tempo reale, della cronaca che si fa storia. O del contrario, come in questo caso. Aggiungete il fatto che i discendenti di Serse sono un popolo al momento al primo posto nella lista di “invadendi” dell’amministrazione Bush dopo l’Iraq, che ha fatto una rivoluzione islamica vent’anni fa che molti illustri gonzi europei a destra e sinistra si sono affrettati ad applaudire e che oggi è guidato da un laico fanatico, che gioca con l’energia nucleare e brandisce con gusto e parossismo la palma della vittima dello strapotere razzista e idolatro delle merci incarnato dagli USA.

Aggiungete poi il fatto che l’uscita del film in America coincida sciaguratamente con l’inizio delle festività per il nuovo anno in Iran, con giorni di vacanza in cui tutti potranno riempire l’ozio con le discussioni al calor bianco sul “crimine” americano, e il quadro è perfetto. In fin dei conti Hollywood, nella sua spensierata missione intrattenitrice delle platee occidentali, non tiene conto del fatto che non esiste una storia, esistono tante storie. E il fatto che la nostra versione non piaccia a quella dei discendenti dei nostri avversari (se mai categorie odiose come “noi” e “loro” abbiano davvero la rispettabilità tanto cara a Marcello Pera e alla gerarchia cattolica), è fin troppo ovvio. Com’è altrettanto ovvio che la condizione di paralisi da bulimia comunicativa nella quale ci troviamo rende la circolazione di un prodotto culturale sempre più problematica (vedere le vignette danesi sul Profeta).

La Warner Brothers, prima di mettere in circolazione un film del genere sul passato di un popolo saturo di antiamericanismo, si sarà informata del fatto che l’Iran è l’erede di una cultura vecchia di tremila anni che precede di molto l’Islam e che con lo Zoroastrismo detiene il copyright sul monoteismo, concetto teologico le cui mani grondano anch’esse del sangue di innumerevoli vittime? Macché. Hollywood ha la sua populistica mania di etichettare i buoni e i cattivi: se togli quello, viene meno tutto l’edificio culturale su cui quell’industria è costruita (e con essa la struttura della narrazione in letteratura). Prendete Braveheart, altro epico filmone diretto da quell’altro pericoloso fondamentalista cristiano, che risponde al nome di Mel Gibson: per anni gli scozzesi si sono aggrappati alle fandonie alla base di quel film per tenere in vita un nazionalismo a volte così stolido da far diventare gli inglesi simpatici.

C’è un concetto che Jürgen Habermas ha coniato per la memoria del nazismo in Germania e che alcuni storici italiani, in testa lo scomparso Nicola Gallerano, hanno chiamato “uso pubblico della storia”: si verifica ogni volta che un evento storico, prevalentemente recente, viene brandito da una o l’altra parte politica e strumentalizzato a fini propri. Ebbene, adesso ormai è la cultura popolare stessa (nella sua incarnazione di cinema, videogames, internet, video musicali ecc.) che in occidente si sostituisce a scuola, mondo politico, giornali nell’innescare il dibattito sulla storia.

Umberto Eco l’ha notato con il consueto acume: viviamo in un periodo in cui la storia, anziché finire come ciarlava Fukuyama con la caduta del muro, va all’indietro. Valori in contrapposizione che cinquant’anni fa avremmo considerato medioevali si ripropongono ai nostri occhi con sorprendente vividezza: basti pensare a quello che i falchi dell’una e dell’altra parte chiamano “scontro di civiltà”. La demonizzazione delle crociate da parte dei fondamentalisti islamici si contrappone alla difesa dei valori cristiani dei loro omologhi europei e americani. Alla luce di queste tematiche, che naturalmente esulano dalle preoccupazioni della Warner Brothers, non c’è da stupirsi se lo svago domenicale della famiglia media americana coincida con un ulteriore colpo mortale alle relazioni moribonde del loro paese con l’Iran e finiscano per riavvicinare la popolazione di questo alle farneticazioni del proprio leader.

permalink

OFF 15/03/07

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 15 marzo 2007 | Commenti


CANADIAN GOTHIC II

CANADIAN GOTHIC II

Il dono di una grande canzone è anche quello di mettere in musica quello che tu pensi e solo in modo smozzicato e farraginoso riesci a esprimere con i mezzi che ti sono consentiti.

Ascoltiamo, riascoltiamo e, pure un po' commossi, pubblichiamo:

I don't wanna hear the noises on TV,
Don't want the salesmen coming after me,
Don't wanna live in my father's house no more.
Don't want it faster, I dont want it free,
Don't wanna show you what they done to me,
Don't wanna live in my father's house no more.
Don't wanna choose black or blue,
Don't wanna see what they done to you,
Don't wanna live in my father's house no more

'Cause the tide is high,
and its rising still,
and I don't wanna see it at my windowsill.

Don't wanna give 'em my name and address,
Don't wanna see what happens next,
Don't wanna live in my father's house no more.
Don't wanna live with my father's debt,
You can't forgive what you can't forget,
Don't wanna live in my father's house no more.
Don't wanna fight in a holy war,
Don't want the salesmen knocking at my door,
I don't wanna live in America no more.

'Cause the tide is high,
and it's rising still,
And I don't wanna see it at my windowsill.

MTV, what have you done to me?

Save my soul, set me free!
Set me free! What have you done to me?
I can't breathe! I can't see!
World War III,
when are you coming for me?
Been kicking up sparks,
we set the flames free.
The windows are locked now,
so what'll it be?
A house on fire, a rising sea?

Why is the night so still?
Why did I take the pill?
Because I don't wanna see it at my windowsill

Don't wanna see it at my windowsill
Don't wanna see it at my windowsill
Don't wanna see it at my windowsill
Don't wanna see it at my windowsill



permalink

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 14 marzo 2007 | Commenti


CANADIAN GOTHIC

CANADIAN GOTHIC

Alla fine del 2005 si speculava con amici del music-biz su quale fosse la band di qualità capace di “getting bigger than U2”. Com’è noto, tale obiettivo è ottenibile soltanto attraverso una prolungata dominazione delle charts americane, che fanno da traino per quelle del resto del mondo (e anche se non lo fanno se ne fregano, perché il mercato USA è talmente vasto da determinare da solo il successo planetario di un’artista: un po’ come noi che crediamo di vivere in paesi sovrani e in realtà siamo presieduti da un texano): nessuna delle band inglesi (musicalmente e psicologicamente rammollite) ci pareva all’altezza. Era il Canada, che negli ultimi dieci anni ha dimostrato una vivacità musicale invidiabile, ad attirare la nostra attenzione, in particolare gli Arcade Fire. Beh, a volte capita anche di pigliarci: è notizia di oggi che Neon Bible ha debuttato al numero due della chart Billboard 200, vendendo 92.000 copie nella prima settimana. Qui in UK l’album è ancora vergognosamente dietro i magniloquentemente inutili Kaiser Chiefs, al numero 2. Ma si sa, qui ci si strappa le vesti per gli Horrors…

permalink

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 14 marzo 2007 | Commenti


PROCKRASTINATION

PROCKRASTINATION

I Guns N’ Roses e il disco più atteso del mondo (15 anni)

A volte l’ansia da prestazione prende anche i musicisti. Nello studio di registrazione, non in camera da letto. Succede quando un artista fa parlare tanto di sé al primo disco. La storia delle musica pop è piena di esordi fulminanti, seguiti da lenti e stitici sèguiti, del tutto indegni dei loro predecessori. Si esordisce, si vendono N milioni di copie, tutti parlano di noi, solitamente in toni del tipo: “i salvatori del r’n’r” e similari. Poi si aspetta il secondo disco. Tutti lo aspettano: il pubblico, la casa discografica, la stampa. Passa un anno, passano due, a volte ne passano anche cinque. Il gruppo attraversa il post sbornia della fama, affiora la paura di essere in crisi creativa, ci si sommerge di droghe e dissipazione. Il disco non arriva e se arriva, in buona parte dei casi è un flop.

C’è poi il caso dei Guns N’ Roses (qui si preferisce la variante Guns N’ Poses). Nel 1991 la band di Los Angeles era il più grande gruppo rock del pianeta. La loro estetica rock and roll catturava l’immaginazione di milioni di persone. L’eccesso, il sessismo, il vizio e, soprattutto, delle memorabili galoppate di chitarra basso e batteria garantirono le decine di milioni di copie vendute dei primi due album, Appetite for Destruction e il doppio Use Your Illusion (senza contare l'album di cover The Spaghetti Incident). Ma il vento stava cambiando. L’imporsi dei Nirvana significava un cambiamento dello Zeitgeist: all’eccesso delle pose rock era succeduta l’introspezione dell’indie-rock. Per i G’N’R stava iniziando la più incredibile storia di rimandi, blocco creativo e afasia che abbia mai attanagliato un gruppo rock. Il terzo capitolo della saga dei Guns N’ Roses si intitola Chinese Democracy. Lo sanno tutti perché deve uscire da quindici anni. Quella che sembrava la delicata ma in fin dei conti superabile terza prova per il gruppo californiano è diventata un Godot del rock, che come il personaggio beckettiano non arriva mai. Molto è dovuto alla personalità di Axl Rose, il leader, cantante del gruppo e detentore del nome, la cui personalità a dir poco dispotica e spaccona ha finito per provocare lo dipartita dal gruppo del chitarrista Slash e del resto dei membri.

Questo succedeva abbastanza presto, attorno al 1996, quando ormai della formazione originale era rimasto il solo Rose. Da allora, ogni due o tre anni, si annuncia l’uscita del disco, provocando sussulti d’impazienza nei milioni di fan che il gruppo ha continuato ad avere negli anni, nonostante il prolungarsi indefinito dell’attesa, la spesa di circa 7 milioni di dollari, l’essere stati scaricati dalla Geffen, la loro casa discografica e le periodiche intemperanze di Rose, le cui rare apparizioni in pubblico mostravano un uomo sempre più in balia dell’alcool e sempre meno in voce. Finché, dopo innumerevoli rinvii e scadenze ripetutamente bucate, il fantomatico album doveva fare la sua comparsa qualche giorno fa.

La stampa specializzata si era preparata all’evento senza crederci nemmeno troppo. E infatti, il disco non è uscito, confermando le previsioni degli allibratori più consumati. Sarebbe stato troppo strano trovarsi a giudicare un disco che esce con quindici anni di ritardo e con innumerevoli rifacimenti (otto produttori e decine di musicisti si sono avvicendati nello studio, nel tentativo di convincere Rose che quello era il risultato definitivo). E forse, Rose preferisce continuare a giocare con la pazienza dei suoi fan, entrando nel Guinness dei primati come l’Amleto per eccellenza del rock. Ma ora la corda della sopportazione comincia a intravedersi. Ed è proprio l’Italia a mostrare i segni di un’impazienza difficile da criticare: qualche giorno fa, il sito del fanclub italiano della band ha chiuso in segno di protesta. Si sentono presi in giro e trascurati dal management di Rose, che accusano di trascuratezza nei loro confronti, probabilmente a ragione. Forse Chinese Democracy esiste davvero. Forse è addirittura un buon disco. Basterà a vendicare il comportamento di Axl rose, la sua vanagloria e isterica insicurezza?

OFF 13/03/07

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 13 marzo 2007 | Commenti


MODEST SMITHS

MODEST SMITHS

La chitarra nel pop/rock non si discute. Attraversa periodi di eclissi, come nei primi anni Ottanta, quando fu emarginata dai sintetizzatori e dalle tastiere elettroniche, ma altrimenti il suo predominio nell’economia di un gruppo è totale. E quando il chitarrista lascia, è quasi peggio di quando se ne va il cantante. Immaginate di essere una delle migliori band dell’underground americano (anche se, o proprio perché, ancora non molto nota da un punto di vista commerciale). Il vostro chitarrista solista è molto influenzato da uno storico gruppo inglese che ascoltava, come milioni di altri suoi coetanei, quando era adolescente. Dopo svariati album indipendenti e simil-oscuri, riuscite finalmente a fare un disco importante, un singolo di successo, ottenendo un contratto con una major, insomma, saltate sul treno della fama: è cominciato per voi quel famoso viaggio pieno di scossoni e spesso troppo breve. Molto lo dovete al chitarrista, e all’influsso sul suo stile di questo collega inglese più anziano, che militava in una delle ultime, davvero grandi band britanniche.

Poi, questo chitarrista lascia. Che fate? Reclutate qualcuno con uno stile diverso, che rischia di snaturare il sound che vi ha appena resi famosi? Oppure ripiegate su un altro, con una personalità opaca, tanto per tappare un buco? È il dilemma con cui si è trovato alle prese Isaac Brock, leader dei Modest Mouse, uno dei migliori gruppi indie rock americani rimasti orfani del chitarrista, Dann Gallucci. Lo ha risolto brillantemente, con apparente sfrontatezza, chiamando l’”originale”, l’ispirazione principale di Gallucci. «Alla peggio mi farà una risata in faccia» deve aver pensato Brock quando ha preso il telefono per chiamare Johnny Marr. E invece l’intuizione è stata geniale, perché Marr, la cui carriera non ha mai ripreso davvero quota dai gloriosi tempi degli Smiths, ha detto si.

Iniziava una “special relationship” tra l’Oregon, base dei Modest Mouse e Manchester, la città che Marr - contrariamente a Morrissey che l’ha prima tradita con Los Angeles, poi con Roma - non ha mai abbandonato. Il risultato è We Were Dead Before the Ship Even Sank (eravamo morti già prima che la nave affondasse), album in uscita in aprile, preceduto dal singolo “Dashboard”. Il singolo è stato scritto la sera stessa che Marr è arrivato nello studio della band, ancora sotto l’effetto del Jetlag. Si tratta di un brano più morbido del solito imprinting Modest Mouse, e il contributo chitarristico di Marr è evidente, come nel resto del disco.

Questa nuova line-up dei Modest Mouse significa molte cose. Innanzitutto l’enorme influenza che gli Smiths ancora esercitano nell’indie pop, soprattutto in America, e che li conferma essere una band le cui idee e innovazioni non sono ancora state superate dai loro innumerevoli successori. Poi, che lo spigoloso Isaac Brock è riuscito a scrollarsi definitivamente di dosso il peso delle sue prime influenze (soprattutto quella dei Pixies), riuscendo a confezionare per la sua band un suono originale come pochi altri in giro. Del resto Marr non gli ha detto si per caso o perché ha bisogno di soldi o visibilità (o forse non solo per questo): conosceva bene la band americana e si è unito a loro con entusiasmo. Ora c’è da vedere se lo strano connubio reggerà: non tanto per il rischio di una reunion degli Smiths (improbabile, vista la perdurante acrimonia tra i membri originali e il successo solista di Morrissey), quanto per la coesistenza nello stesso gruppo di due grandi personalità. Brock è infatti un artista tormentato (ha avuto problemi con la giustizia di varia natura), complesso e, in fin dei conti, ancora il leader indiscusso di una band che si ritrova, come per magia, a lavorare con l’”anziano” idolo della propria giovinezza musicale.

permalink

OFF 10/03/07

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 9 marzo 2007 | Commenti


KEN IN THE GREEN

KEN IN THE GREEN

Londra - Lo chiamavano Ken “il rosso”, ora dovrebbero chiamarlo Ken “il verde”. Il sindaco di Londra Ken Livingstone (nella foto ritratto con Jesse Jackson durante un anti-apartheid rally a Londra, nel 1985) finalmente pone fine alle chiacchiere che, in nome di concetti multiuso come democrazia e “dibattito”, costringono le riforme ambientali a un immobilismo suicida e passa all’azione, varando una serie di drastici ma sacrosanti provvedimenti per rendere la città più eco-sostenibile.

Si chiama “Action Today to Protect Tomorrow” ed è di gran lunga il piano ecologico più radicale mai adottato da una metropoli: si propone, attraverso una serie di misure robuste, di tagliare le emissioni di anidride carbonica di Londra del 65% entro il 2025, una riduzione pari al doppio di quella che il governo Blair, al pari di tutti i governi europei stupendamente inetto in materia, si è posta come obiettivo.

Si possono dire tante cose, anche negative, su Ken Livingstone: che è un decisionista, un populista dall’ego smisurato, che è retorico, che è “vetero”. Ma l’autocratico sindaco di Londra è soprattutto un politico attivo, capace di mettere a fin di bene la brutalità per cui viene spesso criticato. Dopo lo scivolone di Al Gore, crocefisso in America per le esorbitanti bollette di casa propria, Ken reclama la leadership (non solo morale) del movimento ambientalista mondiale attraverso una serie di misure concrete attuate nella città di cui è sindaco, responsabile, da sola, della produzione di 67 milioni di tonnellate di anidride carbonica l’anno.

Il piano si articola in quattro punti: risparmio energetico domestico, nei luoghi di lavoro, fonti pulite di approvvigionamento energetico e sviluppo del trasporto urbano. A sostegno del piano saranno stanziati 78 milioni di sterline (circa 115 milioni di euro). Da agevolazioni all’acquisto di materiale che possa rendere le case più efficienti dal punto di vista termico, alla sostituzione di tutti i mezzi pubblici con autobus verdi, fino all’introduzione del risparmio energetico negli uffici e i luoghi pubblici, il piano, varato qualche giorno fa, copre tutto l’ampio spettro dei consumi della metropoli. Per quanto riguarda il trasporto aereo, responsabile da solo del 34% della totalità delle emissioni, il sindaco propone di limitare l’espansione del già colossale aeroporto di Heathrow (con il famigerato terminal 5 in attesa di costruzione) e introdurre impopolari quanto indispensabili tasse sul trasporto aereo, al fine di scoraggiare i voli “inutili”.

Ancora una volta sono le singole città e non i governi centrali a rendersi protagonisti del cambiamento, rispondendo all’urgenza della situazione. Di certo l’esempio di Londra non passerà inosservato e c’è da augurarsi che altre megalopoli del mondo industrializzato decidano di seguire (di corsa) questa strada. Inoltre, il piano del sindaco tiene sotto controllo i costi fiscali della politica verde, uno degli spauracchi agitati dalle Destre per indurre il povero contribuente a fare spallucce di fronte alla mobilitazione. Ma c’è un'altra cosa da sottolineare. Quello di Livingstone non è allarmismo: è la reazione minima indispensabile a un cambiamento climatico che espone Londra e un’isola come la Gran Bretagna a un rischio di inondazioni crescente e scientificamente misurabile. Negli ultimi sei anni, la Thames Barrier, che dovrebbe scongiurare le inondazioni date dalle piene del fiume, è stata innalzata ben 56 volte rispetto alle tre dai primi nei anni dalla costruzione, avvenuta negli anni Ottanta. Insomma, allo stato attuale delle conoscenze, quella del sindaco non è la fervente crociata di un esaltato, bensì un provvedimento dettato dal più asettico, prosaico e “noioso” buonsenso.

permalink

OFF 02/03/07

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 5 marzo 2007 | Commenti


LITTLE TONY

LITTLE TONY

Quando era un giovane studente a Oxford, Tony Bliar aveva una band. Si chiamavano Ugly Rumours. Ora che si avicina il quarto anniversario dell'invasione dell'Iraq, per chiedere scusa alle vittime della guerra, Tony ha deciso di tornare al suo vecchio amore, il rock, e di farlo con una canzone. Il brano è una cover del classico di Edwin Starr "War (what is it good for?)" e probabilmente raggiungerà il n. 1 qui in UK questo WE, dimostrando che, forse, questo paese non è amorfo come sembra. Eccola.

permalink

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 1 marzo 2007 | Commenti


ARMIAMOCI E PARTITE

ARMIAMOCI E PARTITE

AL GORE E LE SUE SCOMODE VERITA'

È troppo ovvio per non essere vero: il paladino dell’ambiente in decomposizione, Al Gore, a casa sua brucia energia venti volte tanto i consumi medi di un americano (che sono pari a quelli di N villaggi di un paese in via di sviluppo), con buona pace dei due Oscar appena vinti per educarci a fare il contrario. L’ecologia è diventata il miglior rivelatore di ipocrisia attualmente a disposizione nella società contemporanea. Il comportamento ecologico, la salvaguardia (di quello che rimane) dell’ambiente sono scelte pressoché obbligate: morali, etiche, prepolitiche. Ecco perché è difficile dissentire da chi denuncia i guasti e il nesso di causazione fra inquinamento, surriscaldamento, scioglimento, desertificazione e inondazione. Tutti concetti ai quali siamo diventati tutti drammaticamente avvezzi in quest’ultimo, tropicale, inverno, nonostante pseudoscienziati con le tasche gonfie di dollari targati Shell e Exxon Mobil si affannino a blaterare il contrario.

Ma non è stata solo la temperatura abnorme a indurci a riflettere, o i convegni scientifici dove realismo e catastrofismo si tengono per mano: è soprattutto grazie al film dell’ex vice di Clinton, Al Gore, Una Scomoda Verità, (An Inconvenient Truth). Nella sua mappatura dei disastri che la nostra implacabile bulimia dei consumi sta provocando, questo film svolge una necessaria e mai abbastanza sufficiente campagna educativa. E, nonostante il finale yankee-consolatorio - in cui bastano tre lampadine a basso consumo per metterci in pace la coscienza con i nostri discendenti e i nostri contemporanei della parte tropicale del globo - il film, che ha appena vinto due Oscar, è assolutamente prezioso.

Se solo quel simpaticone di Al non si fosse messo nei guai con i suoi privati consumi energetici da guarnigione militare: un gruppo indipendente di attivisti, il Tennessee Centre for Policy Research, ha avuto la fatale idea di occhieggiare le bollette di casa Gore, che vive, naturalmente, in una casa da milioni di dollari vicino Nashville, nel Tennessee (nella foto). L’anno scorso i Gore hanno consumato qualcosa come 221,000 kilowattora, che è, appunto, venti volte tanto la media nazionale. Non solo: i loro consumi domestici, tra il 2005 e il 2006 (dunque mentre lui girava il documentario), sono saliti da 16,200 kWh al mese a 18,400 kWh, per un totale di 30,000 € circa di bollette.

La reazione a tanto filisteismo è stata naturalmente violenta: tutta internet ribolle della notizia, un danno micidiale alla credibilità del documentario e del suo autore, soprattutto da parte di blogger e commentatori di destra, inclini a vedere tutta la faccenda dell’ambiente come una bufala dei rossi, mossa dal buon vecchio odio di classe. Il team di Gore si è affrettato a smentire la veridicità delle indiscrezioni, affermando che si tratta di una manovra finanziata dai grossi gruppi petroliferi per infangare e screditare. Affermano anche che la totalità dell’energia consumata in casa Gore proviene da fonti pulite: ma ormai il danno è fatto.

La crepa nella corazza dell’ecoguerriero sia da monito a tutti coloro che sono sensibili alle tematiche dell’ambiente: non conta dedicare una vita alla sensibilizzazione, se poi nel nostro comportamento privato disattendiamo i nostri stessi insegnamenti. È fin troppo facile vivere esistenze schizoidi in cui i nostri consumi sono più o meno inconsciamente tenuti al di fuori del quadro.

Gore, che era appena faticosamente riuscito a mettere da parte l’immagine d’ineleggibile eterno secondo del suo periodo alla Casa Bianca, adesso si ritrova effigiato del marchio dell’ipocrita. Si sa, tutti detestano ricevere predicozzi da chiunque: ma più che mai da parte di uno che razzola male. A rimetterci dunque, ancora una volta, è esattamente ciò che il personaggio ha strumentalizzato per soccorrere la propria carriera: l’ambiente. E noi? Possiamo speculare sulla buona fede di Al Gore, ma non sull’emergenza che dobbiamo fronteggiare.

permalink

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 1 marzo 2007 | Commenti


Vecchi Merletti