THE OTHER SIDE

THE OTHER SIDE

così lontana, così vicina.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 29 febbraio 2008 | Commenti


SEE YOU ON THE OTHER SIDE

SEE YOU ON THE OTHER SIDE

Non se n’è accorto quasi nessuno, a momenti nemmeno io, del fatto che la presente vox blaterantis in deserto si è andata qui protraendo per più di tre anni.
But now, it’s time to move on. Il sottoscritto trasloca la propria tastiera in altra sede, da qui a qualche giorno. Per ora taccio sulla destinazione, per ragioni di delicatezza. Non so ancora esattamente come avverrà il trasbordo, presumo qui campeggerà un link al nuovo indirizzo o delle indicazioni. So di certo che la redazione di Rockstar si farà carico di riempire queste pagine nei mesi che verranno: va da sé che lo farà egregiamente.

So di essermi macchiato di due colpe in questi anni, che mi sono state fatte espiare, credo, da quella che, a parte delle rare eccezioni a cui va tutta la mia riconoscenza, è stata una vera e propria stitichezza dei commenti ai post: una politicizzazione marcata e un'invereconda inattualità (oltre al calice che nessun blogger vuole tracannare: che il suo scrivere risulti noioso full stop).

Si, i post da una parte erano, sono, oltre che noiosi, ideologicamente schierati (ho scritto diffusamente che chi nega questo dato di fatto in qualunque atto comunicativo a sua volta ideologizza, ma non è questa la sede); ed esulavano spesso e volentieri dalla musica e che, quando di musica trattavano, lo facevano in modo quasi tangenziale, obliquo, e prediligevano argomenti / artisti semioscuri o sfacciatamente desueti. Questo perché, per quella spiacevole malformazione culturale che mi accompagna dall’età della ragione, trovo che la musica e l’arte in generale siano lo specchio del mondo e che ne riflettano le (spesso belle) imperfezioni e le (mai accettabili) ingiustizie, ecc. ecc. E ho voluto semplicemente discutere le une e le altre. Ecco perché sono stati nulli o quasi i post su Pete Doherty o i My Chemical Romance, sugli Arctic Monkeys o su altri falsi problemi del pop contemporaneo soprattutto inglese, che continua in maniera preoccupante a riscaldare la stessa minestra postwelleriana (fischi e disapprovazione). Insomma, per farla breve, la musica di cui parlo è quella che davvero mi commuove. Non è colpa mia se questa è come dio: nascosta.

Mentre scrivo, è come se ragionassi per la prima volta su quello che sono come scrivente (non come scrittore): mi rendo conto in tempo reale di non essere mai stato in grado di cantare le lodi dello status quo (e men che meno degli Status Quo). E' più forte di me: ogni volta che mi imbatto (praticamente sempre) nel nichilismo blasé di chi filosofeggia sulle deiezioni che ci circondano come se passeggiasse in una sala del MoMA, mi ritrovo sospinto verso le tenebre del totalitarismo.

I miei primi quarant’anni (per citare una delle autobiografie che hanno segnato di più l’Italia del secondo dopoguerra) mi insegnano che l’ubiquità del discorso scatologico nella cultura popolare contemporanea non è affatto una corona da indossare, come si fa sempre e comunque dalle mie parti (intendo nei media): curarla sa troppo di eugenetica, reprimerla di fascismo (o stalinismo, se siete più contenti)… cosa resta? La denuncia, non resta che la denuncia.

Quando Fabrizio Galassi, l’eroico nome che sta dietro il sito del giornale (applauso scrosciante)… dicevo, quando Fabrizio Galassi mi ha proposto di scrivere sul sito, l’idea era quella di un blog corale, aperto anche agli altri collaboratori. Ma rimase sulla carta. Mi ritrovai, quando ancora non sapevo che cosa fosse un blog (sì, quanto sono giurassico, i siti di social networking non li frequento e non ho mai chattato con sconosciuti/e) a scriverci da solo. E in questa desolata solitudine, da lì a farlo diventare uno spaz

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi sabato 16 febbraio 2008 | Commenti


UNA BUONA RAGIONE PER INNAMORARSI DEGLI USA

UNA BUONA RAGIONE PER INNAMORARSI DEGLI USA

Sebbene il paese in questione sia ai suoi minimi storici (per tacere del nostro naturalmente, ma quello è un altro discorso) ci sono molte ragioni per lasciarsi ammaliare dal suo fascino speleologico. Una di queste sono gli American Music Club, una band che con quel nome di certo sbancherà le classifiche nei paesi arabi.

Gli AMC sono altrettanta buona ragione per parteggiare coi poveri e i deboli del pianeta, da noi fustigati a ripetuti colpi di democrazia. Ma perché insisto col mio decrepito ideologizzare terzomondista, così XX secolo, che sta, per usare una bella immagine di Lucio Dalla, «cadendo a pezzi come un vecchio presepio»? Perché il tesoro nascosto che sono gli AMC è la riprova che la grande arte giace spesso dimenticata nei sottoscala del palazzo dello spettacolo. È l’arte degli underdogs.

Mark Eitzel, cinquantenne frontman e autore della band, col quale ho appena avuto una lunga chiacchierata in una Camden Town ancora piacevolmente permeata di odore di bruciato (avverbio utilizzato in piena libertà non essendoci state vittime), parte della quale uscirà somewhere in print e somewhere in rete, è uno dei migliori poeti pop in circolazione. Ora che ho visto la band dal vivo, al Dingwalls, posso dire anche che ha uno spiccato senso dell’umorismo. Eitzel è il bardo neobukowskiano di una gioventù underground californiana spesa nei bar ad arrovellarsi su relazioni amorose condannate. Molto navel-gazing se proprio devo dirlo, ma è una tendenza che abbiamo tutti, no? In fondo, soffriamo così tanto.

Se non fosse un eccellente cantante, Eitzel dovrebbe scrivere il romanzo/memorie/raccolta di poesie americana che segna l’inizio di questo disgraziato terzo millennio. È un artista fragile, timido, che indossa la sua omosessualità con la naturale discrezione consentita dall’ambiente profondamente civilizzato della sua città, San Francisco. La sua scrittura è angolare, obliqua, la sua metrica altrettanto imprevedibile. La musica della band, che, avrete intuito, porta quel nome non solo per dissipare eventuali dubbi sulla nazionalità ma anche perché rappresenta una felice sintesi di crooning e no-wave (i deragliamenti di feedback della chitarra del solista Vudi sono molto NY primi ottanta) è un mai didascalico compendio di generi del paese che, il rock, lo ha inventato.

Le storie di Eitzel sono intrise dell’alcool e delle luci basse di una bettola, i suoi eroi sono barflies hopperiani che si trascinano in un desolato orizzonte di lutti e solitudine. Ma la depressione di Eitzel non ti viene mai gettata in faccia per suscitare la tua attenzione/compassione: in una parola, non è mai strumentale. È spesso intrisa di sardonici rimandi alla fatalità degli inciampi della vita, inframmezzata di stupendi riferimenti musicali e letterari, impavida al vedersi affibbiare l’orrido appellativo di intellettuale.

Eitzel è l’artista più self-deprecating che abbia mai incontrato. Ha sensibilità e talento enormi, eppure non si comprerebbe a metà prezzo su uno scaffale al discount. In una parola, è un vero grande, mi fa pensare a grandi poeti/attori italiani invecchiati nell’indigenza e nell’oblio, come Sandro Penna o Salvo Randone. Perché è soltanto dei davvero grandi che ci si dimentica. O di cui nemmeno ci si accorge. Voi, per una volta, andate contro questo odioso adagio. Scoprite e ricordate l’Eitzel solista, un grande americano, ammirato da Peter Buck, Radiohead, Pearl Jam, Coldplay (ouch!); e gli AMC, appena tornati con una perla, che si sono formati nel 1982 e hanno fatto nove dischi stupendi. Comprateli e assaporate il bourbon della voce di Eitzel. Salute.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 14 febbraio 2008 | Commenti


Vecchi Merletti