MUSICA PER QUARANTENNI?

MUSICA PER QUARANTENNI?

Cos’è la levità? Cos’è l’eleganza? Cosa significa saper miscelare la padronanza mistificatoria di uno strumento con la sincerità dell’ispirazione? Perché sono fissato col post-rock di Chicago? Sono le domande che mi pongo stamane, prima di iniziare la giornata nello stesso modo in cui avevo terminato quella di ieri: ascoltando questo disco. Semplicemente, perché al momento è l’unico stile là fuori capace di cogliere i colori autunnali di una mezza età (la mia) senza farne un dramma. Anzi, riconducendone il sapore agrodolce a una serena acquiescenza. Lo so, è musica generazionale. Ma, nel caso di questo disco, suonata con tanta grazia e maestria da non risultare indifferente a uno spirito sensibile di qualsiasi età anagrafica. E soprattutto, capace di riconciliare le orecchie offese da tanto schitarrame gratuito e villano.

La sei corde, ricordiamocelo, è per il rock quello che la sezione aurea è per l’architettura. Ma a forza di monopolizzare il discorso creativo, ha reso l’indie equivalente musicale di Dolce & Gabbana: volgare, di facile effetto. Non solo: ha ridotto la musica a mero veicolo di una posa culturale che degenera spesso e volentieri nella caricatura. Ci sono pochi gruppi capaci di sfuggire alla categoria di cartone animato per adolescenti ribelli nella quale il pop-rock indipendente si è autoghettizzato. Sono tutti americani, musicisti, capaci di pensare la musica e non di emetterla come una deiezione. In questo disco, la cui unica ombra è una eccessiva monotonia vocale, sfumature di varie gradazioni ci illustrano il cammino che separa la serenità dalla malinconia, conducendoci per mano in un giardino di tinte pastello dove il discorso musicale è lieve senza mai essere banale. E dove la musica è protagonista assoluta, senza perdere terreno a favore di telecronache di tossicodipendenze, manifesti pseudoestetici, abbigliamento circense e tanta bella autoreferenzialità.

Diceva Frank Black in un’intervista qualche anno fa: quando entri in un albergo riconosci la band americana da quella inglese immediatamente. Gli americani sembrano dei nerd e chiedono gentilmente dove sia il buffet, mentre gli inglesi sembrano sempre in mezzo a un photoshoot, sbracati sul divano, con occhiali da sole in pieno giorno. Amo gli statunitensi per questa loro purezza ed essenzialità: si concentrano sulla musica a scapito del proprio fascino in uno slancio puritano che ha molto di artistico. Gli inglesi risentono ancora troppo del loro approccio storico al rock in quanto cultura, dove il suonare non è che un ingrediente, spesso nemmeno il più importante.

Per conchiudere banalmente questo post sconnesso, scritto come viene: a forza di fruire di un prodotto, di qualsiasi forma o formula esso sia, il palato, le orecchie, gli occhi e il naso subiscono lo spoetizzante effetto dell’impermeabilità. E dove le maglie del gusto si fanno larghe grazie all’esperienza, solo le cose grandi riescono a essere trattenute.

PS Il nuovo album dei The Sea and Cake esce in primavera.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 27 febbraio 2007 | Commenti


CAREFUL WITH THAT GUITAR, EUGENE

CAREFUL WITH THAT GUITAR, EUGENE

LONDRA - Gipsy punk, di nome e di fatto. Ha portato la sua band allo status di culto grazie a un ipercinetico cocktail di musica tradizionale tzigana, punk britannico e Parliament Funkadelic (detto, appunto, Gipsy Punk). Grazie alla loro ascesa dai piccoli club di New York al mercato indie internazionale, i Gogol Bordello sono l’ulteriore conferma che la metropoli è insuperabile nel produrre ibridazioni musicali. Alla loro apparizione live, a Londra qualche settimana fa, la Brixton Academy (3000 persone circa) saltava all’unisono, neanche fosse una classe di aerobica, tale era l’energia del frontman, Eugene Hütz. Che ora siede nel bar di un anonimo Hotel dello Strand: sono le undici del mattino, è qui per presentare all’Institute of Contemporary Arts (ICA) un documentario della filmaker Pavla Fleischer, che lo vede protagonista. Il film si intitola The Pied Piper of Hützovina ed è un road movie in piena regola. Fleischer segue Eugene attraverso l’Est, dall’Ucraina alla Siberia, sulle tracce di Sasha Kolpakov, chitarrista sessantenne di etnia Rom e leader dell’omonimo trio: una specie di Ry Cooder dell’Est, che il trentaquattrenne Hütz idoleggia. Un film che in parte ne ricorda un altro, Ogni cosa è illuminata, in cui Eugene è coprotagonista assieme a Elijah Wood. Nonostante gli stravizi della sera prima, la sua carica comunicativa è intatta.

«Non riesco mai a stare fermo nello stesso posto più di tanto» - esordisce nel suo accento ucraino-newyorchese - «per questo, appena ho avuto un attimo di tregua dai Gogol, ho deciso di partire per raggiungere Sasha». Perché Kolpakov? «Perché è un caposcuola della musica Rom. Io stesso ho radici zingare. Sono nato a Kiev, ma dopo il disastro di Chernobyl la mia famiglia mi mandò sui Carpazi, dai nostri parenti Rom. L’energia e la trance di quella musica, di quelle feste mi ha segnato per tutta la vita. Ho cercato di fonderla con il punk dopo esserci trasferiti a New York. Ma volevo riviverla, creare uno scambio tra oriente e occidente. Per farlo, dovevo raggiungere Sasha, che è il simbolo di questa cultura».

Hütz è un personaggio surreale, il primo slavo a far breccia nel gusto e nell’immaginario underground occidentali. Lo hanno definito l’Iggy Pop ucraino: in realtà è più un Manu Chao dei Carpazi («Manu è un grande. Abbiamo suonato insieme a Roma, proprio la scorsa estate; qualche giorno fa eravamo tutti e due per caso a Los Angeles e siamo finiti in studio insieme»), un apolide che dalla natia Kiev è finito a impollinare la fertilissima scena musicale di New York. E che ora sta portando la musica dell’underground newyorchese verso l’Est: «I ragazzi in Romania e Ucraina ascoltano moltissimo hip-hop e sono avidi di tutto quello che circola nelle grandi città europee e americane.»

Non è un caso che Eugene sia così bulimico di cultura ed esperienze: «Sarà quel poco di sangue Rom che mi scorre nelle vene. Fin da quando ero piccolo non sono mai riuscito a inserirmi stabilmente in una comunità, fossero la scuola, la famiglia o cos’altro. Me lo dicevano tutti: a te manca qualche rotella. Per questo a New York mi sono trovato bene: lì sono tutti un po’ zingari».

A intervista finita, c’è da risolvere una serie di problemi: Sasha (che non parla una parola di inglese) è rimasto chiuso fuori dalla stanza; la band deve essere a Brighton fra due ore per un concerto ed è in enorme ritardo; Eugene sparisce, poi ritorna almeno cinque volte in mezz’ora. Finalmente riusciamo ad acchiapparlo per un rapido set di ritratti. Durante le foto, lui strimpella contento la sua fida chitarra acustica. È un pezzo di Adriano Celentano: «Celentano è un dio in Ucraina» - dice - sorridendo.

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LEFT 16/02/07

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 26 febbraio 2007 | Commenti


LA SFINGE DI PLASTICA

LA SFINGE DI PLASTICA

UN FILM E DUE LIBRI RICORDANO WARHOL A VENT'ANNI DALLA MORTE

LONDRA - Alla vigilia del ventennale della scomparsa, avvenuta il 22 febbraio 1987, la figura di Andy Warhol viene ricordata da una serie di eventi: la ristampa in Gran Bretagna della sua autobiografia, in uscita per la Penguin; di un “grosso” libro di Phaidon Andy Warhol: “Giant” Size e infine l’uscita nelle sale della biopic di Edie Sedgwick, Factory Girl, interpretata da Sienna Miller e Guy Pearce (nella parte dell’artista). Tutte iniziative lodevoli e tempestive. Se non fosse per il fatto che Andy Warhol non ha affatto bisogno di essere ricordato: è presente nella cultura popolare contemporanea più di ogni altro artista.

Warhol è il paradigma interpretativo con il quale ci armiamo ogni volta che dobbiamo confrontarci con il sovrappopolato deserto del postmoderno. Lui, che quel vuoto ha saputo crearlo, decorarlo e commentarlo con la finezza di nessun altro, è presente non soltanto con i suoi lavori, le cui quotazioni sono alle stelle e che vengono ancora oggi costantemente saccheggiati da epigoni, quando non campeggiano nell’immaginario grafico della comunicazione: è una figura multiuso, un impareggiabile strumento per motivare l'aura dei reality show e quant’altro prodotto dalla cultura della televisione e della pubblicità.

Warhol era il perfetto dandy di plastica, freddo e superintelligente, costantemente assorbito dal proprio lavoro creativo. Incapace di emozioni che non fossero estetiche, la sua figura di catalizzatore straordinario ha saputo attrarre attorno a sé, nel suo studio newyorchese, The Factory, una quantità di talenti che abbracciava tutte le arti, musica compresa. I suoi commenti sulla società dei consumi americana degli anni Sessanta, al servizio della quale l’artista aveva messo tutto il suo genio, sono ancora oggi più icastici e essenziali di un trattato chilometrico sulla cultura del mercato. Per nulla dire della cultura della celebrità: una disciplina che lui stesso ha inventato e contribuito a mitologizzare, grazie a famosi aforismi, non ultimo quello dei quindici minuti di celebrità riservati a chiunque. Warhol è l’esegeta principale della vuotezza misterica della “fama per la fama”: risulta impossibile non pensare alle considerazioni geniali che potrebbe fare oggi, se fosse vivo, su Paris Hilton o sul cupio dissolvi di Britney Spears, al momento preda di un escalation di privazioni che dalle mutande arriva fino al crine.

Non dicendo, non commentando o limitandosi a pochi tratti fulminei e taglienti (era molto difficile intervistarlo), Warhol preferiva che fosse la sua considerevole produzione artistica a parlare. Con incursioni nel cinema e nella musica la sua influenza fu enorme, basta pensare ai Velvet Underground e Nico o a un film come Chelsea Girls. Ma è forse la straordinarietà della sua figura a rendere ancora attuale un personaggio i cui lavori hanno ormai quarant’anni e che proprio per questo faticherebbero altrimenti ad essere così vivi e vitali. L’aver mutato la propria stessa persona in un’opera d’arte, identificata immancabilmente dalla parrucca, è uno degli ingredienti di questa eterna contemporaneità.

Warhol, nel film sulla Sedgwick, è contrapposto alla figura di Bob Dylan. Entrambe si disputano l’anima della sventurata ereditiera che frequentò la Factory e fu musa dell’artista e amante del musicista, fin quando una sommersa tensione verso il suicidio, coadiuvata dalla tossicodipendenza, non la spinsero a morire per overdose a ventotto anni, dimenticata da tutti e soprattutto da Warhol. Nel film, l’immagine di quest’ultimo viene semplificata in maniera (pare, a detta dei molti detrattori) moralistica e banalmente contrapposta, appunto, a quella di Dylan: che diventa a sua volta una caricaturale immagine di sano eroe controculturale, amante delle canne e delle motociclette, idealista rivoluzionario, eterosessuale e sano, a differenza del debosciato Andy, gay, cinico e materialista, consumatore di speed e corruttore di fanciulle inermi. Dylan, inutile dirlo, ha negato agli autori il permesso di usare il suo nome e il personaggio è noto sotto il sibillino nome de “il musicista”. Una cosa è certa: anche senza questo film, che esce in Gran Bretagna a metà marzo, la “Sfinge senza segreti” come Capote definì Warhol parafrasando Oscar Wilde – se la cava benissimo.

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OFF 21/02/07

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 21 febbraio 2007 | Commenti


THE WISDOM OF OZ

THE WISDOM OF OZ

Gli australiani bandiscono le lampadine tradizionali in favore di quelle a basso consumo. Il paese è stato colpito da una violenta siccità e si trova in una di quelle zone del mondo dove scelte drastiche sono dettate da effetti drastici del surriscaldamento del pianeta. Well done them.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 20 febbraio 2007 | Commenti


WEST, EAST, THEN WEST AGAIN

WEST, EAST, THEN WEST AGAIN

Di solito non esco nei fine settimana. Non questo fine settimana, speso anzi all’insegna dell’opulenza del West End, in due dei teatri più classici di theatreland: sabato all’Apollo di Shaftesbury Avenue, domenica al Palladium di Argyll Street. All'Apollo c'è una Jessica Lange stellare (ne The Glass Menagerie di Tennessee Williams) che ci ricorda che in teatro essere molto bravi non è mai sufficiente: bisogna essere fenomenali. E lei lo è. Il carburante è stato lo champagne (che andrebbe nazionalizzato immediatamente e somministrato alla popolazione, sotto controllo medico) le cui bollicine euforiche non mi hanno impedito di verificare che la pièce è "debole" alla fine. E che il personaggio della Lange, Amanda Wingfield, si dissolve dal plot dopo averlo dominato con la propria impetuosa sensualità senile. Splendido il suo accento del Sud.

Poi siamo andati a Est, Shoreditch naturalmente, ad un party di chiusura della London Fashion Week, popolato da ventenni tutti uguali a Pete Doherty. Alla consolle i figli di Sting. Non per dare addosso ai figli di, ma il DJ set era scarso anzichenò. La mediocrità della musica non mi ha impedito di avere una fruttuosa conversazione etilico-letteraria con un professore di letteratura a Eton che ha confermato le mie ipotesi critiche da profano sul deficit di chiusura della pièce. L'ho ringraziato, non senza rimproverargli affettuosamente di essere responsabile della produzione della futura classe dirigente britannica.

Domenica invece, al Palladium, è stata la volta di quella fragile e talentuosa creatura di Rufus Wainwright, impegnato in una credibile ma del tutto superflua operazione di tributo a Judy Garland, con una Very Big Band. Nel parterre ho visto Ray Davies. Oltre il camp c’è solo lui, Rufus. Move over, Mika.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 19 febbraio 2007 | Commenti


OGGI

OGGI

Il corpo a Londra, lo spirito a Vicenza.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi sabato 17 febbraio 2007 | Commenti


RIDERS ON THE DOORS

RIDERS ON THE DOORS

Doors e Audioslave staccano la spina

Tra reunion e scioglimenti è un periodo particolarmente caldo nella soap opera del music business. Mentre il pianeta rischia di sovrappopolarsi di zombie muniti di chitarre e microfoni, che con sempre maggiore insistenza scoperchiano le proprie tombe per funestare i ricordi della nostra giovinezza con il lezzo del presente, è di ieri la notizia che due gruppi che creativamente avevano assai poche ragioni per restare uniti (e ancora meno per unirsi) hanno saggiamente deciso di sciogliersi, purtroppo solo momentaneamente. Trattasi dei Doors e dei più giovani Audioslave. Sono due band profondamente diverse, ma accomunate dalla stessa vocazione critica nei confronti dei mondi loro contemporanei: lo scontro generazionale degli anni Sessanta/Settanta nel caso dei primi e la reazione al coma profondo del senso critico indotto dalla dilatazione della bolla borghese di privilegio proseguita (in Occidente) per tutti gli anni Ottanta nel caso dei secondi. Ma soprattutto accomunate dall’essere state entrambe reinventate.

Cominciamo dai Doors, quarant’anni l’anno scorso, un caposaldo della controcultura del secondo dopoguerra, il simbolo di un’America che rifiutava sé stessa, cercando un’altra identità senza ben sapere quale. Una band, soprattutto, legata alla figura del suo frontman, Jim Morrison, un poeta, cantante e autore dal carisma torrenziale la cui parabola da Baudelaire del r’n’r, culminata con l’inevitabile scomparsa prematura ha contribuito a consacrare il mito.

Senza voler entrare nella spinosa questione del valore effettuale dell’eredità dei Doors, una band che qui si ritiene grossolanamente sopravvalutata sotto ogni punto di vista (compresa, soprattutto, la prosopopea poetica del Morrison), ci si concentrerà sugli eventi di cui questa si è resa protagonista nell’ultimo decennio. Cercando di sintetizzare drasticamente: da anni i superstiti del gruppo, Ray Manzarek, Robby Krieger da una parte e John Densmore dall’altra si sono affaccendati a distruggere la rispettabilità del nome Doors in una logorante e meschina tiritera legale che, simile ha quella che coinvolse Roger Waters e i Pink Floyd, ha finito per disgustare anche i fan più accaniti.

I primi due riformarono il gruppo con il nome di The Doors of the 21st Century, con Ian Astbury (ex cantante dei Cult) al posto di Morrison: una scelta appropriata, visto che Astbury aveva costruito la sua immagine clonando Morrison. Ma incontrarono la ferma opposizione di Densmore e della famiglia di Morrison sull’uso del nome Doors. Ripiegarono dunque su qualcosa che li rendesse immediatamente riconoscibili e la scelta cadde sul titolo del leggendario singolo del 1970: Riders On the Storm.

Seguì un tour che ha istigato recensioni fra le più feroci mai scritte su una reunion. Una band storica che metteva al posto del proprio simbolo una mezza figura della generazione successiva? Un po’ come se Howard Jones diventasse il cantante dei Kraftwerk, o commissionare a Filippo Panseca il completamento della Sagrada Família di Gaudí (anche se la nostra identità pop provoca aberrazioni anche peggiori, vedi i Queen con Paul Rodgers al posto di Mercury e gli inesplicabili INXS che hanno trovato il cantante in uno show televisivo).

Insomma, uno scempio perpetrato ai danni di un mito, di cui lo stesso Astbury, prima del suo recentissimo annuncio di addio alla band, deve essersi reso conto. L’ironia del tutto è che il quarantaquattrenne cantante ha dichiarato: «Ho imparato molto da Ray e Robby ma ora è venuto il momento di curare la mia eredità musicale» riferendosi naturalmente al suo gruppo, i Cult, un effimero fenomeno, fittizi come gli anni Ottanta che li ha partoriti, assemblati attraverso idee musicali altrui condite con abile furbizia. Che Astbury fugga l’abbraccio mortale dei Doors per “dedicarsi” ai Cult è il chiaro segno che a insistere nel frustare un cavallo morto alla fine ci si sloga soltanto il braccio. Eutanasia, accanimento terapeutico: sono dibattiti ormai penetrati a pieno diritto nel mondo della musica rock, fino ad oggi mai confrontatasi così drammaticamente con la propria età pensionabile e lo spettro della propria finitudine.

Alla parabola dei Doors fa da contraltare quella assai meno tragica degli Audioslave, che presenta però lo sviluppo di alcuni elementi presenti nella prima. Come si sa, gli Audioslave nascono dalle ceneri delle due tra le massime formazioni americane di rock estremo (uso quest’etichetta generalista per non inoltrarmi in noiose suddivisioni) degli anni Novanta, i Soundgarden, di cui Cornell era (notevolissimo) cantante solista e i Rage Against The Machine, sostanzialmente confluiti interamente nella nuova formazione. Insomma, a volerla dire tutta, Cornell era diventato il nuovo cantante dei RATM al posto del sulfureo Zack De La Rocha. Ma aveva portato il suo suono e la sua scrittura, profondamente “bianchi” rispetto al bagaglio hip-hop dei colleghi all’interno della compagine.

Nasceva così un supergruppo (definizione che già prelude a frigidità creativa, indotta da autocontemplazione) che avrebbe prodotto tre dischi del tutto trascurabili, il cui terzo ha anche venduto, com’era prevedibile, poche copie. Indovinate perché? Gli Audioslave non erano una band “necessaria” non erano, cioé, musicisti che avessero qualcosa di urgente da dire, perché avevano già detto, se non tutto, quasi tutto nelle rispettive band precedenti. Difficile a concepirsi, ma è così.

E ora che finalmente si lasciano per le solite “divergenze artistiche e musicali” e con una certa acrimonia, come si evince dalle dichiarazioni di Cornell, fanno quello che era auspicabile avessero fatto sin dall’inizio: dedicarsi a progetti solisti. Sia Tom Morello, il chitarrista, che Cornell hanno un disco in uscita. È quella la strada da seguire, anziché sporcarsi le mani in operazioni fumettistiche (sperando che il disco di Cornell non sia come il precedente, l’infelice Euphoria Morning).

Dunque la storia dei superflui (sebbene musicalmente solidissimi e grandi dal vivo) Audioslave, che cosa ci insegna? Che i gruppi sopravvivono solo quando ci si deve fare un nome attraverso di essi. Le varie identità musicali si definiscono, crescono nel gruppo, il gruppo è la levatrice dell’individuo musicale. Il gruppo è uno strumento del singolo: nel rock la comunione è fittizia, la condivisione apparente, contrariamente a quello che ci ha sempre voluto far credere. E quando il processo di crescita con l’annesso raggiungimento della fama si compie e il gruppo si dissolve, è futile cercare di crearne un altro: ormai si è persa la propria verginità, l’ego è cresciuto, si considera qualunque nuova impresa alla luce del prestigio che la nostra presenza reca all’insieme e non il contrario. Soprattutto, si vuole imporre la propria idea superiore in quanto dimostrata dal proprio precedente successo e del proprio nome. Come si fa a creare cose fertili e interessanti con altri quando ciascuno ha la zavorra della fama e del nome che lo immobilizza? Il supergruppo è un fuoco di paglia, luminoso quanto vuoi, ma incapace di ardere a lungo.

Per carità, tutti hanno diritto di lavorare e di continuare a sentirsi vivi artisticamente. Formare un altro gruppo dopo che il proprio è finito, così come resuscitarlo senza gli ingredienti originali, lì per lì potranno soddisfare l’autostima e risanare il conto in banca. Ma a lungo termine compromettono la rispettabilità e la durevolezza di quanto di davvero buono si è stati capaci di creare in passato. I Riders On The Storm/Doors e gli Audioslave hanno deciso, annunciando la propria fine lo stesso giorno, di farci riflettere su queste urgenti, insostituibili, profonde verità. Il vero problema è che entrambe le band hanno detto di voler continuare, con altri cantanti. Magari cercandoli su una chat.

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OFF 17/02/07

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi sabato 17 febbraio 2007 | Commenti


SORRY, LILY

SORRY, LILY

I Brit Awards si sono svolti in maniera non del tutto anodina, in parte smentendo le aspettative di chi li ritiene un evento innocuo e istituzionale. Russell Brand, il comico che ha presentato la serata, ha fatto commenti pesanti sulla guerra in Iraq che hanno disturbato alcuni spettatori. Il canale televisivo che trasmetteva (dal vivo per la prima volta in vent’anni) la serata, ITV, ha ricevuto svariate proteste; la parata di stelle e di performance è stata dignitosa; gli americani The Killers e gli Arctic Monkeys hanno fatto man bassa, prendendo due premi ciascuno: Best British Group e Best British Album e International Group e Album, rispettivamente.

I Take That hanno vinto nella categoria miglior singolo e sono stati atroci come solo loro sanno essere (ma si sono aggiudicati una rivalsa leggendaria, su cui torneremo tra un momento). L’unica cosa abbastanza inaspettata è stata l’esito dello scontro delle dive londinesi, risoltosi in una severa punizione per la piccola e pestifera Lily Allen, che da quattro nominations non ne ha portata a casa nemmeno una. Ha vinto invece la sua rivale Amy Winehouse, un personaggio intrigante, in bilico fra il trash, il porno e il jazz raffinato, che con il suo secondo album Back To Black si è aggiudicata l’award come miglior interprete femminile.

Allen, per dimenticare l’onta, si è gettata nella dissipazione della festa post-cerimonia organizzata dagli Oasis, che hanno affittato un club intero in West London, il Cockoo, dove fiumi di champagne sono fluiti fino alle prime luci dell’alba. Al party degli Oasis sono anche intervenuti i loro “nipotini” The Kooks, i Kasabian, i Killers e uno che invece potrebbe essere il loro nonno, Steven Tyler degli Aerosmith. Gli Oasis, una band in coma creativo da almeno un decennio, hanno festeggiato il premio per lo “straordinario contributo alla musica”. Si sono poi esibiti in una performance in cui il troublemaker Liam Gallagher ha toccato minimi storici vocali che è stato impossibile non notare.

Altro momento topico della serata, la ricomparsa dell’altro prodigio teenager del soul bianco, Joss Stone, che del nativo Devonshire ha ormai perduto l’accento, visti gli anni trascorsi un America. Con fare sovraeccitato ha presentato il vincitore del miglior interprete maschile, il cantautore James Morrison, un altro artista che l’anno scorso era del tutto sconosciuto (come del resto la Allen), ha sfoderato un look da pantera in linea con i suoi diciannove anni e lanciato il non troppo subliminale messaggio “aspettate che esca il mio nuovo album a marzo e l’anno prossimo vi mangio tutti in un boccone.” Ammirabile tra pochi giorni a Sanremo.

Sulla serata aleggiava la nemesi inflitta al povero Robbie Williams, finito su tutti i giornali il giorno prima per aver trascorso il proprio compleanno in una clinica californiana per disintossicarsi dagli antidepressivi. Proprio mentre i suoi ex-colleghi, che hanno vivacchiato nel decennio che lo ha visto diventare una superstar, si prendevano la rivincita di una carriera, stillando la loro melassa appiccicosa nelle orecchie dei malcapitati presenti.

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OFF 16/02/07

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 16 febbraio 2007 | Commenti


HIGHBROW, LOWBROW, MIDDLEBROW

HIGHBROW, LOWBROW, MIDDLEBROW

Lo so, alla tràib dei blogger over 30 Radio Tre non piace perché è ancien régime, parla solo di alta cultura, non è sufficientemente pop, non compie un'analisi semiologica di 24 o di Lost. Era però, l'unica radio che ascoltassi quando vivevo in Italia e mi ha insegnato due di quelle tre cose che so. È per questo che collaboro ostinatamente e orgogliosamente da anni a Radio Tre Suite. E stasera, attorno alle dieci e mezza, racconterò una mostra straordinariamente glamour, postmoderna, tanto nazionalpopolare che nemmeno Mara Venier che legge passi della sceneggiatura di Delitto al Ristorante Cinese. Una mostra sulla paranoia, organizzata da un’istituzione che luccica tutta di paillettes: il Freud Museum, nell’ultima casa di Sigmund, a Hampstead. Now, that's entertainment.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 15 febbraio 2007 | Commenti


THE FUTURE IS UNWRITTEN

THE FUTURE IS UNWRITTEN

Cessando così, semplicemente, improvvisamente, di funzionare poco prima del Natale di cinque anni fa, il cuore di Joe Strummer consegnava alla morte villana un uomo vivo. Vivo nel senso di reale, appassionato, di carne e di sangue, non insaccato nel cellophane sterile, teleguidato, odioso della fama: sincero.

Ieri al Groucho Club di Soho, sotto i tavoli del cui biliardo al culmine del Britpop Alex James si addormentava e dove Damien Hirst ne ha combinate di tutto lo spettro cromatico grazie a un’infaticabile assunzione psicotropa, ho fatto una chiacchiera amabile di un’oretta con un uomo che è una specie di enciclopedia vivente del punk.

Sotto l’effetto di una modesta dose di caffeina, Julian Temple mi ha raccontato del film che ha appena presentato al Sundance Festival sulla figura di una star che era un’antistar. Ne parlerò, cercando di non farmi trasportare dall’enfasi, prossimamente su Left.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 15 febbraio 2007 | Commenti


GOODBYE YELLOW BRICK LANE,

GOODBYE YELLOW BRICK LANE,

hello Tate Modern. Domani apre la c-o-l-o-s-s-a-l-e retrospettiva dedicata a Gilbert & George, che documentano l'East End da quando Damien Hirst portava i pannolini. Ne parlano domani, sul quotidiano fondato da Antonio Gramsci.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 14 febbraio 2007 | Commenti


IGGY DIDN'T PLAY GUITAR

IGGY DIDN'T PLAY GUITAR

La notizia che il prossimo marzo uscirà The Weirdness (la stranezza) il nuovo album degli Stooges di Iggy Pop dopo qualcosa come trentaquattro anni, evoca un sentimento misto di aspettativa e sgomento. Era il 1973 quando Raw Power chiuse la prima fase della band e consegnò James Newell Osterberg, in arte Iggy Pop, a una carriera solista piena di alti (pochi) e bassi e una vita funestata dall’intermittente (ab)uso di eroina. L’album era stato prodotto da David Bowie in un ciclico tentativo di resuscitare la carriera e di recuperare la salute dell’amico. Ma fallì: nonostante le critiche positive, vendette pochissimo e dopo tre flop di fila (simile sorte avevano avuto gli altrettanto incredibili The Stooges del 1969 e Funhouse del 1970), il sipario calò definitivamente. Fino adesso. Già, è un periodo di riunioni: quella dei Police, in queste pagine già commentata, che ha avuto la sua prova costumi alla cerimonia di premiazione dei Grammy lo scorso fine settimana, quella di qualche mese fa dei New York Dolls. E poi, prepariamoci per i Led Zeppelin, un altro colosso che sta per risvegliarsi.

Ma gli Stooges sono una cosa diversa. I Police sono una pop band, dalle canzoni orecchiabili e ritmate, con quell’uso carezzevole del reggae, suonate da musicisti capaci. I Police hanno venduto uno sfracello di dischi: artisticamente non hanno influenzato nessuno, ma hanno provvisto la giovinezza di milioni di persone di una colonna sonora (la ragione principale per cui ci si commuove all’idea di un loro ritorno). I Police, però, da un punto di vista culturale sono stati innocui: erano un prodotto dell’addomesticamento degli anni Ottanta. Gli Stooges no. Sono sempre stati un fenomeno estremo, pernicioso e poco raccomandabile. Erano la band che ha scremato dal rock la danzabilità, sviscerandone il nerbo secco e violento, usando il volume e il rumore come mai prima, coniando assieme agli MC5 il “suono di Detroit”. Erano una band “brutta” a vedersi, antintellettuale (il contrario degli ugualmente innovativi Velvet Underground), con Iggy Pop in anticipo di dieci anni esatti sul punk. Le sue stravaganze sul palco erano traumatiche: esibirsi a torso nudo, gettarsi a terra in preda a convulsioni semiepilettiche, tagliarsi, cospargersi il corpo di burro d’arachidi, tuffarsi sul pubblico (il cosiddetto stage diving, che pare abbia inventato lui) erano comportamenti ai limiti del patologico alla fine degli anni Sessanta, quando i Beatles facevano notizia perché si erano lasciati crescere i capelli lunghi.

Molti direbbero che lo sono anche adesso, ma non è questo il punto. Il punto è che il suono di quei tre dischi, che all’epoca vendettero poco o nulla, conteneva almeno i tre quarti di tutto quello che è venuto dopo e ha continuato a influenzare due generazioni di musicisti. Brani come “I Wanna Be Your Dog” e “No Fun” sono stati rifatti da innumerevoli altri e sono alla radice del punk del Settantasette come del grunge e del noise degli anni Novanta, Nirvana in testa (erano il gruppo preferito di Cobain). Iggy Pop sarebbe diventato la prima icona punk profondamente antisociale della storia: in confronto, le intemperanze di uno dei suoi modelli, Jim Morrison, diventavano roba da circolo del bridge. Oggi il miracolosamente sopravvissuto Pop (tra lui, Ozzy Osbourne e Keith Richards non si capisce che patto abbiano fatto con l’inferno), nonostante i sessant’anni, continua a esibirsi a torso nudo e a scioccare con il suo corpo nervoso e stremato come quello di un cristo nordico dopo la fustigazione.

È vero, già nel 2003, a trent’anni esatti dall’uscita di Raw Power, Iggy aveva richiamato i superstiti della band, i fratelli Asheton e con l’aiuto dell’ex Minutemen/fIREHOSE Mike Watt al basso aveva dato alle stampe Skull Ring. Ma ora è con il nome Stooges che torna, deciso a reclamare quello che commercialmente non ha mai ottenuto. Il problema è che difficilmente ci riuscirà, ora. E che in questo suo fallire, rischia di distruggere la leggenda della band, basata non sul ricordo del “come eravamo” (se non per alcuni), bensì sull’evocazione di un immaginario. Che, come un ciclo epico cavalleresco a tradizione orale, si arricchisce di più ad ogni bocca in cui transita.

Il rock è essenzialmente mitologia o storia. La realtà e la cronaca, nella maggior parte dei casi, lo uccidono. Avevo cinque anni quando i primi Stooges si dissolsero: ho, come molti altri, una voglia matta di sbagliarmi.

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OFF 14/02/07

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 13 febbraio 2007 | Commenti


Intervistai Natalie Maines il giorno dopo che fece il commento sull’invasione in Iraq che costò il successo americano alle Dixie Chicks. Era il 2003, l’apertura della data di Londra, l’album stava facendo faville. Dire al pubblico dello Sheperd’s Bush Empire che George Bush la stava facendo vergognare di essere texana allora parve “forte”, ma non da aspettarsi l’alzata di scudi da parte di tutto l’enorme circuito delle radio country americane: il boicottaggio fu totale e le lettere minatorie cominciarono a piovere.

È bello vedere che la band, sebbene il country mi tocchi quanto un tergicristallo a media velocità in una mattinata invernale, ha vinto cinque grammy (tra cui miglior album country, disco dell’anno, canzone dell’anno e performance vocale) e che è stata rivalutata dal suo grande e disgraziato paese. Ma si sa: del senno di poi, sono piene le fosse. Comuni.

Altri highlights della serata: l’apparizione live dopo vent'anni del trio The “we’re only back at it for the money” Police e il fatto che l’ex soldato James Blunt è tornato a casa a mani vuote.

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UPDATE

E qui la responsabile tira un sospiro di sollievo (forse dandosi un po' troppa importanza).

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 12 febbraio 2007 | Commenti


BREAKING AND ENTERING

BREAKING AND ENTERING

“Complicità e sospetti”, è l’infelice titolo italiano del nuovo film di Anthony Minghella, “Breaking and Entering”, che apre in questi giorni in Italia. Infelice, perché oltre a riecheggiare in maniera goffa “Crimini e misfatti” di Woody Allen, tradisce appieno il significato metaforico del titolo originale. Che è infatti un’allegoria sul concetto di irruzione (letteralmente significa “forzare e entrare”): nello spazio geografico come in quello psicologico, nella proprietà altrui come nella vita altrui.

Il film è profondamente londinese non tanto perché è (naturalmente) ambientato a Londra, ma perché riproduce molte delle dinamiche socioculturali della metropoli britannica, aperta a un sempre crescente flusso di immigrazione dettata da necessità economiche (la ricerca del lavoro), ma anche politiche (è piena di rifugiati). In una città dove il benessere e il degrado si intrecciano in modo disorientante, l’architetto Jude Law vive a Primrose Hill, quartiere alterno-chic delle star del cinema e della musica, da dieci anni con Robin Wright Penn, svedese più bionda di Barbie che ha tutti i clichè della fredda scandinava. Sono in crisi, anche perché la figlia di lei, bambina dodicenne semiautistica, non lo accetta come figura paterna. L’analisi di coppia a cui i due si sottopongono non sembra giovare granché. Law ha appena deciso di trasferire la sua pratica a King’s Cross, zona dell’omonima stazione ferroviaria piagata da tossicodipendenza, prostituzione, violenza, con l’intento di rigenerare quella zona progettandovi un quartiere del tutto nuovo.

La sua spericolatezza e il suo idealismo sembrano essere puniti quando il nuovo studio in mezzo all’enorme cantiere (che esiste davvero, King’s Cross è da anni in pieno ampliamento e modernizzazione) viene ripetutamente razziato dei costosi computer Apple da un ventenne anglobosniaco che usa la tecnica del parkour (o Free Running), la corsa forsennata e rischiosa attraverso la città ed ogni sua ogni barriera architettonica divenuta un cult giovanile a Parigi e Londra. Law segue, non visto, il ragazzo e viene così a conoscerne la madre, una splendida Juliette Binoche, vedova di guerra e rifugiata politica bosniaca, che fa la sarta. I due mondi, agiato e nevrotico quello di lui, povero e drammatico quello di lei, si intersecano attraverso la relazione che scoppia tra i due, piena di non detti, in la cui tensione ricorda in certi punti “Il danno”, dove Binoche era la torrida amante proibita di Jeremy Irons, fino a un finale che sembrerebbe preludere al dramma.

Il film è un pezzo di bravura costruito sulle simmetrie invertite dei mondi dei protagonisti e delle rispettive famiglie (la figlia della compagna di Law è ossessionata dalla ginnastica, il figlio di Binoche è un “free runner”; l’irruzione è il tema ricorrente: del giovane ladro nello studio di Law, di Law nella vita di Binoche, di Binoche nella vita di Wright Penn e via dicendo). Ma anche se può sembrare troppo intelligentemente costruito per palpitare di vita propria, è molto ben girato e ricco di momenti poetici ed enigmatici. È, tolta la parabola socioculturale, un atto d’amore del regista per la sua Londra, dalla quale mancava cinematograficamente da dieci anni e che qui è colta nel suo incessante trasformarsi in un fermo-immagine simbolico ed evocativo. Ma forse il suo merito principale sta nell’essere riuscito a fare di Jude Law un attore credibile, un po’ meno impacciato dal suo look da sogno erotico femminile (e non solo). Solo un poco, però: il contrasto con la matura intensità di Binoche non gli giova. Menzione speciale alla colona sonora di Gabriel Yared e gli Underworld.

OFF 09/02/07

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi sabato 10 febbraio 2007 | Commenti


OCEANS APART

OCEANS APART

Lo sto riascoltando adesso, a distanza di più di un anno. Quello che, ora che Grant McLellan è morto, è definitivamente l'ultimo (the latest, the last) album dei Go-Betweens è un capolavoro. Senza se, senza ma, senza la morte di McLellan.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 9 febbraio 2007 | Commenti


SCRITTI POLITTI-CI

SCRITTI POLITTI-CI

Sarà che mi affascina il suo passato di squatter di Camden, consumato dalle anfetamine e dalle letture marxiste e strutturaliste, ma il ritorno di Green Gartside e la sua deliziosa timidezza pop mi allietano non poco in queste mattine neoinvernali.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 9 febbraio 2007 | Commenti


VIRAL MARKETING

VIRAL MARKETING

Hi,

Viuagra - 3.35
Vaulium - 1.25
Ciualis - 3.75
Amabien - 2.90
Souma - 1.15

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 7 febbraio 2007 | Commenti


METALHEADZ DI TUTTO IL MONDO,

METALHEADZ DI TUTTO IL MONDO,

gioitevi. Sharon “Ozzy” Osbourne proclama che l’Ozzfest di quest’anno sarà gratis.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 7 febbraio 2007 | Commenti


EMOCRANIA

EMOCRANIA

Annunciato il titolo del nuovo Arctic Monkeys. Amanti dei calembour, tenetevi forte: Favourite Worst Nightmare. E' un incubo di titolo. Ma non erano bravi a scrivere i testi? Perché scimmiottare il più deteriore emo-crap targato MTV?

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 7 febbraio 2007 | Commenti


MARTE E MINERVA

MARTE E MINERVA

Mentre la viril schiatta italica forgia il suo eroismo nelle arene circensi, il molle popolo dei cinque pasti al giorno fa vedere il film di Gore ai bambini nelle scuole, gli insegna il cinese e l'arabo, sospende la pubblicità di cibo spazzatura nei loro programmi televisivi.

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PS Nessun cinismo, semplice disperazione.

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 6 febbraio 2007 | Commenti


PER L'AMAZZONIA, PER LA PECUNIA

PER L'AMAZZONIA, PER LA PECUNIA

150 milioni di dolari sul tavolo dei Police. Ce li ha messi Michael Cohl, promoter degli Stones e del tour più lucroso della storia (quello, appunto, degli Stones: l'ultimo. If not the last, the latest). Se li rifiutano sono pronto a ascoltarmi tutti di seguito i dischi di Blunt, Nutini, Rice, Luca Sardella.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 5 febbraio 2007 | Commenti


GIAN CARLO MENOTTI 1911-2007

GIAN CARLO MENOTTI 1911-2007

Nel 1996, completamente privo di esperienza, feci un colloquio con Francis Menotti per lavorare al Festival di Spoleto. Ne sarei uscito sette anni dopo, mezzo esaurito ma con un bagaglio professionale e umano resi inestimabili dall’aver frequentato un genio. Francis, figlio adottivo di Gian Carlo, aveva ereditato il timone della manifestazione in mezzo a mille polemiche. Aveva fatto un repulisti del vecchio staff ed era alla ricerca di gente giovane e non “contaminata” dalle beghe politiche che avvelenavano da tempo i rapporti tra il Festival e la città. L’ufficio stampa aveva bisogno di collaboratori. Finii lì, all’inizio con un semplice rimborso spese, ma con la felicità di lavorare in quello che era stato uno dei massimi Festival europei, frequentato da Pasolini, Ginsberg, Visconti, dove si era esibito Al Pacino prima di diventare Al Pacino, che aveva scoperto Yo Yo Ma, Jacqueline Du Pre e innumerevoli altri. E dove ero stato portato da piccolo una volta, accompagnato da mio padre.

Pochi giorni dopo l’assunzione, incontrai il Maestro. Ricordo esattamente quali furono le sue parole: «Ti piace il lavoro?». Come avrebbe potuto non piacermi? Opera, prosa, arti figurative, musica da camera, danza. Ogni volta che si scrive di Spoleto è irresistibile la tentazione di cadere nel solito sciropposo clichè sulla “magia di Spoleto”. Ebbene ci cado, sulla scia della commozione per la scomparsa dell’ultimo grande italiano del Novecento. E della gratitudine che devo a Francis, uomo di grandi ire e grandi passioni, per avermi schiuso le porte di quel mondo: spietato e generoso, cinico e sentimentale, logorante e avvincente. Spoleto nel suo Festival era magica, e lo è stata probabilmente anche in questi ultimissimi anni in cui io non l’ho frequentata, sebbene da tempo scriverne era diventato per molti un agrodolce esercizio evocativo di antiche glorie.

Un Festival è una cosa difficile e inebriante, anche oggi che ce n’è ad ogni fermata d’autobus. Per inventarne uno nell’Italia del 1958 ci vuole del genio. Menotti era uno dei pochi artisti italiani di genio e non provinciali. Aveva visto il mondo. Era cresciuto artisticamente in America. Aveva osservato le esperienze dei Festival di Edinburgo e Avignone. Aveva capito che riprodurre in Italia quelle dinamiche, avrebbe recato lustro al Paese, lo avrebbe riportato alla ribalta culturale dell’Europa e del mondo. Si dice spesso che Menotti ha messo Spoleto nella carta geografica. Ha fatto molto di più. Ha contribuito alla rinascita culturale italiana (e quindi europea) del Secondo Dopoguerra, dimostrando che un paese come il nostro, ancora violentemente segnato dalla devastazione bellica e dallo sforzo della ricostruzione, aveva un potenziale inesauribile di attrazione di talenti e creatività. Sull’onda lunga del Neorealismo cinematografico, l’Italia tornava a campeggiare sulle pagine culturali dei giornali internazionali grazie al compositore italiano.

Menotti ha fatto di Spoleto, dove «nel 1958 non c’era nemmeno un ristorante» - amava ricordare - e del suo rapporto privilegiato con gli Stati Uniti, il canale di un fermento straordinario di idee, movimenti, avanguardie americane ed europee in piena Guerra Fredda. A Spoleto negli anni Sessanta si vedevano cose che non si vedevano a Londra e Parigi, o le si vedevano prima. Per questo e per la forte polarizzazione politica in campo intellettuale e artistico che lacerava l’Italia, fu visto come un cavallo di troia capitalistico in un paese dove la cultura e l’arte erano appannaggio della sinistra. Il “compositore italo-americano” lo definivano. La cosa gli faceva male. La sua colpa? Un laboratorio compositivo saldo nel sistema tonale, ricco di stilemi tardoromantici, sontuoso e talvolta sentimentale nella scrittura: insomma “decadente”, nel senso sprezzante in cui la critica militante usava il termine. Questa lettura politica della sua musica per anni gli è valsa il disprezzo, o peggio, l’indifferenza dei piani alti dell’establishment della musica classica in Italia, famosa tra tutti la diatriba con un dogmatico Luigi Nono nel 1965. Forse il lascito culturale più importante (e secondo molti la “colpa”) del compositore è stato il portare l’opera dalla dimensione magniloquente del teatro tradizionale agli spazi e all’atmosfera più intima e disimpegnata di Broadway, avvicinandola per certi versi al musical e al grande pubblico (anche se la parola “musical” lo faceva inorridire). Grande divulgatore, Menotti passa anche alla storia non solo per i due Pulitzer vinti, le eccezionali regie operistiche, i libretti o per aver visto rappresentata la sua opera Amelia al Ballo al Metropolitan di New York nel 1938, alla tenera età di ventisette anni, ma anche per essere stato autore della prima opera commissionata da una televisione: Amahl and the Night Visitors, dalla NBC, nel 1951. L’”operina”, come lui la chiamava, di argomento sentimental-natalizio, fu un successo strepitoso e ispirò migliaia di bambini americani a diventare musicisti, compositori e direttori d’orchestra.

Menotti era noto a Spoleto come il “Duca”. Certo, la città era stata anticamente un Ducato, ma erano più il suo portamento aristocratico e la sua forte leadership a valergli il soprannome. Solo in seguito sarebbe diventato Duca: all’inizio lo chiamavano “il Matto”, tanto dirompente fu l’avvento suo e del suo mondo di nobildonne, ereditiere, artisti nella cultura mezzadrile della Spoleto di fine anni Cinquanta. L’uomo aveva una classe mai vista: la personificazione della “sprezzatura” rinascimentale di Baldassar Castiglione. Dei miei sette anni a Spoleto la cosa che ricordo con maggiore piacere erano le conversazioni a tavola. Ci si alzava non solo dopo aver consumato il pasto in un’atmosfera irreale (a casa Menotti pranzi e cene avevano un rigore formale ottocentesco), ma con il cervello che ancora ronzava per le cose imparate, gli aneddoti uditi. Conversazioni in cui i nomi di Cocteau, Chaplin, De Chirico, Thomas Mann, Samuel Barber, Igor Stravinskij, Marilyn Monroe, Toscanini, Vladimir Horowitz, Ezra Pound, Dylan Thomas e molti, molti altri scivolavano sulla tovaglia ricamata e le posate d’argento con disarmante naturalezza.

Trasfigurato dall’aura senile che ne faceva un vecchio bello e mite, Menotti era in realtà di un’arguzia e destrezza intellettuale brucianti, e lo è rimasto fino all’ultimo. Spesso, da un commento o una reazione a uno dei mille drammi che costellavano le nostre giornate a Spoleto (la maggior parte dei quali riguardava una fratricida guerra dei cent’anni ingaggiata contro l’amministrazione comunale e la fondazione che erogava i fondi pubblici per il finanziamento della manifestazione), era chiaro che sotto la patina bonaria del vegliardo splendeva ancora l’acciaio della volontà del leader, disposto a passare sopra qualunque emotività pur di raggiungere il proprio obiettivo, fosse la rappresentazione di uno spettacolo, l’ottenimento di un permesso o la raccolta di fondi per realizzare un progetto. Ironico, blasé, sfacciatamente elitario e orgogliosamente passatista (non ha mai riconosciuto appieno forme d’arte del XX secolo come il jazz e la fotografia), aveva un modo tutto suo di criticare la società dello spettacolo e quella italiana nel suo complesso. Sempre un outsider, aveva scelto di vivere in Scozia, dove l’unica concessione all’italianità era il gusto palladiano dell’architetto Adam, creatore di Yester House, la dimora settecentesca diventata casa Menotti dall’inizio degli anni Settanta.

Soprattutto in questioni di carattere artistico, Menotti non è mai stato accomodante o sentimentale: la sua direzione del Festival, che poi ha trasmesso in linea dinastica a Francis alienandosi (e alienandogli) la simpatia di molti, è stata per lui un continuo avvicendarsi di tormento ed estasi. In questa ultima fase della sua vita, più il primo che la seconda. Fatte le debite proporzioni, Spoleto è dei Menotti come Bayreuth è dei Wagner: a questo principio fondamentale Gian Carlo e Francis si sono aggrappati negli ultimi anni, rivendicando una potestà sulla propria creatura per certi versi incontestabile, tirando dritto, cercando di non curarsi dei problemi economici e dell’ostilità che li circondava. Ha sempre rimpianto di aver dedicato al Festival una gran quantità di tempo ed energie, sottraendole a quello che riteneva il suo compito primo: comporre. Ma la sua creatura è un diabolico e meraviglioso gorgo di emozioni, dal quale è impossibile risalire. Lo sa bene Francis, che ne è la guida da più di dieci anni. Il Festival è un microcosmo perfettamente autosufficiente con le proprie dinamiche relazionali, una valuta corrente, una lingua, una storia e soprattutto una mitologia. Un mondo nel mondo, che ti assorbe e sradica dalla realtà. Per questo il novantacinquenne Gian Carlo era a Montecarlo: la sua opera La Medium era in cartellone, per la regia di Francis. Il lavoro, l’arte: tutta la vita, fino alla fine.

The Independent

The Guardian

The Times

The Daily Telegraph

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 2 febbraio 2007 | Commenti


Vecchi Merletti