COMMEDIA DELL'ARTE: NUOVE MASCHERE

COMMEDIA DELL'ARTE: NUOVE MASCHERE

Non ho ancora scritto di spie russe, farneticanti senatori della repubblica italiana, pseudoprofessori dal mendace CV. Credevo che Polonio fosse un personaggio dell'Amleto. Credevo di provenire dal paese di Pulcinella: apprendo con sgomento che è diventato il paese di Scaramella.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 30 novembre 2006 | Commenti


FAT (AND) FREE

FAT (AND) FREE

Chi scrive in una rivista non dovrebbe parlare di altre riviste. Ma questo post non mi consente tale deontologica discrezione. Tutta la stampa musicale internazionale infatti, senza l’eccezione di quella americana, ha una pila fissa di riviste sulla propria scrivania, le cosiddette “referenze bibliografiche” che non sono altro che uno splendido serbatoio di idee da plagiare, agitare un po’ e da ammannire alla propria readership.

Certo, internet ha di molto eroso i confini che separano l’arbiter elegantiarum che un tempo era il critico musicale dall’affamato e bramoso lettore, in costante rischio di decesso per inedia musicale: adesso, chiunque accede alle fonti e si fa un’idea propria, il che naturalmente non può che essere un bene.

Questo cappello serve a introdurre il fatto che io si avrò la mia cybermazzetta sul desktop, ma che tra queste pubblicazioni una, da molti e naturalmente un tempo anche dall’underwritten considerata una bibbia, è cospicua nella sua assenza. Parlo del NME, che ho finito (qui parlo da lettore, non da giornalista) per detestare visceralmente per due ragioni: la sua ostinata e molesta insistenza nel celebrare le “magnifiche sorti e progressive” del petulante pseudogenere “indie” o “postbritpop”, che a parte qualche rara e ancora tutta da dimostrare eccezione sono dieci anni che secerne bufale gioiose; e il fatto di essersi andato a cacciare in una nicchia di lettori under venticinque, il cui già non elevatissimo quoziente medio di alfabetizzazione (senza offesa, boys and girls: it’s a fact) contribuisce a miniaturizzare ulteriormente. Un giornale che non parla altro che di Johnny Borrell e Pete Dokety non può non aver dei problemi, no?

Comunque c’è un’iniziativa recente del NME che ha finito per indurmi a togliermi il cappello: la pubblicazione della Cool List 2006, lista di personaggi le cui immagini troneggiano nelle nostre camerette e di fronte alle quali pratichiamo quotidiane genuflessioni. Quest'anno, davanti a quelle gnocche di Kate Jackson e Karen O e ai soliti White, Dokety e blablabla, è errivata Beth Ditto, cantante gay e abbondamente sovrappeso delle Gossip, che ha vinto. The Gossip vengono da un buco di ano di posto in Arkansas in una zona probabilmente governata dal KKK, Beth ha subito ogni forma di bullismo e discriminazione per il proprio aspetto e la propria sessualità. La band è decente ma non è questo il fatto. È che con questa iniziativa il NME, più o meno consapevolmente, attualizza un problema economico e culturale. Che mi accingo a descrivere succintamente.

Un tempo, nell'occidente industrializzato, i poveri erano magri perché mangiavano poco. Oggi, in paesi che sono l’avanguardia consumistica dell’occidente ovvero gli USA e la GB, la soglia di povertà si è spostata: i poveri mangiano troppo cibo di merda e guidano automobili orrende con enormi tubi di scappamento, mentre è nel resto del mondo extraoccidentale che i loro corrispettivi continuano a stramorire di fame. As a result, il sottoproletario urbano contemporaneo è grasso. La sua vista provoca al borghese esteta ed istruito non l’orrore e il senso di colpa del bambino denutrito del Sahel, bensì un vero e proprio disgusto. In un paese come la GB, dove l’obesità dilaga a livello di piaga sociale, questo è il campanello d’allarme di un reale rischio di segregazione della diversità. I poveri si meritano di essere poveri: altrimenti non sarebbero così brutti, volgari e obesi. Lo dimostra il costante scimmiottamento satirico della cultura "chav". E' una perniciosissima e strisciante ideologia. E, io come Jake e Elwood, le perniciosissime e striscianti ideologie le odio.

Basta con Kate Moss, Paris Hilton, Keira Knightley e il resto del carrozzone di ragnette insicure. Con questa puzzolente insistenza nel propagandare frigidi idealtipi modiglianeschi di bellezza femminile, la moda, il giornalismo, la fetida televisione condannano un sempre maggior numero di adolescenti alla depressione, al self-harming, alla paura e all’odio del proprio corpo. Bisogna sfanculare questi modelli e sostituirli con un approccio all’estetica fisica più informale e casuale. E schiaffare una come Beth Ditto in cima a una lista che verrà dannatamente presa sul serio da milioni di adolescenti è una gran bella mossa. Complimenti, NME. Nemmeno altre trenta copertine con Pete Dokety riusciranno a sminuire il mio rispetto.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 30 novembre 2006 | Commenti


WHY I AGREE WITH MCGEE

WHY I AGREE WITH MCGEE

Siccome la sua immagine dis-adornava poco fa la homepage di questa rivista (che con uguale stoicismo ospita le mie dialettiche turpitudini), e siccome uno dei boss discografici che voglio intervistare (ormai da anni) nelle nostre periodiche ricognizioni nel mondo delle case discografiche sopravvivi-da-te si è appena abbandonato ad un fantastico rant su di lui, permettete anche a me di spargere due o tre gocce di fiele su Robbie Williams.

Credetemi, non è uno sfondare porte aperte rockista: io detesto il pop commerciale, come anche voi, altrimenti non sareste qui, sareste beatamente immersi nell’abbraccio aromaterapico e rincoglionente di Vanity Fair o di MTV. Quando a fare il pop commerciale sono persone di talento, fair enough: sono bravi a fare quello che fanno come lo sono un bravo carpentiere e un bravo pompiere. Massimo rispetto. Ma quando anche l’assenza della più elementare traccia di reale talento fa mostra di sé in un intrattenitore quale è appunto, RW, e nonostante questo la sua fortuna discografica continua a essere inversamente proporzionale alla qualità del materiale (e lo dimostrano le vendite dell’imbarazzante Rudebox) significa che c’è un problema.

E Alan McGee, notorious boss di Creation, nonché levatrice di band come Primal Scream, My Bloody Valentine, e purtroppo, Oasis, tanto per citarne alcune, non ne ha potuto più e ha sbottato. E oggi, leggendo il suo sfogo poco cavalleresco sul blog del Guardian, ammetto di aver provato un piacere colpevole. Anche se della mia Schadenfreude a Williams, dall’alto di fama e miliardi, non gliene può fregare di meno, è stato bello leggere simili parole alate: “To me, Robbie Williams is a crime against music. It's people like him who are destroying British pop culture. He has 1% of Mick Jagger's talent. He's the post-9/11 feelgood factor. He doesn't mean anything - he's utterly vacant.” Che non traduco per non svuotare dell’acuminata angloconcisione.

Il problema è che della davvero rimarchevole vacuità di Williams nessuno, nemmeno nel mondo del pop (corn), sembra in grado di dire qualcosa. Col risultato che sono sempre vecchi rocker inaciditi a dover gettare un sasso nello stagno, per poi prevedibilmente vedersi appiccicare addosso l’etichetta di rompicoglioni. Ragazzi, se volete incrementare l’ebetudine delle sinapsi, fatelo con popstars brave, com’era un tempo Jackson o come forse è il suo caucasiclone e fidanzato-con-bionda Timberlake (sul quale non ho tempo né voglia di dilungarmi).

Non perdete tempo con Williams. La sua popolarità è un atto di accusa all’intelligenza di milioni di persone. E non parlo per sentito dire. Mesi fa, in un triste supermercato dell’elettronica della Stazione Termini, mi è capitato di vedere una sua performance su uno di questi schermi piatti, ora sinonimo di burinaggine digitale: beh, il nostro balla male, canta maluccio e soprattutto è completamente privo di fascino. È il simulacro di una popstar. Sembra uscito da uno di questi concorsi televisivi tipo X-Factor o Pop Idols, buoni per alimentare le fantasie clitoridee di studentesse del liceo. Scusate ma qui ci sono di nuovo i Take That primi in classifica.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 28 novembre 2006 | Commenti


KOKO KHANEL & THE GUTTER TWINS

KOKO KHANEL & THE GUTTER TWINS

È stato un fine settimana bello pieno, ladies and gentlemen. Tutto è cominciato giovedì sera, quando le mie decrepite membra hanno avuto la forza di trascinarsi fino al Koko, questo lascivo tempio di velluti (in realtà è legno) rossi che evoca un’irrefrenabile concupiscenza di carni (in senso puramente copulativo, io sono vegetalista) omo o etero: a seconda dell’inclinazione preferita.

Il Koko è decisamente da preferirsi rispetto a quel fatiscente orifizio anale che è l’Astoria, sul quale ho recentemente avuto modo di sproloquiare (il problema signori, della parola scritta, è proprio questo: essa rimane) di recente. Nonostante siano passati pochi mesi da tale sproloquio, continuo eroicamente a riconoscermici, con una passione civile che ricorda quella di Paolo Guzzanti, Giovanni D’Arco dell’Italia liberale, infestata da spie del cheghebè che finiranno per arderlo sulla pira del libero mercato.

Dicebamus. Giovedì al Koko c’erano i Twilight Singers, progetto del mercuriale (e superautentico) Greg Dulli, una delle figure più veraci del rock dagli Novanta in qua. Ammiratore dell’entertainer più che del musicista, ebbi la fortuna di beccarmi gli Afghan Whigs che avevano un biglietto di solo ritorno per le noiose guide sul grunge, loro che grunge non sono mai stati. Era l’anno di 1965, cioè il 1998: Dulli era ancora lontano dalle minacce del suo medico che gli ingiungeva di smettere di bere e assumere, pena la morte: aveva trent’anni ed era… selvaggio. Fu uno dei più bei concerti degli ultimi dieci anni, anche se non ricordo dove fosse esattamente. Ecco perché sono tornato a vederli. Volete la recensione? Compratevi il numero di gennaio, motherfuckers. E poi non fatemi parlare di trogloditi con chitarre, che è un periodo che ascolto solo l’Eno dell'era Cluster, quando il Millantatore Meraviglioso giocava con il teutomeccano dei fantastici Moebius, Roedelius e Plank. Roba per gente con gli occhiali bifocali.

Gli Afghan Whigs non hanno mai conquistato il primo piano delle cronache grunge perché non avevano i capelli (tanto) lunghi e le camicione a scacchi: ma erano veraci e diretti come pochi. Greg è un grande entertainer, nel senso classico del termine: uno che è capace di chiacchierare per venti minuti tra un pezzo e l’altro, uno che fuma come una ciminiera, uno che non è per niente postmoderno, è moderno, è perfettamente rock’n’roll. Uno che urla di amori traditi e di donne desiderate, uno serio, uno che sembra un Elvis sfatto e gonfio, così più interessante rispetto all’Elvis recluta con una cerebrodensità che incoraggiava lo svolazzamento di molte falene semiestinte, l’Elvis dei film, l’Elvis delle collane di fiori. Vuoi mettere con l’Elvis coi collettoni e la banana dei primi Settanta, l’Elvis già morto anche se non lo era ancora o non lo sapeva? Ecco, Greg mi ricorda una figura titanica del genere.

Greg ha un’ottima band ed è joinato sul palco da un altro a cui non hanno ancora fatto leggere i suoi necrologi. Sua maestà Robba (non la demoproletaria e sofisticata blogger), la sostanza, Mark Lanegan, un altro capitolo morente della saga “I hate Myself And I Want To Die” edita dalla Cobain Press. Mark è un altro grandissimo orfano dell’ironia: con un tasso di sorrisi che sfiora a malapena i cinque al decennio, la sua è una presenza sul palco che fa rimpiangere il gigionismo di Lou reed. Mark, che peraltro è un GRANDE interprete, decora il set di Greg con la sua partecipazione in questo progetto che reca il sottotitolo “eravamo i grandi frontman di due band sfigate: ora finalmente possiamo mettere i puntini sulle “i”.” L’EP è davvero bello e si chiama “A Stitch In Time”.

E fu così che arrivai al Koko, da solo, soooo by myself. Al che mi ripromisi di raggiungere la fine del concerto senza andarmene prima (cosa che ormai mi capita con inquietante frequenza). E per adesso, mi sono stufato di scrivere e continuerò più avanti. Devo dirvi di come sarei finito di nuovo al Koko tre sere dopo, per assistere alla (recidiva) più grande insistenza nel mancare un appuntamento con la storia che si sia fatta registrare in questi tempi tristi: l’ennesima incarnazione di Michael “The Jocker” Patton. See you later.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 27 novembre 2006 | Commenti


GRIZZLY FILMAKER

GRIZZLY FILMAKER

"Grizzly Man" di Werner Herzog è finalmente uscito in Italia. Qui se ne è parlato mesi addietro. Vi consiglio caldamente di andarlo a vedere come profilassi preventiva del cinepattume natalizio che attende tutti noi. E sarà bellissimo ritrovarsi in quattro nella sala silenziosa.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi domenica 26 novembre 2006 | Commenti


AGAINST THE READER

AGAINST THE READER

È uscito il nuovo Thomas Pynchon. Milleeottantacinque pagine. La jacket lapidaria terrorizza tutto quello che c'è sulla mia scrivania. Mi ci avvicinerò con reverenziale circospezione nei prossimi giorni. Le notizie sull'autore ammontano a 4 (quattro) righe. L'epigrafe è di Thelonious Monk: "It's always night, or we wouldn't need light."

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 23 novembre 2006 | Commenti


DIGITAL SCARAPHONES

DIGITAL SCARAPHONES

Non sono un Esegeta, ma certe cose non si possono lasciar passare inosservate: sarebbe come se un architetto omettesse di considerare Vitruvio quando osserva, cheneso, Brunelleschi. Con Love, l’album che detronizza i Beatles dall’olimpo degli Immodificabili, ciò che sta dopo il postmodernismo (qualunque cosa esso sia o significhi: la pornografica parola "post-postmodernismo" mi rifiuto di usarla) ha finalmente espugnato il mausoleo ultimo della cultura popolare del secondo dopoguerra.

È un momento importante, molto più che per il contenuto del disco in sé. Su quello, infatti, tra un momento. Attorno alla musica dei Fantastici Quattro (sui quali la penso shhh… abbastanza come Piero Scaruffi) c’è stata sempre una cortina di ferro. La Apple Corp., le varie Estates dei defunti e i superstiti non hanno mai acconsentito a che la trascendentale discografia fosse disponibile su iTunes, per esempio. Senza contare il fatto che a nessun diggei (una categoria verso la quale nutro dei sentimenti ondivaghi, ma quello è un discorso prossimo venturo) è stato mai permesso di impasticciare il Verbo. Del resto, direte voi, è un po' come se chiedessimo a Maurizio Cattelan di ritoccare Caravaggio, no? Quello che, effettivamente, i fratelli Chapman hanno fatto con "I disastri della guerra" di Goya. I cui risultati sono ottimo combustibile per infiammabili dibattiti. Ma tant'è.

Devo dire che l’ormai notorious album grigio dell’ubiquo Danger Mouse mi ha lasciato alquanto tiepidino. Ma probabilmente il niet sovietico che ha tarpato le ali al furbo selezionatore di razze discografiche (cos’è quel disco se non un incrocio tra un greyhound e un fila brasileiro?), il conseguente buzz attorno al “disco proibito”, oltre al circo per il cui spettacolo il sacrilegio è stato perpetrato, hanno indotto gli esecutori testamentari del catalogo dei liverpudliani a investire ufficialmente George Martin e suo figlio (nepotista io? Nooo…) del cincischiamento con le tavole della legge. Il risultato? Un modesto (nel senso, soprattutto, di reverenziale) abbinamento/giustapposizione di brani e una sana rimasterizzazione, di cui il catalogo necessitava comunque (quanto si sentono meglio…)

In sostanza: abbastanza per risparmiare i soldi preventivati per il best of degli Oasis, almeno per prevenire un ulteriore quanto indesiderato arricchimento di Liam (che canta sei album nello stile che Lennon usa in una canzone: riascoltate “I Am the Walrus” e poi mi direte), riaffermare l’irraggiungibilità di quel catalogo, e farsi una ragione del fatto che gridare al sacrilegio è velleitario e, soprattutto, bigotto. Beatles discotechi(ni)zzati? Forse. Ma ricordate: There's nothing you can do that can't be done/Nothing you can sing that can't be sung. Basta questo per legittimare la fee di George Martin e della di lui stirpe. E che mi dite di Paul poi, che dovrà ammortizzare la mazzata dell'ex mogliettina? Enjoy.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 21 novembre 2006 | Commenti


ALL AGE BANDS

ALL AGE BANDS

I giornali traboccano dell'incursione londinese di Wacko Jacko che si è affittato un albergo, ha visitato in piena notte un grande magazzino guidato dal prorietario e ha cantato dal vivo per la prima volta dopo dieci anni e N processi, deludendo ampiamente i suoi fan così appassionati all'arte circense.

Io preferisco dirvi che ho visto gli Incubus: l’altro ieri all'Astoria (poderosi ma non troppo: Brandon Boyd colto in una posa tipicamente iggypoppiana) e ieri mattina al Soho Hotel, dove si è chiacchierato amabilmente per una mezz'ora. La band californiana torna con Light Granades, un album muscolare prodotto da Brendan O’Brien, che riaggiorna il loro sound inizio anni Novanta, nonostante lo Zeitgeist stia felicemente veleggiando anni luce da loro. Certo, perché i pubescenti gorgoglii di ribellione che spingevano torme di leoncini verso la loro musica quindici anni fa adesso hanno lasciato il posto agli interrogativi e alle aspettative (in buona parte frustrate) dell'età adulta.

È possibile ascoltare gli Incubus passati i trenta (notate l'incursione nella matematica pura)? È l’interrogativo appassionante che mi pongo al momento, dopo aver parlato con il sex-symbol Brandon Boyd e il guizzante drummer José Pasillas. L'equivalente del loro pubblico di allora sono i milioni di MySpaceini americani tutti presi da band che abbinano l’aggressività teatrale di Misfits e Cramps con l’innocuità dei Green Day: parlo naturalmente dei My Chemical Romance, band in cui la teenage angst è la più rilevante, se non l’unica, forza motrice. È una buona scommessa dunque quella degli Incubus. È probabile che i quindicenni di allora torneranno volentieri al gruppo che ha segnato la loro adolescenza. Ma ora si tratta di vincere i cuori dei quindicenni di oggi. Mi accorgo di aver fatto un discorso generazionale ingiustamente riduttivo. Mi è uscito così, i fan della band non me ne vorranno. La chiacchiera è naturalmente su Gennaio.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 16 novembre 2006 | Commenti


GALLAGHEREIDE II

GALLAGHEREIDE II

Sul Guardian la seguente intervista a NG, che con mio sommo piacere ricalca quella uscita su RS. Ho voluto espungere altre due perle di saggezza del nostro. Sull'etica successofoba delle band indie: "It's the antithesis of the Oasis way. "I've never understood that kind of thing. Like the Clash going, 'We're not playing on telly.' Well fuck off then. When we first started we said we were the greatest band in the world. We should have said we were the best band in the charts. 'Cos to me, the world is the charts. I don't give a fuck about Radiohead and all that indie nonsense. I was brought up on the top 10. Slade, T.Rex, David Bowie. If you're not in the charts, you don't exist. BMX Bandits? Four people are listening to it in Hull. I went in there to get Phil Collins' severed head in my fridge by the end of the decade."

Questa invece è una variante della risposta che mi ha dato sulla fama e la ricchezza. Merita naturalmente la citazione intera, soprattutto per i Keane e il trapianto di rene del coniglio: "I came from a shithole in Manchester, right, so it was all brilliant to me. Even touring in a transit van was better than being in my flat. Then when we got a deal, we were like: 'Bring it on!' I wanted the big hairdo, big shades, big car, big house, swimming pool, jet, drug habit, a mirrored top hat and a chimp. All of it. The Kasabian lads told me they'd only get out of bed to read about us in the paper. And what would you rather read? 'The guy from Keane's been to a rabbit sanctuary 'cos one of the rabbits needed a kidney implant, so he swapped his with it' - or 'Liam Gallagher sets fire to a policeman in cocaine madness, while his brother Noel runs down Oxford Street nude'?"
Imperituro.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 15 novembre 2006 | Commenti


BASTA CON GLI SCHERZI

BASTA CON GLI SCHERZI

Poca musica è bella e terribile allo stesso tempo. Questo è un album bello, bello da far paura. Nel senso vero della parola. È un disco apocalittico, Michael Gira sembra in conference call con un dio incazzato furibondo col genere umano. Con il compito ingrato di comunicarci un verdetto di condanna. In una cupa, martellante agonia dei suoni, le voci di Gira e Jarboe ci ammoniscono. The Great Annihilator è un disco di lacerante, lucida follia: testi in cui il senso delle parole ribolle come lava densa e gassosa. Il drumming di Bill Reiflin sostiene tutto in un loop allucinato. Ma non spaventatevi: il risultato è sorprendentemente melodico. Mai un disco di questa pesantezza è stato così godibile. Forse, il miglior album della fase “leggera” dei ciclopici Swans.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 13 novembre 2006 | Commenti


GALLAGHEREIDE

GALLAGHEREIDE

Amo le sottili metafore di Noel Gallagher, che non sempre è facile (o lecito) rendere in italiano, pena la perdita del senso anagogico. Mi sono quindi deciso a trascrivere per intero una sua dichiarazione a proposito della troppa tecnologia nella musica, un fenomeno sul quale mi piacerebbe stimolare il dibattito. Ancora una volta mi trovo d'accordo con lui: nemmeno a me è mai fregato molto dei DVD che escono coi dischi. Questa non è che la prima di una serie di tableau in cui vi proporrò il Noel-verbo. Immaginatevi la di seguito allocuzione pronunciata con fortissimo accento mancuniano.

"This generation of kids just rely on the technology - that's what they want. These days you can see fucking Johnny Borrell in his pants going through the bass parts, and that just strips away the magic for me."

E poi, continuando: "Everyone just wants more and more information. All the fantasy's gone out of music, 'cos everything is too fucking real. Every album comes with a DVD with some cunt going, 'Yeah well, we tried the drums over there, but...' Give a shit, man! It makes people seem too human, whereas I was brought up on Marc Bolan and David Bowie, and it was like, 'Do they actually come from fucking Mars?'"

Emmò dateje torto.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 10 novembre 2006 | Commenti


THANK YOU, AMERICA

THANK YOU, AMERICA

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 9 novembre 2006 | Commenti


DA CONSUMARSI PREFERIBILMENTE PER SEMPRE

DA CONSUMARSI PREFERIBILMENTE PER SEMPRE

Voglio dirvi una cosa. Sapete che giorni fa ho visto The Good, The Bad and the Queen. Sapete che ho intervistato Noel Gallagher e che la chiacchiera è su novembre. Sapete che è appena uscita una raccolta di singoli dei Clash. E che infine ho visto gli Who per la prima volta la settimana scorsa. Cosa lega nei meandri della mia capoccetta tutti questi fili?

Molto semplice. TGTBATQ: dovrebbero essere (e sono) la band di Damon Albarn. Albarn è un’intelligenza musicale inquieta che non riesce, malgrado gli sforzi, a lasciare un imprint sulla sua epoca: che vada al di là della tediosa diatriba Blur-Oasis degli anni Novanta, intendo. In questo ultimo suo progetto ha coinvolto Paul Simonon, che sebbene fosse una forza creativa minoritaria nei Clash, riveste un’aura mitologica che lo rende irraggiungibile. La sua persona r’n’r è semplicemente a un altro livello.

Noel Gallagher: è forse uno dei pochi legittimi concorrenti ad ambire al titolo di songwriter della band più influente del rock britannico dopo Clash e Smiths. Che a me gli Oasis me rimbalzino non c’entra: hanno avuto un impatto indiscutibile, hanno iniziato un genere, tutto quello che volete. Lo si vede dalla presunzione sfrenata del personaggio, che non riesce a offuscarne l’innegabile simpatia. Ma per dire che gli Oasis rimarranno è ancora presto. E la loro legacy mi sembra già prepotentemente sbiadita. Stessa cosa per l’altra, unica, band age-defining: i Radiohead. Sembravano imprescindibili dieci anni fa, oggi abbastanza periferici nell’immaginario culturale di questo paese. Aspettiamo il disco nuovo, certo. Ma il risultato è comunque di appannamento sidereo. I Coldplay? Sono diventati merce prima ancora di essersene resi conto.

Se parlo solo di queste due band in questi termini non è per spocchia o senilità critica: è che in mezzo al mare magnum di gruppi che si avvicendano sui palchi inglesi negli ultimi dieci anni vedo un sacco di mezze figure. Libertines? Un’occasione mancata. Babyshambles? Un insulto ai loro fan. Bloc Party, Paddingtons, Razorlight, Kasabian, (scusate vado a braccio senza criterio) Kaiser Chiefs, Franz Ferdinand, Arctic Monkeys. The Fratellis? Mah. The Long Blondes? Mah. E potrei continuare… a che scopo? Enumerare queste band, ciascuna delle quali, come mi ha detto giustamente Gallagher, con un buon pezzo all’attivo e nient’altro, non fa altro che esporre dolorosamente due fatti. Ci arrivo dopo avervi detto un’altra cosa.

Vedere gli Who mi ha insegnato che puoi non aver amato una band al punto di identificartici, ma che la qualità della musica e la capacità di reinterpretarla in modo convincente dal vivo cancella magicamente la patina obsolescente che separa il presente dal passato. E che solo per questo una band come gli Who continua a parlare al presente. Basti il fatto che tutti i loro nipotini li imitano senza avere un’unghia della loro energia e fantasia. Ma tornando ai due fatti. Primo: ci sono troppi gruppi in giro. Diventare musicista è ormai l’alternativa a diventare calciatore; si consuma un sacco di musica e se ne produce altrettanta; in mezzo all’inflazione dilagante anche il buon materiale diventa meno visibile. Inoltre la vita media di una band è quella di una falena. Se ce la fai, succede prima che te ne renda conto; questo significa impreparazione, inesperienza, impulsività. Di norma, al secondo disco, cadi.

Secondo: chi può legittimamente aspirare a rappresentare la cultura popolare britannica contemporanea, ora che il termine “indie” non descrive altro che un genere che ha abbracciato il mercato con entusiasmo bovino? Crediamo davvero che tra vent’anni questi signori saranno presenti nelle vite dei sedicenni di oggi nel modo in cui Clash e Smiths lo sono nei quarantenni? Attenzione, non è una questione di sentimentalismo generazionale, qualcosa da cui cerco di stare lontano con tutte le mie forze: si tratta di vedere quanto questi gruppi saranno in grado di entrare in territori diversi dalla musica, siano essi politica, moda, storia, cronaca: e quanto la produzione culturale di domani saprà servirsi della loro eredità.

A proposito, dimenticavo, l’argomento forse più evidente: avete risentito i singoli dei Clash? Avete sentito la ricchezza di idee, l’attualità, la freschezza? Possiamo detestare il loro pressappochismo barricadero (io lo adoro); contestare la relativa imperizia tecnica; ma i brividi che provocano dopo vent’anni, continueranno a provocarli i prossimi venti. Una musica, contrariamente a quanto ci viene sbolognato adesso, senza “best before” sulla confezione.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 7 novembre 2006 | Commenti


DON’T DIE BEFORE YOU GET OLD

DON’T DIE BEFORE YOU GET OLD

Del quadrumvirato assoluto britannico (e mondiale), ovvero dei gruppi che più hanno influenzato il corso successivo della musica pop, io non ho esperienze dal vivo. I Beatles e i Kinks non li ho mai visti per questioni anagrafiche, gli Stones (sto per dirlo) non mi hanno mai interessato più di tanto (l’ho detto) e adesso men che meno per le stesse ragioni anagrafiche (le loro, non le mie) e gli Who… Beh se non fosse stato perché hanno pubblicato un disco dignitoso dopo ventiquattro anni e non fossero stati invitati a chiudere le Electric Proms, forse avrei continuato a tirare la carretta della mia vita senza aver visto nemmeno loro.

Ma siccome la vita è fatta di occasioni che a volte uno rischia anche di cogliere, la settimana scorsa sono andato a sentire The Who, una band che, rispetto agli altri colleghi succitati, ha sempre rivestito un carattere, culturale e musicale più “artistico”, nel senso che il passato “art school” e middle class di Pete Townshend, oltre che naturalmente la sua perizia tecnica e creativa di chitarrista, hanno impresso alla carriera della band deviazioni in territori pericolosetti (mi riferisco all’idea di coniugare il rock al genere operistico, con risultati spesso imbarazzanti).

“Artistico” dunque, applicato al rock’n’roll non sempre è sinonimo di qualità o eccellenza: può anzi diventare un boomerang. A chi piace veramente Tommy? A me ha sempre fatto ridere, non credo che possa esistere un’enciclopedia del fricchettonesimo Seventies più esilarante, dalle iperboli musicali ai boccoloni fluenti di Daltrey. Inoltre, ho sempre vivamente detestato i Mods (lo dico con evangelico distacco) essendo stato un giovane punk. O meglio, essendo stato un adolescente borghese innamoratosi di un’estetica che non era la sua e che ha vissuto in incognito per un certo numero di anni, usurpando un linguaggio e uno stile di vita. Si fanno queste cose quando si è giovani, perché uno non ha la prospettiva socieoconomica del mondo che lo circonda. Sa solo che ha un tetto, da vestirsi, e dei soldi in tasca.

Comunque, senza fare un’analisi noiosa dell’assorbimento delle subculture da parte della cultura dominante di cui non ve ne frega un beneamato: sebbene avessi una Lambretta, detestavo i Mods, che a Roma vent’anni fa erano un po’ stronzi. Perché, diciamolo, un po’ stronzi (nel senso di orgogliosamente antipatici) i Mods lo sono sempre stati. Tutte quelle bandiere, sempre, dappertutto. Quel simbolo imperialista per eccellenza che è l’Union Jack. No no no no… E quindi Jam, Who, e compagnia bella vennero da me accuratamente bypassati in favore di tutto il punkame possibile.

Bando alle autobiografie, era per spiegare la mia impermeabilità agli Who. Ma la scorsa settimana ho avuto la chance di vederli per la prima volta. Non rompessero quelli che dicono che non sono gli Who. Va bene, non ci sono Moon e Entwistle, ma in una band che ha un chitarrista come Townshend e un cantante come Daltrey, con tutto il rispetto per la personalità (soprattutto del primo) direi che c’è n’è più che abbastanza. Insomma, non è stato il classico concerto geriatrico dove una generazione sul palco e davanti al palco si lecca le ferite in un rito collettivo di autocompiacimento nostalgico. Un estratto del set è visibile qui ancora per un paio di giorni e non ve lo descrivo.

Hanno aperto con “I can’t Explain” che io conobbi attraverso la cover di Bowie su Pinups del 1973. Immediatamente brividoni skateboardavano su e giù per le vertebre. La band, con Pino Palladino al basso e Zak Starkey, figlio di Ringo Starr, alla batteria, ha macinato sodo e dritto per settantacinque minuti. La cosa eccezionale è la forma di entrambe i superstiti, in particolare di Daltrey, il ragazzo working class che menava facilmente le mani, che conferma di essere a tutt’oggi un cantante di livello stellare. Il materiale nuovo? Non è affatto nuovo, nel senso buono del termine. “It’s the same old stuff”, ha commentato Townshend, accettando serenamente il fatto che la sua vena è una e che da lì sgorga da quarant’anni un materiale con una forte identità stilistica. Vedendomi sciorinare parte di un catalogo impressionante in modo così convincente da rocker sessantenni, capivo che forse non c‘è una band che incarna il concetto di rock in maniera più completa degli Who. “My Generation”? L’hanno fatta. E non si sono vergognati di ripetere “I hope I die before I get old”.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 3 novembre 2006 | Commenti


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