ENERGIA ALTERNATIVA

ENERGIA ALTERNATIVA

Consentitemi di diventare un po’ sentimentale. Mi serve, anch’io devo riconciliarmi con il mio lato senziente, prima di mutare in una stalagmite. E poi, una volta tanto, voglio parlare di un album uscito (udite, udite) appena tre mesi fa. Ma naturalmente parto da lontanuccio. Nel 1995, soffrii una delusione amorosa che mi lasciò sul selciato. La mia facoltà di discernimento e il mio giudizio estetico implosero completamente in un buco antimaterico di pece dove non si vedeva un accidente di niente. I miei gusti musicali erano sbiellati: riuscivo solo a sentire cose elementari, non necessariamente melodiche, ma dirette e chiare, senza doppi sensi o fraintendimenti. Qualunque cosa esulasse da questa categoria mi ingarbugliava cuore e intelletto, con nefaste conseguenze. Temevo la sofisticatezza come la peste. Non so se vi è mai capitato: uno di quei momenti in cui la vostra identità prende fuoco come una villazza californiana. Per usare un linguaggio tutt’altro che immaginifico, ero esaurito.

Ebbene, in quei mesi, tra altre cose sulle quali non mi soffermo, quasi non riuscivo ad avvicinarmi alla mia collezione di dischi: non che avessi smesso di ascoltare musica del tutto, ma dovevo andarci piano. Bastava il minimo sussulto emozionale per mandarmi in tilt. Classica bandita del tutto dunque, ero limitato a pochi ascolti, tutti rigorosamente pop (uso il termine nell’accezione di tutto quello che non è classico). Ricordo un vecchio live della Rollins Band (le urla di Rollins erano un brusco, ma sano risveglio) e poi un paio di album di una college band di Boston sottratti a mia sorella: i Buffalo Tom. Non ci misi molto a cadere nel loro incantesimo, perché la semplicità e l'immediatezza che cercavo, che mi avrebbero aiutato a recuperare un equilibrio e a lasciarmi alle spalle quel caos, erano contenute nei tre album che la band aveva prodotto proprio in quegli anni: il solidissimo Let Me Come Over (1992), il più debole Big Red Letter Day (1993) e lo splendido, come splendida è la copertina, Sleepy Eyed (1995).

I Buffalo Tom nacquero nella scia del grunge (J Mascis produsse il secondo album, Birdbrain: con l’esordio, intitolato Buffalo Tom, abbastanza trascurabile) ma riuscirono presto a trovare una voce loro. Come? Suonando un rock molto energico con molta, molta melodia e passione. Affidabili come una vecchia Volvo, diretti, col còre in mano. Un power trio in cui la ruvidezza vocale di Bill Janowitz, chitarra, si interseca coi rari interventi alla voce di Chris Colburn (basso), il tutto sostenuto dal solido drumming di Tom Maginnis. Tre amici, un combo mai baciato dalle vendite che con il ben più che passabile Smitten, del 1998, sembravano destinati all’oblio. E infatti, l’oblio è durato quasi dieci anni, anche se la band non deve essere confusa in questa corsa all’oro delle reunion della prima decade del Ventunesimo Secolo. Quest’estate i Buffalo Tom, assai preferibili agli psicofarmaci e band di punta della musicoterapia a base di telecaster distorta, sono tornati. Con un gran bel disco che si intitola Three Easy Pieces, fragrante come un pancake appena sfornato, anche se i tre sono ormai ometti stagionatelli. In pochi se ne sono accorti, ma tra quei pochi, secondo il mio modesto parere, dovreste esserci.

Aurea mediocritas per i Buffalo Tom? Sarei tentato di dire di si, anche se ad ascoltare queste ballad, oltre naturalmente ai numerosi brani più upbeat, affiora la netta percezione di quanto la semplicità sia difficile, nella prosa (Orwell, per citare un brit) come nella musica (Mozart, per citare un austriaco). Quello che sanno fare i Buffalo Tom è scaldare il cuore: lo sanno fare b

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 26 ottobre 2007 | Commenti


A TICK OF THE CLOCK

A TICK OF THE CLOCK

"It'll get done, and it'll come out when he [Axl Rose] feels comfortable with putting it out. And Axl works in a different time zone than I do. So what may seem like a long time to other people is a tick of the clock to him. It'll come out though. It will".

Slash, commentando l'uscita dell'album più costoso e interminabile (a farsi) della storia del rock.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 26 ottobre 2007 | Commenti


ASTE

ASTE

In vendita la Mercedes che fu di Padre Pio. Chissà se anche lui usava la sua immagine magnetica con scritto "PP proteggimi" dietro il parasole. La stessa che, sollevando gli italiani dall'uso delle cinture di sicurezza, continua a causare innumerevoli vittime.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 24 ottobre 2007 | Commenti


PAUL VINCENT RAVEN 1961-2007

PAUL VINCENT RAVEN 1961-2007

Ho conosciuto Paul Raven brevemente nel backstage dei Killing Joke, una delle band che amo di più. Raven era uno dei loro bassisti storici (l’altro è Youth). Ricordo che fu molto contento dei complimenti che gli feci per i due dischi dei Prong in cui aveva suonato negli anni Novanta (Cleansing e Rude Awakening, due assoluti capolavori di metal industriale).

Dopo i due concerti dell’anniversario (25 anni) dei KJ allo Sheperd’s Bush Empire, mi ero precipitato a congratularmi con la band, un minaccioso ensemble di cinquantenni consunti dalla tigna e dalla cattiveria. Raven era un inquartato uno e novanta, la stazza di chi, sulla carta, è indistruttibile. Inglese di Wolverhampton, era orientato verso il metal estremo made in USA, non solo nel look.

Nel caos estetico dei Killing Joke, con Geordie Walker che sembra un elegante ufficiale della Gestapo e Jaz Coleman un predicatore gitano, i tatuaggi di Raven e la sua mole (dal vivo, con colori neri da battaglia sul viso, era pauroso) erano una presenza spettacolare. Direi che avrebbe tenuto testa a Hetfield dei Metallica, a mia memoria una delle presenze sceniche più carismatiche in assoluto.

Raven aveva la fama di essere un uomo di spirito, e lo era anche la musica che faceva, nonostante le apparenze. Come quella con i Ministry (nella foto è con Al Jourgensen), con i quali aveva appena finito un tour e nei quali aveva suonato al fianco del suo ex-collega nei Prong Tommy Victor. Se n'è andato nel sonno, il suo potente cuore stanco di correre. Requiescat in pacem.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 23 ottobre 2007 | Commenti


POSTILLA CONCLUSIVA

POSTILLA CONCLUSIVA

Rigorosamente non scientifica. Gli ultimi commenti al post precedente l'impongono, e cercherò di sintetizzare come segue. Non voglio in nessun modo giustificare l’approccio marxista alla critica musicale che vi rovescio addosso con detestabile regolarità (e sarà forse per questo che i commenti ai post sono rari).

Del resto, la rete è permanentemente incinta di alternative che presumono (e sottolineo presumono) di aver “superato” il pensiero che in estetica prende le mosse da Karletto. Ma questo è un altro discorso, più lungo delle carriere di Mike Bongiorno e Maurizio Costanzo messe una davanti all'altra.

È perfettamente lecito pensare che la musica non debba obbedire a ideo-logiche, se lo si ritiene possibile. Io personalmente sono tra coloro che non lo ritengono possibile. Solo a volte, però. Parafrasando Agostino sul concetto di tempo: “Se non mi chiedi cos’è la musica, lo so. Se me lo chiedi, non lo so più”.

Qui sintetizzo la mia posizione in pochi, agili (spero), punti:

- la musica è una;

- si divide in buona e cattiva;

- e in musica “pro” e “contro” lo status quo (o, in altro sottogenere, la musica che “pone domande” e quella che “dà risposte”);

- esiste buona musica “pro/che dà risposte”, come cattiva musica “contro/che pone domande”;

- questo perché la musica è la colonna sonora della storia e ne accompagna gli alti e i bassi;

- personalmente, mi rallegro assai quando m’imbatto in buona musica “contro/che pone domande”, ma questo non mi preclude affatto il gusto della buona musica “pro/che dà risposte” (sono un grande fan della band più fascistoide del punk, i Ramones, tanto per citarne una);

detto ciò, aggiungo: non intendevo affatto stabilire un nesso di causazione fra l’intento politico della musica e la sua bellezza. Mi limitavo a constatare che, quando prodotta da una tensione, la musica (e l’arte in generale) tendono a rendere di più. Per questo citavo il ‘77 in UK.

Sugli anni Novanta in Europa è ancora presto per gettare uno sguardo: la nottola di Minerva non si è ancora levata in volo. Mi sono limitato a schiaffare sui piatti della bilancia un gruppo di band degli ultimi trent’anni, il periodo che ho avuto la fortuna di vivere da semiadulto. Alcune pesano più di altre. Secondo me, di parecchio.

PS. Il termine "musica impegnata" non lo userei: è una di quelle formule da rotocalco del secondo dopoguerra, specializzato in apocrifi epistolari della Petacci.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 23 ottobre 2007 | Commenti


IN RAINBOWS

IN RAINBOWS

Io non amo granché le band inglesi, credo che chi butta via il proprio tempo dietro a questo blog lo sappia. Calma, non amo le band inglesi degli ultimi quindici anni. Per me, da allora niente è venuto fuori dalle isole britanniche davvero capace di imprimere un corso nuovo alla musica pop. Dai Clash e dagli Smiths, cioè.

Vi giuro che non è una cosa generazionale. E' vero, quelli erano i gruppi che hanno affondato la mia giovane psiche come una lama nel burro scordato fuori dal frigo, e questo conta. Ma credo anche che a un vaglio spassionato e rigoroso, simili conclusioni siano difficilmente evitabili. Gli anni Novanta non hanno lasciato dietro di sé né London Calling né The Queen Is Dead, né le turrite personalità di Strummer e Morrissey, né il chitarrismo di Johnny Marr, né la tensione civile del primo, né l'intelligenza del secondo, né la bravura e il gusto del terzo. Ma, a parte il contenuto dei testi e la statura carismatica dei frontman, le band successive (e qui parlo della diade Oasis-Blur e i loro nipotini, naturalmente) semplicemente, facevano come si fa a Milano col risotto il giorno dopo: lo saltavano in padella. Ghiotto, ma resta risotto.

I compitini a casa postbeatlesiani di Gallagher e lo charme di Albarn non sono sufficienti a lasciare un'impronta nel solido cemento della storia del rock. Ci vuole un altro peso. Il britpop mi ha lasciato freddino, i Libertines e i loro epigoni mi fanno venire l'orchite e non credo meritino più di una bella nota a piè di pagina nel grande disegno della musica popolare della fine del XX secolo. La ragione di tutto ciò mi sfugge. No, non è vero che mi sfugge, una chiave di lettura ce l'avrei.

La ragione per cui queste band sono valide ma non imprescindibili è il contesto che le ha prodotte: è abbastanza chiaro che il thatcherismo ha distrutto il tradeunionismo in UK rendendo il divario tra ricchi e poveri sempre maggiore, ma ha anche rivitalizzato l'economia, consegnando a Tony il bombarolo un paese lanciato verso la crescita e in cui le tensioni sociali erano ormai sedate: una situazione ben diversa alla crisi endemica che ha prodotto il punk e al braccio di ferro culturale che ha prodotto il post-punk, la musica che ha davvero segnato le fondamenta del contributo del paese alla musica pop. Di conseguenza, dopo la Thatcher, la musica ha perso la funzione di commento e critica al mondo che sosteneva l'ansia creativa di molte band fino alla fine degli anni Ottanta (e in mezzo ci metto anche le band migliori della seconda British Invasion: Depeche Mode, Cure, Police, ecc).

Dopo, sorry, c'è un clima di compiacenza e mestiere, di competenza e tecnica, l'idioma viene interpretato e piegato a certe esigenze ma mai drasticamente riscritto, il passato torna come una rassicurante coperta di Linus, gli anni Sessanta una scusa per non guardare avanti. Se c'è una band capace di liberare la musica britannica dalle pastoie della maniera in cui è immobilizzata da anni, questi sono i Radiohead, una band che stimo più di quanto mi piacciano e il cui album sto ascoltando mentre scrivo.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 15 ottobre 2007 | Commenti


VENTO E TEMPESTA

VENTO E TEMPESTA

Sarà per il drizzle che ammanta la mia finestra e la lastra di marmo sporco che è il cielo: oggi vi parlo di Wind and Wuthering. Avrete notato che mi ostino a parlare di musica vecchia (oggi poi, che esce la madre di tutti gli album gratuiti). E' soprattutto perché è solo quando hai digerito il pranzo che puoi dire di aver mangiato bene. E poi fa bene tornare sulle proprie convinzioni, verificarle e rassegnarsi quando ci si accorge che non erano altro che un inestricabile cumulo di impressioni superficiali e pregiudizi. Meglio ancora quando hai la conferma scientifica, suffragata dal suggello del tempo, del fatto che avevi perfettamente ragione.

E stamattina ho deciso di mettere a fuoco un amore della mia infanzia dorata a Roma Nord. A undici-dodici anni, per l'esattezza, scoprii i Genesis, grazie alla collezione prog del solito fratello maggiore del mio amico, chitarrista extraordinaire. Si trattava di un'operazione già all'epoca archeologica: tutto il prog per noi infanti era un rifugio nella musica suonata e una fuga dal pop radiofonico che consideravamo robaccia. Piccoli e arroganti, lo so. Nacque comunque una passione che ancora oggi resiste, anche se a una condizione. I Genesis sono solo ed esclusivamente quelli di Peter Gabriel, vale a dire dagli inizi fino a The Lamb Lies Down On Broadway, il miglior concept album mai realizzato, che nonostante alcuni difetti di fondo (la storia è a malapena decifrabile e gonfiata con gli estrogeni) contiene una musica senza tempo e l'evoluzione stilistica più impressionante di una band di metà anni Settanta (il gruppo è irriconoscibile dal precedente Selling England By the Pound). Ma non è di The Lamb che voglio parlare, bensì della successione al timone vocale della band che vide Phil Collins sostituire Gabriel.

Per i fans ortodossi del gruppo il fatto rappresentò un quasi sacrilegio: il modesto Collins che sostituiva il grandiloquente Gabriel, il piccolo borghese contabile che spodestava il poeta aristocratico, il batterista che rimpiazzava il cantante. Perché scandalizzarsi? Nel rock succede spesso: il roadie diventa il chitarrista, lo chaffeur diventa il cantante (Bon Scott, ACDC). Nella lirica, si diventa famosi grazie al raffreddore del titolare di un ruolo (fu così anche per Pavarotti).

No, non era questo a inorridire, quanto la visione pop che Collins avrebbe finito per imporre a quegli adorabili grulli dei suoi compagni di viaggio. Altra cosa inevitabile, se ci pensate: il gruppo con The Lamb avrebbe potuto anche sciogliersi, tanto avevano raggiunto il massimo che quella visione consentiva. I tempi cambiavano, i Settanta erano alla fine: rinnovarsi o morire, non c’era scelta. Il nocchiero che avrebbe traghettato la band in mezzo ai flutti sulfurei del punk sarebbe stato proprio Collins. E il parafulmine che si sarebbe beccato tutti gli accidenti dei filogabrielisti, da allora ad oggi.

La sua voce innanzitutto: pur meno carismatica di quella di Gabriel, la voce di Collins è morbida, carezzevole e protettiva, perfetta in fredda giornata di autunno, soprattutto se accompagnata dalla chitarra di Hackett. È per questo che ho scelto di ascoltare Wind and Wuthering (1976) e di scrivere questo post. È l’ultimo album dei Genesis, per me. Dopo la dipartita di Hackett infatti, il gruppo cessa definitivamente di essere rilevante per diventare la backing band di Collins, che da lì a poco avrebbe iniziato una dorata carriera pop solista, dimostrando di essere il musicista perfetto per chi la musica la sente e non la ascolta, quello i cui titoli figurano inevitabilmente nel mucchio di sette CD accanto al compattino in plastica Aiwa dai led colorati.

Collins il conservatore, Collins l’evasore fiscale, Collins il musicista della maggioranza silenziosa. Perfetto da odiare. E l’ho o

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 10 ottobre 2007 | Commenti


SHIBBOLETH

SHIBBOLETH

E' un termine dell'Antico Testamento che è divenuto metafora della prova di appartenenza a o esclusione da un particolare gruppo o classe sociale. Doris Salcedo non è un genio, ma ha avuto una grande idea. L'arte contemporanea ormai ha rimosso sé stessa dalla manifattura, dall'artigianato, dalla Techné che i greci antichi consideravano presupposto imprescindibile dell'opera d'arte. L'idea è tutto.

E Shibboleth, "il pezzo" che l'artista ha creato per la sala della turbina della Tate, è un sobrio risveglio dagli scivoli per adulti giuggiolon-rincoglioniti di Carsten Höller. Potente nella sua elementarità, inevitabile nella sua telluricità, inesorabilmente accusatoria, la crepa della colombiana Salcedo porta nel museo del ricco Occidente la memoria dello sfruttamento e della segregazione delle popolazioni non bianche di tutto il mondo.

Nick Serota, direttore della Tate, ha confermato che anche dopo la fine dell'installazione, la cicatrice della crepa rimarrà, e che tutti gli artisti che verranno dopo Salcedo dovranno confrontarcisi. Già mi figuro le polemiche che questa scelta politicamente corretta scatenerà in tutti coloro che continuano a tenere la testa sotto la sabbia quando gli si ricorda che siamo parte dell'infinitesima percentuale di privilegiati del pianeta. Adesso, la loro testolina, possono ficcarla nella crepa. Fino al 6 aprile.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 9 ottobre 2007 | Commenti


GIURO, E' TUTTO VERO

GIURO, E' TUTTO VERO

(Quella che segue è la cronaca non romanzata di un junket con Michelle Pfeiffer conclusosi prima che il sottoscritto si squagliasse come un gianduiotto dimenticato sul cruscotto di una macchina parcheggiata sul litorale di Maccarese a fine luglio)

Pfeiffer, la «strega» che ammalia

«Mi chiedono tutti cosa farei se avessi dei poteri magici: davvero non ne ho idea, non sono una fanatica del fantasy. Di certo non vorrei leggere nella mente delle persone, non vorrei trasformarle in rospi… forse viaggerei nel tempo». In realtà sembra ci riesca perfettamente.

Michelle Pfeiffer a cinquant’anni è ancora una bellezza iperurania, scaltrita dall’età ma meticolosamente perfetta. Gli zigomi, le labbra, gli occhi sembrano computer-generated, eppure sono naturali: confessa che ha un drappello di persone che si prendono cura di lei per ore prima di uscire in pubblico, ma almeno non si ricorda chi ha firmato l’abito che indossa durante l’intervista londinese. La Pfeiffer ha interrotto un’assenza di quattro anni dagli schermi di Hollywood con due ruoli controversi, almeno per una megastar del suo calibro: quello di una razzista in Hairspray, il film con John Travolta travestito da grassona, e di una strega vecchia, (molto) brutta e cattiva in Stardust, che arriva nelle sale in Italia questo venerdì il 12 ottobre. Stardust («Polvere di stelle) tenta di infondere modernità nel genere fantasy. È una fiaba con sottotesto attuale per bambini e adulti, in cui un cast di nomi celebri (Siena Miller, Claire Danes, il neofita Charlie Cox e, sottoutilizzati, Peter O’ Toole e Rupert Everett, più un De Niro un po’ impacciato nel ruolo di un pirata volante che simpaticamente nasconde tendenze omoerotiche) è lanciato in una serie di mirabolanti avventure dal finale tassativamente lieto.

L’aggettivo più naturale per definire la scelta di ruoli simili da parte di un’attrice cinquantenne alle prese con l’inesorabile calo della bellezza, che a Hollywood si trascina dietro quello dei ruoli, è coraggioso. «Non sono davvero sicura di quale sia la mia immagine col pubblico. È stato molto divertente, un cambiamento un po’ rischioso perché non sapevo esattamente dove saremmo andati a parare. Mi sono dovuta fidare del mio istinto, credere al regista, sono due ruoli scomodi. Uno controverso (in Hairspray), il razzismo mette a disagio; l’altro sull’ossessione per la giovinezza, la bellezza e il sempre crescente ricorso delle donne a ogni mezzo possibile pur di raggiungerla e conservarla. Più si invecchia, più è difficile assumersi dei rischi mentalmente e spiritualmente: quando si è giovani non si sa esattamente quali saranno le conseguenze di una scelta, ci si getta in qualunque novità con entusiasmo ed energia».

Per lei, in Stardust, non deve essere stato facile vedersi rappresentata in quel modo. «All’inizio ero un personaggio davvero mostruoso e malvagio. Poi con Matthew Vaughn, il regista, abbiamo deciso di ammorbidirlo un po’. Ma è stato tutto molto liberatorio e sono felice di averlo fatto». E poi, suggerisce, la maturità ha anche i suoi vantaggi: «Adesso sento meno pressione rispetto a quando avevo quarant’anni. Credo che il peggio sia passato, ora che sono arrivata “dall’altra parte”. Sono le prime rughe che t’inquietano di più, dopo un po’ ci si abitua».

Per chi è incredibilmente bello è sempre un po’ imbarazzante dover definire la bellezza. Michelle Pfeiffer non fa eccezione: «La bellezza è un concetto vago, può essere delle buone luci, sicurezza di sé. Credo fosse Helena Rubinstein a dire che l’unica differenza tra una persona bella e una brutta è la pigrizia, ma per me che la cosa più attraente in una donna è la fiducia in sé, che si manifesta in come veste, il modo in cui cura sé stessa e il suo rapporto con gli<

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi domenica 7 ottobre 2007 | Commenti


LE TESTE DI RADIO E I DECABRISTI

LE TESTE DI RADIO E I DECABRISTI

La notizia è che i Radiohead mettono in vendita il nuovo attesissimo album a prezzo discrezionale (cioè gratis, a meno che non vi sentiate in dovere morale di contribuire al mutuo della loro settima casa). Tanto di cappello, anche se la scelta è più che altro dettata dalla cancrena in cui versa il mercato discografico (i cui utili sono ormai dovuti ai tour dal vivo anziché alle vendite degli album).

Non ci facciamo suggestionare dunque troppo da questa ennesima prova di superiorità degli oxfordiani: lo ha fatto Prince, lo stanno facendo i Charlatans, manageati dal pestifero Alan McGee... Le case discografiche stanno diventando come la radio a valvole nel tinello maròn del bisnonno. Concentriamoci sulla musica. Questo disco ha un compito importante: convincere gli scettici là fuori, della cui fetida schiera fa parte lo scrittosotto, che i Radiohead del 2007 sono ancora un gruppo musicalmente rilevante e non soltanto i Naomi Klein dell’indie.

Ieri sera ho visto i Decemberists alla RFH. Non li conoscevo se non di nome (i nomi storiografici mi insospettiscono sempre, vedi Franz Ferdinand; diffidare poi, sempre, delle rivoluzioni organizzate dall’alto). Ma sapevo che la loro reputazione è ben guadagnata. Del set mi è piaciuto di più quando il nucleo REM degli esordi e l’identità da college band scioglievano il gomitolo kurtweilliano in cui il gruppo si cacciava ogni tanto e fluivano liberi tra le assi del palcoscenico. Colmerò la mia ignoranza e visiterò il loro materiale registrato.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 3 ottobre 2007 | Commenti


PARADOSSALMENTE

PARADOSSALMENTE

Bill Evans offriva maggiori stimoli, Davis si deliziava del suo stile, a volte lo chiamava al telefono e gli chiedeva di suonargli qualcosa. Lo prendeva in giro perché paradossalmente a quei tempi in certi ambienti c'era una sorta di razzismo alla rovescia nei confronti dei musicisti bianchi. "Viso pallido" lo chiamava Davis [...] Però lo difendeva e lo volle al suo fianco quando decise di entrare in studio per registrare quello che sarebbe diventato Kind of Blue [...].

Ernesto Assante e Gino Castaldo, 33 dischi senza i quali non si può vivere, Einaudi 2007, p. 203.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 1 ottobre 2007 | Commenti


Vecchi Merletti