TRAVELLING WITHOUT POLLUTING |
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Jay Kay è famoso. Jay Kay è ancora giovane (37) e non dite di no che m’incazzo. Jay Kay è incredibilmente vanitoso. Tutti i suoi colleghi lo sono, ma hanno dei freni inibitori che gli ridimensionano l’ego. Lui è caduto nella vasca della fama da piccolo, come Obelix. Non riesce nemmeno per un attimo a smettere di contemplarsi, e a interrogarsi sulle ragioni della sua incontenibile eccellenza. Tutti abbiamo i nostri problemi. Un'eccessiva low self-opinion non è di certo il suo.
Jay vive in campagna, in un’umile stamberga dove accudisce la vecchia madre. Si sposta prevalentemente in bici e questo lo sapete. Ha avuto l’ammirevole prescienza di denunciare l’Emergency on Planet Heart e di renderla ancora più urgente guidando Ferrari e Lamborghini. Un po’ come il medico che scopre un vaccino e poi diffonde il virus che questo potrebbe curare.
Insomma, Jay Kay soffre un po’ di quell’arrested development di cui soffrono tutte le persone che vengono gettate nel calderone della notorietà in età post-scolare. Ma abbiamo fatto una bella e lunga chiacchierata, in giro per la sua tenuta e in casa sua. E gli sono grato di questa gentilezza: immagino non inviti tutti i giornalisti che lo intervistano a vedere casa sua e a parlare delle sue macchine. La più bella delle quali ho avuto l’onore anch’io di possedere (modificata, l’originale non me la potevo permettere).
Ma c’è una cosa di Jamiroquai che salta all’occhio in quest’epoca inflazionata di rock star da cameretta, buone per suonare l’air guitar in piedi sul letto: lui è un talento vero. Il suo disco-funk sarà anche sbiaditello, ma è suonato molto bene e l’uomo, nonostante l’età non più verde, è un performer notevole. Guardare il link alle eleproms due post sotto per credere. Jay Kay è un musicista pop serio: il
singolo nuovo ha un disco groove che spazza via il circo delle sorelle forbici. Un buon ballerino: che dal vivo non usa basi nascoste per la voce o microfonini-cuffia furbetti come il poppame sculettante dei suoi colleghi/e. Se vai a un suo concerto paghi per un entertainment buono, sano, non adulterato. E, per strano che possa sembrare, lo ottieni.
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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 31 ottobre 2006 | Commenti |
PRIMAVERA A NOVEMBRE? |
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This means the end of distant foreign holidays, unless you are prepared to take a long time getting there. It means that business meetings must take place over the internet or by means of video conferences. It means that transcontinental journeys must be made by train or coach. It means that journeys around the world must be reserved for visiting the people you love, and that they will require both slow travel and the saving up of carbon rations. It means the end of shopping trips to New York, parties in Ibiza, second homes in Tuscany and, most painfully for me, political meetings in Porto Alegre - unless you believe that these activities are worth the sacrifice of the biosphere and the lives of the poor.
But I urge you to remember that these privations affect only a tiny proportion of the world's people. The reason they seem so harsh is that this tiny proportion almost certainly includes you.
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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi domenica 29 ottobre 2006 | Commenti |
QUESTO LINK |
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Si autodistruggerà tra una settimana. Affrettatevi. Contiene un bendiddio che ai miei tempi ce lo sognavamo. E che rende Ryanair ancora più inutile (a proposito: cercate di volare il meno possibile: cinque minuti in aereo sansebastianizzano l’ambiente più di dieci anni del su e giù casa-scuola di un esercito di biondone gommose e marmocchi schiaffogeni sui SUV con la mitragliatrice. Lo sapete no? A Roma oggi trenta fottuti gradi, mi dicono. E qui ancora non è tempo di riscaldamento). Comunque, dicevo: questo link vi porta a un piccolo giacimento di performances live nell’ambito delle eleproms. Godetevele prima che l’orco dei diritti se le porti via, tra una settimana. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 27 ottobre 2006 | Commenti |
IL BUONO, IL CATTIVO E L'ICONA |
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Settimane densissime di musica. Mentre ancora esito a postare qualcosa su Gallagher e Jay Kay (i loro fan mi scusino ancora), volevo aggiungere che ho chiacchierato con John Mayer dopo averlo visto al Forum (giuro che anche su di lui trapelerà qualcosa: per le interviste vere e proprie, miei giovani amici, c’è la buona vecchia edicola). Ma il vero cielo delle stelle fisse l’ho toccato ieri sera, quando ho visto la silhouette di un signore che risponde al nome di Paul Simonon calcare il palco delle Electric Proms al fianco di Damon Albarn e del grande Tony Allen, nella prima uscita dal vivo del superprogetto The Good, The Bad and The Queen.
Intanto, una debita genuflessione alla BBC. La BBC non è solo uno degli ultimi baluardi di una cultura popolare dignitosa e di qualità, che non tralascia l’intrattenimento leggero senza mai sguazzare nella gora del pecoreccio, come invece capita alla stragrande maggioranza dei servizi pubblici televisivi del resto dell’orbe. Non sono mai stato anglomaniaco, ma ci sono cose che gli Angli sanno fare meglio di altri. Dopo aver inventato quel sogno di festival di classica “popolare” che sono le Proms, il più grande e più antico festival del mondo, dove basta avere la sciatica che ti consenta di stare in piedi (ma puoi anche sederti per terra) e ascoltare Simon Rattle che dirige i Berliner (la Rolls Royce delle orchestre mondiali) per 5 sterline, ora i British Broadcasters hanno lanciato le “electric proms”, serie di concerti pop/rock/whatever, parzialmente gratuiti, siti in gran parte nella splendidamente restaurata Roundhouse di Chalk Farm dove svariati acts, nuovi e vecchi, eseguono musica inedita.
E appunto ieri era la volta del progetto dell’ubiquo Damon Albarn, musicista di cui preferisco la testa alla musa creativa, nel senso che è il perfetto esempio di come ci si possa attestare su ottimi livelli di popolarità commerciale e allo stesso tempo mantenere credibilità e rispetto, nell’ambiente e fuori. Ma non essendo mai stato rapito dalle sue composizioni con Blur e Gorillaz, e avendo solo superficialmente frequentato il suo album africano, ieri ero soprattutto emozionato dal fatto di vedere Simonon, il James Dean del punk, giustamente definito “l’uomo più bello di Londra” ai tempi dei Clash e, aggiungerei io - ora che l’ho visto muoversi su un palco (nonostante la mia età veneranda non ho mai visto i Clash nella formazione originale, solo quell’aborto traumatico che fu la line-up di Cut the Crap) - di gran lunga il più cool r’n’r animal che abbia mai visto, uno la cui aura finisce per assumere valenze letterarie, che nonostante gli oltraggi del tempo fa sembrare il povero Doherty un tecnico per computer, e mi fermo qui altrimenti vi attacco un bottone sui Clash, e finisco per bagnare di lacrime la tastiera.
Il materiale è buono. Solito nerbo indie, ma rivestito di ascendenze afrobeat, ragga, quasi skaeggianti. Alle percussioni un signore leggendario, già batterista di Fela Kuti, Tony Allen. Sembrava di vedere, chessò, gli Specials, anche se la similitudine è solo visiva naturalmente. Le movenze sghembe e magre di Albarn e Simonon, i loro copricapi, rimandano a un immaginario Two Tones circa 1982. Il concerto è visibile qui (spero funzioni fuori del UK). Correte, lo levano tra pochissimo. Ancora presto per dire se si tratta di una cosa seria. A un primo ascolto ci sono di certo dei pezzi validi, dall’omonimo al singolo “Herculean”. Il suono è una spremuta di Londra, di tutte le sue anime e influenze, senza additivi. Si tratta del primo supergroup multiculturale del ventunesimo Secolo. La recensione completa nel numero di dicembre.
Un paio di settimane dense quindi, cominciate bene e finite meglio. Domenica infatti si va a vedere la Storia (non all’Astoria). E la Storia ve la racconto la prossima settimana.
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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 27 ottobre 2006 | Commenti |
GIACENZE DI HARD DISK |
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Dove: Londra, Forum
LITTLE TO CLAP FOR
I Clap Your Hands Say Yeah, quella che per me era la hottest band del 2006, mi ha dato una delusione live di epiche proporzioni. Non riesco a capacitarmi di quello che continuerò a ricordare come “il disastro del Forum”. Licenziate il sound engineer, o voi del Forum. Raramente è capitato di avere l’apparato uditivo occluso da cotanta, riverberante marmaglia sonora. Davanti a noi era una band tanto approssimativa ed esitante da scatenare le più inquietanti perplessità («ma sapranno suonare quando sono in serata?»). Comunque, anche dando per assodato che non fossero in serata, e che il tecnico del Forum si fosse fatto sostituire dal cugino lattaio, uno scempio del genere è irredimibile.
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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 24 ottobre 2006 | Commenti |
GIACENZE DI HARD DISK |
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Dove: Roma, Fiesta (!)
Dopo aver avuto il bonus di sedere a tavola con Robert Del Naja (ci ha raggiunti solo perché avevo una bella donna accanto a me) ho avuto anche il piacere di vedere i
Massive Attack a Capannelle. Mentre resisto appena alla tentazione di descrivere l’incubo allucinante che è la manifestazione Fiesta (nome che in Italia evoca merendine al cianuro e brutte automobili), l’esperienza mi evoca quanto segue: era la prima volta e la prima volta non si scorda mai, anche quando non si sente niente (anche fuor di metafora); da quando manca Mushroom, i MA assomigliano un po' a Reinhold Messner quando si slogò la caviglia. Sul palco c’erano la divina Liz Fraser e l’inossidabile Horace Andy assieme a una band solidissima. Robert Del Naja non è un cantante e dal vivo la cosa, come dire, si sente. Il groove si è perso per strada già da Mezzanine. Risultato? Bravissimi lo stesso. Menzione d’onore: il warming up DJ set del nostro Max Passante. Che merita molto di più della semioscurità della quale, caparbiamente, si avvolge.
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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 24 ottobre 2006 | Commenti |
IL SONNO DELLA MODESTIA GENERA COMICI |
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Ok, inizio questo post cercando di non insultare nessuno, perché tutti gli esseri senzienti cercano la felicità. Ne sono convinto. Solo che commettono l’errore di cercarla nel modo sbagliato. Prendete Aleksey Vayner per esempio: un ragazzo dolicocefalo, prestante, intelligente, studente a Yale. Che sceglie di mettere a profitto queste qualità concessegli dal cielo in modo assolutamente spiazzante. Perché Aleksey non cerca di diventare un netturbino, o un impiegto al catasto, o un grattatore di schiene, come la stragrande maggioranza dei suoi coetanei, no. Lui vuole entrare in una banca d'affari: diventare uno di quegli intriganti personaggi (qui a Londra ce ne sono pochissimi) che hanno fatto propria l’etica del grande Superciuk (usano il loro prezioso talento rubando ai poveri per dare ai ricchi).
Mi sono chiesto a lungo perché quei pochi, eccezionali individui facciano una scelta cosi scomoda: la risposta mi ha folgorato nel dormiveglia, dopo una notte insonne trascorsa ad arrovellarmi: così facendo diventano ricchi e di successo pure loro! Se fossi sua madre, sarei così fiera di averlo mandato a Yale... Comunque, Aleksey, dicevamo: prima di tutto, deve farsi assumere da una di queste organizzazioni no profit: concepisce dunque un meraviglioso video curriculum vitae e lo manda a una banca svizzera, convinto di essere assunto, lavorare dalle cinque del mattino alle dieci di sera quei dieci-quindici anni e poi mollare prima dei quaranta per godersi le ricchezze ammassate nel frattempo. Banca che però dimostra di avere un responsabile del personale con un residuo di materia grigia e senso dell’umorismo.
Aleksey è consapevole della propria superiorità rispetto alla genìa molle nella quale ha avuto la sventura di venire alla luce. Ecco perché nel suo CV, dopo aver arringato gli spettatori con una spassosissima conferenza sulla predestinazione del più forte a prevalere e trionfare, non si perita di esprimersi in una serie di prestazioni fisiche che non lasciano dubbi circa la sua appartenenza a un’elite superumana. La sua determinazione è affilata come una lama di Toledo; la sua volontà tetragona come le mandibola di Arnie; la sua vanità più estesa delle steppe del suo paese di origine, l’Uzbekistan. Ma questo video finisce su youTube, probabilmente dopo aver suscitato l’ilarità dei suoi potenziali colleghi. E Aleksey diventa una barzelletta. Perché, diciamolo, anche se non volevo insultare nessuno: Aleksey è un giovane, magnifico coglione. Per fortuna, ancora disoccupato. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 24 ottobre 2006 | Commenti |
THE BLACK BENTLEYS' ART FAIR |
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Germaine Greer non è esattamente il tipo di intellettuale che piaccia alle persone di buon senso, moderate, ragionevoli: quelle che da sempre, a fatica, intrappolano in sé un’indole reazionaria, vogliosa di uscire all’aperto e di urlare contro questo mondo soffocato dalla “political correctness”. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 23 ottobre 2006 | Commenti |
MARE DELLA TRANQUILLITA' |
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Cosa fare in un pomeriggio di fine settimana in cui una fetta di questo pianetucolo surriscaldato mette timida i piedini dentro il recalcitrante autunno? Si ascolta il piano disossato di Harold Budd. Che meglio di chiunque altro in “Late October”, grazie all’aiuto di Eno, ha catturato le nuances di… fine ottobre. In una perla. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi sabato 21 ottobre 2006 | Commenti |
FORZE DELL'ORDINE |
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Vista Joan As Policewoman ieri nel foyer della Queen Elizabeth Hall e oggi incontro Jamiroquai per una chiacchiera. A casa sua. Ma mi ci portano però, così da evitare la catastrofe dell’anno scorso. JAPW è un accattivante ibrido soul-punk: un trio in cui la nostra Joan, già backing member delle band di Antony e Rufus Wainwright, suona il piano, la chitarra e soprattutto canta, con una voce tanto elegante che è un vero peccato sia un po’ piccolina. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 17 ottobre 2006 | Commenti |
CALIFORNIA DREAMING - RECOMMENDED BY GEOFF TRAVIS |
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Questo è il gruppo che la Rough Trade ha appena preso sotto le sue ali. Geoff Travis, principale A/R della leggendaria etichetta, che ha il merito di aver portato gli Smiths nei grigi pomeriggi domenicali di milioni di adolescenti, oggi in rotta di collisione con gli anta, è molto entusiasta dei Lavender Diamond, band di Los Angeles che secerne un soave folk psichedelico. Beatevene in anteprima. Geoff mi ha raccontato di come questo mestiere dopo trent'anni riesca ancora a emozionarlo. Sul numero di novembre. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi domenica 15 ottobre 2006 | Commenti |
MARX, SASSOON, GALLAGHER E LA FRIEZE ART FAIR |
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Oggi, dopo aver intervistato Noel Gallagher e aver constatato di persona la sua timidezza nell’esprimere velati giudizi sulla qualità di alcuni suoi colleghi (la rassegna degli insulti - e molto altro - sul numero di novembre), mi sono concesso una passeggiata a Regent’s Park, visto che l’hotel dove si è svolta l’intervista era appena dietro Baker Street.
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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 11 ottobre 2006 | Commenti |
YOU'RE MY WONDERWAAAAAAL |
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Domani incontro Noel Gallagher. Sono contento non solo perché si tratta di un uomo che da roadie degli Inspiral Carpets è arrivato a essere il motore di una delle più influenti r'n'r bands della decade (e qui il fatto che il mio cuore non abbia mai sguazzato nella loro musica c'entra poco). Negli anni, di Noel sono arrivato ad apprezzare la persona di rocker, il suo parlare semplice e diretto, la sua devozione religiosa verso una certa etica del rock che oggi, fra jingle alla cocacola e altre infelici operazioni, è in piena crisi; infine il suo estro nel ridicolizzare certi colleghi con una fulminea, aguzza battuta. E poi, perché mi è sempre sembrato un uomo pieno di buon senso, sorta di saggio irish working class del nord dell'Inghilterra, ispido ma anche capace di ridere. E soprattutto, impermeabile alle pose che inflazionano il suo mestiere. Questa è la sua personalità come traspare dai media. E ora vedremo quanto menzognera è questa professione. Magari mi trovo davanti un esteta decadente, innamorato di Schiele. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 10 ottobre 2006 | Commenti |
MERAVIGLIOSA, GIOVANE |
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Questa canzone è uno dei più trascinanti inni alla giovinezza che io abbia mai sentito. Un pezzo dove tutto è fantastico: il ritmo frenetico di corse a perdifiato in giornate interminabili, dove l'amore e l'attaccamento alla vita esplodono in un peana dionisiaco. Il testo di Kerr, per una volta felicemente lontano dalle solite criptiche allusioni, comunica un senso aperto, terrestre e mondano della gioia che sarebbe piaciuto a quel burlone di Nietzsche. La voce poi, esprime lo slancio di un veggente che ha appena visto qualcosa di bello, una specie di Tiresia contento. Needless to say, anche il resto di quest'album è.... mesmerico.
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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 9 ottobre 2006 | Commenti |
THE LUTE'S TOO UNKNOWN WITHOUT YOU |
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Sto ascoltando sul terzo della BBC il concerto che Sting ha tenuto la scorsa settimana qui a Londra, nella chiesa di St. Luke, davanti a duecento persone. Gordon Sumner è alle prese con un nuovo progetto in uscita: “Songs From The Labyrinth” un disco nel quale, affiancato dal liutista Edin Karamazov (che è però figlio unico e bosniaco), la rockstar planetaria si cimenta nei madrigali di John Dowland. Senza dilungarmi troppo, vi dirò subito chi è questo signore. John Dowland (1563-1626) è il Nick Drake del Rinascimento: liutista extraordinaire, archetipo del cantautore triste, alle prese con cuori spezzati, rovesci di carriera, e una malinconia elisabettiana dell’era pre-prozac. In una parola, Dowland è un genio, fino adesso tristemente confinato nei boudoir dei melomaniaci della musica antica o dei superesperti del bel canto.
Il valore artistico oggettivo dell’impresa di Sting non è nemmeno trascurabile, ma non è questo, o il fatto che una certa statura culturale imponga al rocker di reinventarsi per mondare il proprio stigma "popolare", il punto. Il punto non è nemmeno il necessario crossover classico/pop senza il quale l’industria discografica classica (come la Deutsche Grammophon, etichetta su cui esce l'operazione, un tempo feudo del grande genio nazi Karajan, ora di proprietà della Universal, che spero abbia un CEO di religione ebraica) sarebbe alla frutta. Il punto è che Sting, ex maestro di scuola di Birmingham e meglio noto per aver capitanato il trio di ossigenati che risponde al nome di Police, la cui musica, se messa ad una festa, indica immediatamente che ci si trova nel posto sbagliato e al quale la rivista per la quale ho l'onore di scrivere ha dedicato una monografia, ha fatto un’operazione di grandissimo significato divulgativo, decatacombando un artista prezioso e rendendolo fruibile al mondo. Dowland è infatti indiscutibilmente una perla e secondo me racchiudeva già in sé i protogermi della grande scuola del folk che enne secoli più tardi sarebbe fiorita negli USA e in UK. Molto di più della scuola italiana dei nostri grandi madrigalisti (Monteverdi, Marenzio, Caccini, D’India ecc.) le cui composizioni (su poemi del Tasso e di altri versificatori tardorinascimentalbarocchi) sono molto fiorite e sofisticate, quasi il testamento di una civiltà esausta che ha passato lo zenit e discende verso la corruzione (quella estetica, non quella etica). I Brit allora se la passavano meglio: Elisabetta Prima era, assieme a quel bacchettone di Filippo II, il massimo sovrano sulla terra, e il suo paese produceva non trascurabili scrittori per il teatro, tra i quali un tal Scrollalancia, di oscuri natali. Noi, frantumati fra guerre civili, domini stranieri e soffocamento post-trindentino, dopo aver fatto impazzire il povero Tasso e avergli fatto riscrivere (e rovinare) la sua Gerusalemme Liberata, avremmo prodotto tal Cavalier Marino, un verboso provincialotto più inesportabile di Vasco Rossi.
Sting non è un cantante nel vero senso della parola: come tutti i cantanti pop, ci sono territori dove semplicemente non può andare. Ricordo personalmente un bootleg dei Police in cui il nostro fa accapponare la pelle, tanto va in fuorigiri. La sua voce è buona sui toni alti, come quando si lancia nel suo trademark Rooooxanne: ma quando deve scendere in basso, e soprattutto nel silenzio tombale di una chiesa dove i microfoni rivelano anche il movimento del plesso solare durante la respirazione, complice anche la discrezione suprema del suono del liuto, rivela tutti i suoi limiti. Non è sorprendente quindi che abbia dichiarato di essersi sentito più in soggezione in questo concerto che davanti ai mezzi milioni di persone davanti ai quali ha suonato in più occasioni. Ma la platea, composta da VIP nessuno dei quali conosceva Dowland ovviamente, lo ha calorosamente applaudito, anche per il gentile modo in cui ha organizzato il concerto, con varie parentesi esplicative a voce, didattiche ma non irritanti.
Per cui, ora che sapete chi è Dowland, andate a scoprirlo interpretato da altri, magari da un controtenore come Alfred Deller. Un’ultima cosa: Dowland è accusato dai suoi detrattori (ma chi sono?) di essere “deprimente”. Sting ha detto una cosa intelligente, distinguendo la depressione dalla malinconia, quest’ultima la vera, quintessenziale qualità della musica di Dowland: "La malinconia è lo stato d’animo caratteristico di chi riflette su sé stesso, un’attività dalla quale il mondo contemporaneo cerca di dissuaderci". Benvengano dunque Gordon Sumner, il suo tentativo di staccarsi da Rooooxanne e quello della Deutsche Grammophon di saldare il suo probabile disavanzo.
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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi domenica 8 ottobre 2006 | Commenti |
BLATANT PLUGGING |
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Lo scrittosotto figura nella pagina domestica del participio dell'esprimere. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 3 ottobre 2006 | Commenti |
M-m-m-mai sc’rouna / m-m-m-mai sc’rouna |
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Era, credo, il 1979 e io stavo giusto abbandonando Renato Zero per Bowie e Lou Reed, avendo capito da chi copiava il suo perturbante travestitismo. Nelle classifiche imperversava questo singolo, ”My Sharona”, tributo sessista alla groupie di una band losangelina, clone degli Who nell'attitude e dei Beatles nel look, che ebbe un fenomenale successo mondiale. Il ritornello era ovunque. The Knack rimasero un “one hit wonder” sopravvivendo a loro stessi per decenni senza più replicare il successo di quel - admittedly quite good - singolo. Ora, trent’anni dopo, i redivivi riemergono con una causa legale ai Danni dei Run DMC per la solita accusa di plagio. Il pezzo in questione è "It's Tricky", apparso nell’album Raising Hell del 1986. Eppure Doug "clone di Pete Townshend" Fieger, cantante dei Knack, se n'è accorto solo adesso. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 3 ottobre 2006 | Commenti |


















