TERZIARIO STRONZATO |
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Che sguazzassimo nelle stronzate come olivette in un cocktail l’abbiamo sempre saputo. Ma questo libro è importante perché definisce filosoficamente la pandemia del bullshitting. La stronzata, in due parole, non è un’affermazione necessariamente falsa: è piuttosto, come spiega l’unico intellettuale metasalottiero che abbiamo, qualcosa detto in modo da nascondere i nostri reali pensieri ed intenzioni. Sia il pensiero occidentale che quello orientale si sgolano da millenni a ricordarci quanto ciò sia male. Ma che possiamo farci? Se decidessimo una buona volta di purgarci dalle stronzate, ci troveremmo costretti a eliminare gran parte di Internet, tutta la televisione, gran parte della radio, tutta la pubblicità, gran parte della carta stampata. Tutti luoghi che, da soli, assorbono i tre quarti della creatività disponibile. Un ben di dio di talento gettato alle ortiche in nome della retta comunicazione. E la politica? L’aula di Montecitorio diventerebbe chiassosa quanto un monastero trappista, stessa cosa dicasi per tutti gli altri parlamenti. E all'indotto generato delle stronzate poi, vogliamo rinunciarci?
Per favore, non diciamo.... permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 31 ottobre 2005 | Commenti |
NON PARLARE AL CONDUCENTE |
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Preparatevi. Quando verrete a Londra la prossima volta niente più Routemaster. Gli autobus a due piani sono stati quasi completamente eliminati, sostituiti da splendidi serpentoni Mercedes. La penultima linea, la 38, è stata ritirata venerdì scorso. «Only a ghastly dehumanised moron would want to get rid of the Routemaster» disse Ken nel 2001. “Solo gli imbecilli non cambiano mai idea” dev’essere il suo motto, ultimamente. Come quello di Tony, del resto. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi domenica 30 ottobre 2005 | Commenti |
YOUNG PERSON'S GUIDE TO JAZZ |
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Se siete esperti vi stimolerà. Se siete novizi vi svelerà una galassia che non avevate mai osato esplorare per paura di perdervi. Se vivete a Roma non vi costerà molto andarci. Ma anche se non ci vivete vale il viaggio. Parlo di Jazz! Istruzioni per l’uso di Massimo Nunzi, una scorreria attraverso la storia del genere in sette domeniche, alle 11 del mattino, al Teatro Sistina, a partire da Domenica 6 novembre. Massimo, oltre che un ottimo musicista/compositore, è un grande raconteur, in grado di trasmettere il proprio amore per la musica in modo intenso e diretto. Lo farà accompagnato da un’orchestra di 18 elementi e con alcuni dei massimi nomi del jazz italiano come special guest. Lo farà spiegando, raccontando e, soprattutto, suonando. Highly recommended. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi sabato 29 ottobre 2005 | Commenti |
A BIGGER DEAL |
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Starbucks deve la sua irresistibile ascesa all’aver mediato la bramosia d’europeità della middle class americana (caffè espresso, Derrida, pessimo beaujolais) con il megalomorfismo dell’American way of life (autostrade a nove corsie, 4X4 a fissione nucleare, taniche colorate contenenti le cosce fritte di un pollaio). Bob Dylan e Rolling Stones, due tra i nomi più monumentali del rock ancora sopra la terra, sono anche il simbolo di un’epoca, gli anni Sessanta, in cui un’allora apparentemente inarrestabile controcultura aveva coglionato milioni di giovani menti. Le stesse che poi, salvo sparute autodistruttive eccezioni, avrebbero impiegato la seconda metà della vita che gli rimaneva a disfare ciò in cui avevano creduto nella prima. Come gli stessi Dylan e Stones, che hanno appena deciso di vendere i propri dischi all’interno del colossale erogatore di glucosio. (Prima Zimmermann, a giugno, ora gli Stones.) E dire che un tempo consumavano ben altro che la caffeina. Comunque è il colpo di coda di vecchi lottatori. Almeno sono riusciti a capovolgere il principio del product placement: piuttosto che menzionare languidamente il frappuccino in mezzo a una ballad, preferiscono immergere direttamente la propria emanazione artistica nella schiuma abbondante e dolciastra. Brrr, che trasgressione. Se certe rockstar muoiono giovani, una ragione evidentemente c’è. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 28 ottobre 2005 | Commenti |
TOO MUCH TOO SOON |
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Arrivare troppo presto in arte è peggio che arrivare troppo tardi. Lo sanno bene i New York Dolls, uno dei classici gruppi che lo showbiz ha inghiottito svelto svelto in un rutto oblioso. Salvo poi fare ricchi degli epigoni dieci anni dopo grazie alle stesse loro idee. I NYD furono una delle band più influenti degli ultimi trent’anni. Nati nei primi Settanta, gettarono le fondamenta del punk e del glam metal mescolando Stones, T-Rex, Stooges e travestitismo. Ma lo fecero troppo e troppo presto. Quindi fallirono. Nemmeno quel furbone di Malcom McLaren riuscì a sollevargli la carriera. Inoltre, erano parecchio autolesionisti. Sono già morti quasi tutti. L’ultimo è stato il bassista, Arthur “Killer” Keane, l’anno scorso. Arthur (secondo da sin) è diventato una figura di perdente tra le più commoventi grazie a New York Doll, rockumentario di Greg B. Whiteley che ho visto sabato in occasione del London Film Festival. Racconta la storia, appunto, di Arthur, della sua deriva personale dopo lo scioglimento della band nel ’75: tossicodipendenze, povertà, emarginazione. La sua conversione e adesione alla chiesa Mormone di LA. Il suo lavoro di archivista presso la sede di detta chiesa, fiancheggiato da suore. Lui, una New York Doll. Fino a quando l'anno scorso Morrissey, che in gioventù era stato presidente del NYD funclub britannico, lo chiama assieme ai superstiti della band per suonare alla Royal Festival Hall nel Meltdown festival, quell’anno da lui curato. Il documentario è ben girato, meglio montato ed è una testimonianza di come r’n’r, fama (ottenuta o meno) ed età siano un pastiche indistinguibile di tragico, commovente e grottesco. Arthur emerge come un uomo amabile, fragile, sfortunato. Un antieroe che dopo il coronamento del suo sogno, suonare di nuovo sul palco con i superstiti della vecchia band (David Johansen e Sylvain Sylvain; Johnny Thunders e Jerry Nolan se ne sono andati nei primi Novanta), muore di leucemia a 55 anni. Too little too late. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 26 ottobre 2005 | Commenti |
TERATONOMASTICA |
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una coppia svedese ha chiamato il proprio figlio google. lui si sente fortunato, loro dovrebbero sprofondare nella geenna. e lì, a fiamma bassa, rosolare in eterno. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 21 ottobre 2005 | Commenti |
WARDANCE |
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Ho appena rivisto i Killing Joke per la quarta volta quest’anno. I Killing Joke hanno fuori un album dal vivo per il XXV anniversario e la ristampa dei due album dei primi novanta, Pandemonium e Democracy. L’album dal vivo è stato registrato ai due gig per l’anniversario, allo Sheperds’ Bush Empire. Ho visto entrambe, riportando un non indifferente indolenzimento delle costole e la perdita degli occhiali. Chi mi conosce, sa delle mie patologiche monomanie. Ne ho varie, e la musica non fa eccezione. Ora, per molti anni della mia vita ho ascoltato musica estrema. Accanto a madrigali del cinquecento naturalmente. Per musica estrema intendo quella in cui il cantante urla, il chitarrista usa il distorsore, il batterista è a torso nudo. Mi piace il rituale del mosh. Non mi sono mai piaciuti i pagliacci, però. La rabbia e il sudore su un palco mi toccano nel profondo solo se si articolano in un discorso lucido. E allora vado sotto. Henry Rollins a Firenze nel 1990 o giù di lì nel tour di The End of Silence (fantastico Minotauro tatuato che soffiava fuoco); gli Helmet a Londra nel tour di Meantime, stesso periodo (il caos a quattro dimensioni); i Primus a Bologna nel tour di Sailing the Seas of Cheese : tutte esperienze in cui ho lasciato sudore sul selciato. Ma sono poche le band che oltre a flettere il bicipite sonico sanno anche esaltarti con la loro intelligenza. Dal loro impressionante ritorno, nel 2003, ho l'ossessione acuta dei Killing Joke. Non so quanti di voi conoscano i Killing Joke. Per farvela breve, sono il più influente combo post punk ad essere emerso dalle ceneri fumanti del ‘77. Ma il loro suono era quanto di più incredibilmente innovativo si potesse sentire all’epoca. Il loro esordio, omonimo, faceva sembrare i pur colossali Clash dei punketti da balera. Semplicemente, nessuno aveva mai sentito su un disco quel martellamento tribale, torbido, percussivo. Il vetriolo intelligente dei loro testi squaglia tutto. Il loro frontman, Jaz Coleman, è un papa nero. Fa paura. Non è il circo di Ozzy. Fa paura e basta. Perché dal vivo i KJ sono uno tsunami sonico. Non vi sto a fare la storia venticinquennale dei godfather dell’industrial. I cambiamenti di formazione. L’andirivieni di Youth e Raven al basso. Vi dico solo: ascoltate Requiem. Ascoltate Wardance. Ascoltate The Wait. Capirete perché vedere questa band dal vivo fa uscire di testa. E perché non ha senso buttare soldi e tempo ascoltando i Quorn. Sul palco, anche dopo venticinque anni di carriera, i Killing Joke sono ancora un’esperienza devastante. È l’unico gruppo di questa longevità a non essere un triste carrozzone. Ancora credibili. Il gruppo nel quale Dave Grohl è corso a suonare la batteria. Gratis. Perché li amava da bambino (e perché il loro album omonimo del 2003 è massimo). Ancora a rovesciare sui loro fans con mutui e figli al liceo la galoppante apocalisse post-punk. Terribilmente convincenti. Jaz sembra un predicatore pazzo medievale. Un Tiresia invasato, coi colori di guerra sul volto, venuto a predirci la fine. Il chitarrista,
Geordie Walker, bello e cattivo come un ufficiale della Wehrmacht, suona una Gibson del ’50. Sventaglia riff come rasoi che hanno influenzato duemila chitarristi con una nonchalance disarmante. Più cool di Bryan Ferry. Mentre Paul Raven, al basso, canotta nera da cui traspare un centimetro quadrato di rosa non tatuato, sembra esattamente l’allevatore di pitbull della periferia di LA che è. Un trio meno assortito non lo trovate.
Jaz ha due voci. Una eterea, melodica, espressiva. L’altra, uno spaventoso rantolo che è stato icasticamente descritto come “il suono della terra che vomita”. Con queste due voci, ha sempre denunciato le porcherie della nostra magnifica democrazia liberale. Dalla Thatcher a Blair, Jaz non è mai stato zitto. Non ha mai appeso il cervello al chiodo. Per questo vedere i KJ è commovente. Perché l’odioso “si nasce incendiari, si muore pompieri” con loro non funziona. Perché spaccano. Verso i cinquant’anni e spaccano. P.S. A febbraio il nuovo album. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 20 ottobre 2005 | Commenti |
YOKO POISONO |
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Per restare sul gerontofronte, Yoko ha recentemente schizzato nuovo veleno sul povero Paul ai Q Awards sostenendo, di fronte una platea composta da Jimmy Page, Ray Davies (Kinks), Paul Weller, Robin Gibb, Liam e Noel Gallagher e Coldplay, che i testi di Paul erano banali (faceva rime del tipo “cuore amore”). Comprensibile mormorio in sala. To be honest, è abbastanza vero: la vena letteraria di Paul era meno pindarica di quella di John. Quello che sconcerta è vedere la settantaduenne vedova ancora aggrappata alle polemiche di 40 anni fa. Macca ha sibilato a sua volta che la Ono “non è così intelligente”. All you need is love permalink. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 18 ottobre 2005 | Commenti |
SHEER HEART ATTACK |
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Gli Stones, in tour negli USA, hanno un defibrillatore in camerino, nel caso il muscolo cardiaco ceda. Accanimento terapeutico? In inglese, lingua dell’equitazione e del capitalismo moderno, c’è un detto: frustare un cavallo morto. O c’è qualcosa di titanico nel corpo leggendario e senescente che sbatacchia su un palco? De senectute rock’n’rollis. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 17 ottobre 2005 | Commenti |
(NON LACUNA) COIL |
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C’è una cover-band che da anni rappresenta per me un punto fermo. Ma non è una cover-band da pub o una band-tributo che si spiaccica sul repertorio di altri, spesso rovinandolo. È piuttosto il progetto di una delle figure più importanti della musica inglese degli anni Ottanta, Ivo Watts-Russell, co-fondatore della 4AD. Solo tre album all’attivo in un arco di tempo lungo (1983-1991), i This Mortal Coil hanno un suono profondo, deliziosamente intriso di synth e riverberi, che evoca atmosfere sognanti, e ha firmato alcune delle più belle cover del periodo, attingendo da Tim Buckley, Colin Newman, Talking Heads, Pearls Before Swine, Gene Clark, Judy Collins, Van Morrison, e molti altri, assieme a pezzi originali. Il nerbo era costituito da Cocteau Twins e Dead Can Dance, che, all’epoca al culmine del loro picco creativo, erano l’ossatura del suono 4AD. Attorno roteava una serie d’altri vocalist e musicisti, tutti di grande bravura. Altra caratteristica era la presenza del produttore John Fryer, un signore che ha formato il suono elettronico industriale (ha mixato il fondamentale Pretty Hate Machine di NIN-Reznor e mille altri). Le atmosfere goticheggianti, eteree, letterarie e spesso ipnotiche, sebbene condite a volte da un sovradosaggio di glucosio, hanno accompagnato la mia angst adolescenziale e ancora oggi riesco a trovare spesso il mio momento TMC, specialmente con l’ultimo Blood, per me un assoluto capolavoro. Siccome stavo avendo appunto il mio momento TMC, ascoltando il loro primo album, It’ll End In Tears, ho pensato di buttare giù questo post. Tutto qui. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi sabato 15 ottobre 2005 | Commenti |
SINDROME DI STOCCOLMA |
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Ieri un signore inglese di nome Harold Pinter ha vinto il Nobel per la letteratura. Sicuramente, come ai tempi di Fo, la scelta degli accademici svedesi farà incazzare un sacco di gente. Lunga vita agli accademici svedesi. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 14 ottobre 2005 | Commenti |
JOHN PEEL DAY |
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Ieri e oggi era il John Peel day. In tutto il paese svariati concerti commemorano il leggendario disc jockey, scomparso un anno fa il prossimo 25 ottobre. Peel era una vera istituzione. Su di lui si è detto tutto e non starò qui a ripeterlo. Io sentivo il suo programma su Radio One e prendevo appunti. L’unico capace di farti sentire death metal estone e alternobluegrass nello stesso programma. Ma la cosa stupefacente di Peel era la straordinaria professionalità: la voce bassa e ferma, la dizione sobria, la mancanza assoluta di iperboli e le stronzate varie che sfuggono inevitabilmente a chi parla alla radio. Qualità senza le quali non avrebbe potuto continuare a fare quel mestiere e ad amarlo fino a 65 anni. E poi la modestia del personaggio, confermata da tutti coloro che ci hanno lavorato, il fatto che invitasse a casa sua in campagna i musicisti per le altrettanto leggendarie Sessions e poi il tutto finisse a chiacchiere e vino nel salotto, con la famiglia e i vicini… Non capita spesso di dover la formazione musicale propria e quella di un altro paio di generazioni alla stessa persona. Per milioni di persone Peel era la musica, la musica suonata dal cuore. Ellington, mi pare, diceva che la musica si divide in due categorie: quella cattiva e quella buona. Io, sebbene valga meno della morchia sotto l’unghia del mignolo di Ellington, inserirei un’altra suddivisione: quella tra la musica che pone delle domande e quella che fornisce delle risposte. Entrambe sono buone o cattive. Di solito quella cattiva che fornisce delle risposte (scontate) è quella che raggiunge il successo commerciale. Di tutte le altre tre rimanenti (anche di quella cattiva, che almeno pone delle domande), Peel è stato infaticabile campione. E per questo resterà unico, anche se proprio oggi leggo che suo figlio gli succederà come talent scout (on line, e con un sito messo in piedi dalla Universal: fatevi sotto e mandate le vostre creazioni).
E comunque ieri ho visto un concerto tributo di alcuni artisti che devono a Peel la propria carriera: Misty In Roots (importante band reggae, una gioia di pulizia di suono), Laura Cantrell (country songstress di NY, delicata e coinvolgente), Venetian Snares (terrorista sonico esponente della cattiva musica che pone domande, la mancanza di tappi mi ha imposto di lasciare l’aula), Super Furry Animals (sognanti, psichedelici, fatti e molto bravi), The Fall (finalmente vedo Mark E. Smith dal vivo, anche se per pochissimi pezzi: prolungo la sospensione di giudizio ad altra data). |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 13 ottobre 2005 | Commenti |
CERCHIAMO DI ESSERE UMANI |
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Ieri in Uk era il National Poetry Day, giornata dedicata alla poesia. La Poetry Society, un organismo che si batte ormai da anni per la difesa dei reality show dall'assalto vizioso della bellezza e della cultura, ha indetto un sondaggio per eleggere la poesia in lingua inglese che meglio rappresentasse noi umani all’alieno di passaggio nella galassia. Ha vinto Human Beings di Adrian Mitchell. Eccola. Naïve? No, necessaria.
look at your hands
your beautiful useful hands
you're not an ape
you're not a parrot
you're not a slow loris
or a smart missile
you're human
not british
not american
not israeli
not palestinian
you're human
not catholic
not protestant
not muslim
not hindu
you're human
we all start human
we end up human
human first
human last
we're human
or we're nothing
nothing but bombs
and poison gas
nothing but guns
and torturers
nothing but slaves
of Greed and War
if we're not human
look at your body
with its amazing systems
of nerve-wires and blood canals
think about your mind
which can think about itself
and the whole universe
look at your face
which can freeze into horror
or melt into love
look at all that life
all that beauty
you're human
they are human
we are human
let's try to be human
dance!
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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 7 ottobre 2005 | Commenti |
SPINAL TAP COMEBACK |
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I Darkness: sui Darkness si è detto tutto e il contrario di tutto: Vaudeville, circo, rinascita del “Rock” (quello di School of Rock per intenderci). Freddie Mercury si sta rivoltando nella tomba o approverebbe? E Steven Tyler che ne pensa? E Angus Young? Comunque ho incontrato i boys (senza Justin, purtroppo) prossimi all'uscita del secondo (difficilissimo) album ieri e ne sono uscito con la conferma che chi suona rock è solitamente una brava persona, reale: what you see is what you get. Non è una dote trascurabile. Tutto il contrario dello spesso insopportabile mondo indie. Una volta mi è capitato di intervistare Stephen Malkmus: è come la sua musica: involuta e non convincente, con cospicue incursioni nella gratuità. Comunque la chiacchiera coi figli di mamma è nel prossimo numero. permalink |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 7 ottobre 2005 | Commenti |















