D(I)AMON(D) DAYS

D(I)AMON(D) DAYS

Circa dieci anni fa, quando oltremanica infuriava la disfida del Britpop e Tony Blair ascendeva al soglio decennale dal quale non è (ancora) sceso, il paese viveva un momento di euforia: un governo Labour dopo i guasti della staffetta Tory Thatcher/Major, era visto come una rinascita. La musica celebrava l’aprirsi di una nuova era, con molti musicisti pronti a tributare il loro appoggio e approvazione al nuovo leader. E nelle classifiche c’era, appunto, lo scontro frontale dei due gruppi più significativi del rock di allora: Blur e Oasis. All’uscita di ogni rispettivo singolo, si scatenavano le scommesse: che avrebbe venduto di più? La rivalità non era solo artistica, ma anche culturale: mentre i Blur erano ragazzi middle-class, figli in buona parte di ex-hippy diventati ceto medio intellettuale, ed erano di Londra, gli Oasis (dunque i fratelli Gallagher) erano esponenti della working class di una Manchester deindustrializzata e piagata dalla disoccupazione. A queste due diverse estrazioni sociali corrispondevano punti di vista opposti sulla musica e sul mondo: raffinato, critico e inquieto quello dei primi e solido, senza troppi sofismi e orgoglioso, quello dei secondi. Il tutto si estrinsecava in reciproci insulti e sarcasmi che fecero gongolare i tabloid, sempre affamati di sensazionalismo.

A distanza di anni, le due formazioni esistono ancora (i Blur non si sono mai ufficialmente sciolti), e i percorsi di entrambe hanno mantenuto un’evoluzione coerente. Era quindi lecito aspettarsi dai rispettivi motori creativi, Damon albarn per i Blur e Noel Gallagher per gli Oasis, le carriere che hanno avuto e stanno avendo. Ricca di deviazioni e progetti musicalmente diversi fra loro quella di Albarn; solidamente attaccata agli Oasis e al loro un po’ imbolsito sound rock nel caso di Gallagher. Ma se allora furono gli Oasis a vincere la battaglia in termini commerciali, oggi è Damon Albarn con la sua musa sperimentatrice a confermarsi il vincitore a lungo termine, almeno dal punto di vista creativo.

Non contento di aver fatto quadrare il cerchio con i Gorillaz, metagruppo visuale (appaiono solo come dei cartoni animati) capace di conquistarsi il rispetto dei critici e di vendere milioni di copie, Albarn è tornato con un supergruppo che annovera nomi prestigiosi di altre formazioni. Ha chiamato attorno a sé nientedimeno che l’icona punk Paul Simonon, ex-bassista dei Clash, una delle più grandi formazioni inglesi della storia, Simon Tong, ex-Verve, la band guidata da Richard Ashcroft anch’essa parte della famiglia Britpop, e Tony Allen, ultrasessagenario batterista nigeriano, pioniere dell’Afrobeat e famoso per aver militato nella band di Fela Kuti.

Il disco che dà il nome al gruppo (ufficialmente ancora senza un nome), The Good, The Bad and the Queen, è il risultato di anni di prove, registrazioni e lavorazione di materiale grezzo che solo l’anno scorso ha trovato una forma e un contenuto validi. Si tratta di un rock inconfondibilmente britannico, come Albarn sa fin troppo bene fare, ma con delle tinte di ska (l’apporto del grande amante dello ska e del reggae Simonon), e le ritmiche afro di Allen. I testi sono meditazioni sulla storia presente di Londra e la sua identità multiculturale. Com’era prevedibile è il cantante e autore principale Albarn a farla da padrone, anche se le forti individualità degli altri musicisti hanno colore sufficiente da aggiungere alla tavolozza del leader. Aggiungete poi la produzione di uno dei DJ più acclamati del momento, Danger Mouse (alias Brian Burton), metà del duo dei Gnarls Barkley, sensazione del 2006, e capirete perché questo progetto ha tutti i crismi per lasciare un segno. A questo punto non importa più tanto se Damon Albarn crede ancora nella sopravvivenza dei Blur. Al crepuscolo (mesto) del terzo mandato blairiano, la Gran Bretagna si ritrova tra le mani un autore ancora nel pieno della propria vitalità creativa. Con buona pace di Noel Gallagher.

OFF 01/02/07

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 31 gennaio 2007 | Commenti


GUILTY PLEASURES

GUILTY PLEASURES

Parto, come sempre, un po' da lontano. Dopo due anni di Blog ho capito fin troppo bene i subdoli meccanismi di contraffazione della personalità che la succitata attività pseudo-giornalisticoletteraria induce nell'autore. E siccome mi sono ripromesso di essere sincero con voi, e di non cercare di contrabbandare un'immagine di me migliore della realtà oggettiva, stamattina metto tutte, ma proprio tutte, le carte in tavola. Sto riascoltando uno dei dischi più paraculi, inautentici e allo stesso tempo, forse proprio per questo, meglio riusciti della storia: "Love", di quella band di furbastri che risponde al nome di Cult. Ma il riascolto di oggi per quest'anno basta e avanza: il disco è un'affascinante immersione in un immaginario a nolo, come un tuxedo per una cena importante.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 29 gennaio 2007 | Commenti


IERI NOTTE

IERI NOTTE

Le due del mattino. Sei sotto l'influenza del vino bevuto e dell'accesa discussione sul global warming con uno dei tanti scettici che ti ha citato Michael Crichton come autorevole fonte scientifica del fatto che "tanto la Terra sta attraversando una fase climatica naturale". W10, Bassett Road è immersa nel suo benestante silenzio. Mentre ti prepari a tornare a casa, il fervore della discussione svanisce di fronte all'ora abbondante di bicicletta che ti separa da E3, Bow Road. Metti in cuffia l'ultimo degli Scritti Politti e ti soffermi a gustare il tuffo della voce da adolescente del cinquantenne Green Gartside, un tempo esegeta di Gramsci - nel buio immobile di Notting Hill.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi domenica 28 gennaio 2007 | Commenti


AMAROCKORD

AMA<i>ROCK</i>ORD

(Mentre scrivo, la finestra sulla scrivania contiene le scie di cinque aerei. Riusciamo a rendere piccolo anche il cielo, a volte).

Sono passati trent’anni dal 1977 e certi giornali rievocano (senza celebrare, perché da celebrare c’è ovviamente poco), l’epoca. L’auctoritas Ernesto Assante, ha recentemente postato sulle proprie dirette esperienze di allora, scoperchiando il prevedibile vaso di pandora di “io c’ero”, e innescando il dibattito tra i suoi sagaci lettori. Chi, come me, non era abbastanza vecchio da aver vissuto quell’epoca se non da dietro la vetrina dell’infanzia, è cresciuto nel periodo immediatamente successivo, quando la risacca onirico-suicida-rivoluzionaria di quegli anni tornava rapida verso il mare aperto dell’indifferenza.

Musicalmente, era un periodo per me di meraviglie continue. E quando uscì questo disco, nel 1980, non ero ancora in grado di esprimere un’opinione nel dibattito che scatenò. Sostanzialmente ci si divideva in difensori dell’ortodossia («Sandinista! è un disco sbagliato, presuntuoso e sopra le righe: una caduta rispetto all’apollinea perfezione rock di London Calling») e eretici («un’esplosione creativa irrispettosa di qualunque regola e forma, un magma di spunti irrisolti e, per questo, straordinariamente eccitante»).

Mi immersi in apnea (un triplo in studio all’epoca del vinile era una lunghezza quasi soprannaturale): solo qualche anno più tardi entrai coscienziosamente nella schiera degli eretici. Questo album, disconosciuto da Strummer stesso, è un esempio unico d’irriverenza e libertà creativa da parte di quella che era all’epoca la più grande band del mondo. Attenzione perché in mezzo a questo guazzabuglio di idee ci si perde facilmente. Un piccolo sentiero nella foresta: “Police on My Back”, "The Call Up", "Somebody Got Murdered", "Charlie Don't Surf," "Hitsville U.K.", "Lightning Strikes (Not Once but Twice)", "One More Time", "Up In Heaven" e soprattutto la torrida nenia funk d‘apertura: “The Magnificent Seven”. Che all’epoca lo si considerasse un disco sbagliato, dà un’idea del livello della band e della scena post-punk di allora.

PS A riprova del fascino di questo disco, la passione di Jimmy Guterman, giornalista americano ossessionato dal suo amore per Sandinista!, al quale sta dedicando un libro, un tribute-album e un blog che documenta la genesi dei primi due.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi sabato 27 gennaio 2007 | Commenti


SUPER ECO-RANT

SUPER ECO-RANT

(DISCLAIMER) Lo dico prima: questo è un post lungo e tratta di cose molto, molto uncool e noiose. Poco rock e per niente pop. A chi si sente vessato da tanta pesantezza: please look away now.

Altro che il pecoreccio del Grande Fratello televisivo. Ormai viviamo in un 1984 permanente, in cui ogni nostra mossa è osservata in mille modi. Tutto quello che facciamo e vediamo su internet è rintracciabile e verificabile; le nostre mosse quotidiane sono registrate in buona percentuale da telecamere a circuito chiuso situate ovunque andiamo; e via elencando funzioni che documentano la quotidianità di ciascuno. Alla condotta morale ed etica, al rispetto delle leggi e dell’educazione si aggiunge ora un altro metro di giudizio: l’ecologia del comportamento economico. Fino a pochi anni fa credevamo che le risorse da cui trarre gli oggetti che utilizziamo più o meno distrattamente nell’arco della giornata fossero un dato di fatto incontrovertibile e non misurabile. Stiamo dolorosamente imparando che non è vera né l’una né l’altra cosa. Il nostro muoverci nello spazio, storico e geografico, lascia una scia. Nera. Una scia di gas a base di anidride carbonica. Perfettamente ripercorribile, visibile. Che si intreccia a quella di altri individui e oggetti con i quali interagiamo. E che vola verso il cielo, come un’anima buona, per distruggere gli equilibri del pianeta. Ora come esseri umani socialmente determinati siamo soggetti ad un ulteriore scrutinio, oltre alla morale e alla giurisdizione: qualunque nostra scelta e azione è misurabile ecologicamente. In realtà lo è sempre stata. Solo che ora farlo può rallentare la nostra corsa spensierata verso l’abisso. Lasciamo varie impronte: digitali, dei piedi, e ora carboniche. Abbiamo due fedine: una penale, l’altra carbonica. Se la sovrappopolazione delle carceri nel primo caso ci informa della grandezza della prima, della seconda non abbiamo unità di misura se non la nostra coscienza. E questo, in una società che ha fatto della libertà individuale un feticcio, equivale a un triste copyright sul suicidio.

È inutile pensare che l’uso di una lampadina a basso consumo o lo spegnere lo stand-by del televisore possano salvare le generazioni future da disastri ecologici di proporzioni spaventose. Sono senz’altro abitudini lodevoli e possono dare un contributo, ma il loro impatto complessivo sul crescente tasso di distruzione della stratosfera, senza altre e ben più drastiche misure può ben poco. Servono altri cambiamenti, profondi, di tipo politico e culturale. L’urgenza della situazione è tale da aver quasi reso superfluo un partito “verde”, come se la soluzione ecologista fosse un’ideologia alternativa da misurare contro le altre, liberalismo, socialismo, socialdemocrazia ecc. Essere “verdi” all’inizio del terzo millennio significa essenzialmente avere in sé un equilibrio decente di istinto di sopravvivenza e moralità. Significa scegliere la vita sulla terra anziché la morte. Significa pensare che improvvisamente lo scegliere di agire per la protezione della vita propria e altrui è diventato un agire naturale, la risposta a un pericolo. Significa fare quello che fa la madre di qualsiasi specie animale, mammifero o meno, fa nel momento in cui la prole è minacciata: la difende. In una parola: significa essere umani.

Alla luce di queste considerazioni millenaristiche (ma, per fortuna, pre-ideologiche), suona quasi dadaista il fatto che esistano ancora persone che guidano un SUV, o volano a Londra o New York per i saldi, o vadano in settimana bianca. «Che cosa gli dice il cervello?” ci domandiamo; “come possono essere così ciechi (o menefreghisti)?” Ma è altrettanto dadaista avere dei governi che non si impegnano a fondo per imporre delle norme forti ma ragionevoli per limitare la produzioni dei gas serra senza alterare troppo drasticamente le nostre molli abitudini di consumatori di prodotti e servizi. Il problema è che al di là delle solite cifre e percentuali agghiaccianti su quello che succederà a breve termine se non ridimensioniamo la nostra bulimia consumistica, sono pochi i commentatori che abbiano sufficienti dedizione, conoscenza e leadership per indicare una strada. Uno di loro è George Monbiot. Nel suo libro Heat (Penguin), di prossima uscita in Italia per Longanesi, il commentatore/attivista, che scrive regolarmente per il Guardian, indica chiaramente una strada: forse un po’ dolorosa per noi ameboidi feticisti del benessere, ma la indica. È una strada per ridurre le emissioni gassose del 90% entro i prossimi venticinque anni.

Dopo aver passato in rassegna quella che ormai possiamo chiamare la parte “apocalittica”, quella delle proiezioni percentuali sui ritmi del cambiamento climatico che eventualmente porteranno vaste porzioni del pianeta a essere sommerse in un giorno del giudizio in cui discutere del rapporto estetica/funzionalità del nuovo iPhone avrà un sapore Beckettiano tutto suo, Monbiot analizza i benefici che è possibile trarre dalle innovazioni esistenti applicate al risparmio energetico. Smaschera molta ideologia autoconsolatoria al riguardo: in una situazione in cui siamo tutti colpevoli e tutti in contraddizione è facile pensare che basti mettere l’elicuccia sul tetto per acquietare la coscienza. No. Ci vogliono interventi drastici, ma che in realtà portano il marchio dello choc culturale solo in superficie.

Ridurre le proprie abitudini al consumo di qualunque bene è meno traumatico di quanto possa sembrare. E spesso nemmeno necessario. Ecco dunque proposte per ridurre la dispersione termica negli alloggi, proposte per potenziare i trasporti su rotaia, per eliminare le auto dai centri delle città, per consumare prodotti provenienti non da mostruosi supermercati che distruggono ambiente, mercato e società, ma da piccoli produttori. Proposte che non hanno nulla di irragionevole: sono semplicemente il minimo indispensabile per poter continuare la nostra avventura sul pianeta. O meglio, per permettergli di sopravviverci. E soprattutto senza condannarci a perdere del tutto quei comfort e quegli agi ai quali siamo (solo alcuni di noi, naturalmente) abituati da generazioni. Ma tutti questi cambiamenti non possono scaturire solo dalla condotta individuale, o dal fatto che improvvisamente i segugi delle corporations hanno annusato l’odore dell’eco-business (ciclopici supermercati come Wal-Mart e Tesco hanno appena annunciato una serie di misure per limitare il proprio impatto ambientale, il documentario di Gore a lieto fine in perfetto stile Hollywood, lo stesso Bush che timbra svogliatamente il cartellino dell’ambiente). Sono i governi europei e americano a dover imporre benevolmente delle misure drastiche di riduzione del danno all’ambiente che interessano tutti i comportamenti socioeconomici. Devono smetterla di trascinarci verso l’apocalisse nel timore ipocrita che non li rieleggeremo se prendono misure antipopolari.

Solo così le economie dei capri espiatori usati in Occidente per giustificare il proprio non fare nulla (l’odiosa filastrocca criptorazzista «si, ma quando i cinesi e gli indiani…»), potranno adeguarsi ai nuovi ritmi di un mercato globale più a misura di ecosistema. Ultimo importante contributo di questo libro è smascherare l’ipocrisia di molti personaggi pubblici, che sbandierano credenziali di ecologia nel proprio lavoro o nelle proprie dichiarazioni per poi comportarsi in modo eco-criminale (superstar del pop come Chris Martin dei Coldplay, per esempio, che canta molto di temi ambientali per poi volare venti volte in due mesi sopra l’oceano con un jet personale (l’aviazione civile è uno dei tasti dolenti del libro. Non esiste una soluzione tecnologica al disastro provocato dalle turbine dei jet: bisogna volare molto meno, e solo se strettamente indispensabile).

George Monbiot non è un Giovanni Battista che urla nel deserto, né un bolscevico assatanato che punta alla giugulare della borghesia. È un liberale di sinistra molto, molto spaventato da quello che ha scoperto sul futuro prossimo del capitalismo e della sua autosostenibilità. Faremmo bene tutti a dargli retta. Non è un caso che il suo libro non abbia ancora trovato un editore negli USA.

OFF 25/01/07

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 25 gennaio 2007 | Commenti


STATE BRITAIN

STATE BRITAIN

Brian Haw è un muratore di circa sessant’anni. Ma soprattutto è l’attivista pacifista che per cinque anni e mezzo ha campeggiato davanti al Parlamento Britannico, protestando contro la guerra in Iraq. Il suo assembramento di cartelli-denuncia, frasi scritte a caratteri cubitali, foto delle sofferenze della popolazione civile irachena e di soldati caduti, lungo una quarantina di metri, era diventato parte del paesaggio urbano circostante. Raramente si è visto un attivista determinato come lui: è la sua fede evangelica, più che le sue convinzioni politiche, a sostenerlo. Finché, in una notte del maggio scorso, un battaglione di circa ottanta poliziotti (una forza ridicola per rimuovere un dimostrante nonviolento) in un’operazione costata circa 30,000 sterline, ha portato via la maggior parte dei cartelli e delle immagini, applicando i dettami del recentemente approvato Serious Organised Crime and Police Act. Si tratta di una norma di sicurezza approvata appositamente: secondo la polizia, il campo offriva la possibilità di nascondere ordigni terroristici. Ma secondo i sostenitori di Mr Haw, fra cui contano anche svariate personalità politiche all’interno del Labour e dei Liberal Democrats, lo scopo del blitz sarebbe stato essenzialmente di risparmiare la vista del campo ai deputati e di nasconderla alle migliaia di turisti che visitano la piazza ogni giorno.

Haw e la sua tenda sono rimasti nella piazza, considerevolmente ridotti in superficie: adesso il suo accampamento non può eccedere i tre metri di ampiezza. Ma ora il vertice dell’establishment delle arti figurative in Gran Bretagna, la Tate Gallery, ha gettato tutto il suo peso a sostegno di Haw e della sua protesta. In una mossa che ha un’innegabile connotazione politica, Sir Nicholas Serota, padre-padrone dell’ormai mitologica galleria e uno degli uomini più potenti in assoluto nel mondo dell’arte contemporanea, ha inaugurato lo scorso 16 gennaio un’installazione di Mark Wallinger, già finalista del prestigioso e controverso Turner Prize. Il lavoro riproduce fedelmente ogni dettaglio dei quaranta metri di cartelli rimossi, messaggi di solidarietà, documenti, immagini di vittime di bombardamenti e quant’altro (compreso un lavoro di Banksy, donato a Haw dall’artista), di Parliament Square. Si chiama State Britain: un fin troppo ovvio gioco di parole.

Il simbolismo dell’opera è accentuato dal fatto che secondo il succitato Act, nessuna manifestazione non autorizzata può tenersi nel raggio di un chilometro da Parliament Square: e siccome la Tate Britain è attraversata esattamente da quel limite, Wallinger lo ha delineato sul pavimento della galleria con del nastro adesivo. Come se l’arte britannica in toto (il museo contiene esclusivamente lavori nazionali) rappresentata dalle opere di colleghi di Wallinger che si trovano accanto alla sua, partecipasse alla protesta. Sir Nicholas aveva più volte pubblicamente sostenuto Blair ai tempi gloriosi della Cool Britannia, quando il premier sembrava promettere un futuro prospero e pacifico al paese: oggi un segno più forte del volersi svincolare da quest’abbraccio mortale non poteva darlo. La mostra è a ingresso gratuito e visitabile fino prossimo al 27 agosto.

OFF 17/01/07

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 24 gennaio 2007 | Commenti


TO BE IN YOUR EYES

TO BE IN YOUR EYES

È raro imbattersi nella perfezione: la perfezione assoluta non esiste; la perfezione pop, meno irraggiungibile, si. In pochi, raramente, quasi inciampando distratti, l'hanno raggiunta. Eccone un esempio. Gustate, a occhi chiusi, non domandate nulla. Dura solo tre minuti e cinquanta secondi.

Night-time is so lonely
When you hear a sound
But it's only an empty heart
Beating on through the night
A sad sad drum
And I'm lying here listening
And the raindrops are all glistening
In my dreams
And it seems
That the sun never comes
And I want my sad reflection
To go drifting through the skies
To be in your eyes
And I'm waking to this aching
And it's breaking me in two
All the space
All the waste
All the distance between me and you
And the people with their voices
Random choices will they ever learn
To really see
Really be on fire when their spirit burns
I want the person inside me
To be someone I'd recognize
If he was in your eyes
So I'm waiting, contemplating
Relocating a faded image in my thoughts
But the memories are like clouds
Try so hard
But they never can be caught
But I'm trying, yes I'm trying
But I'm only lying in the dark
So alone
On my own
No one home
And if love was worth a fortune
Then I'd need a rise
To be in your eyes
I want these words to be the things
I hoped you'd realized 
To be in your eyes

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi domenica 21 gennaio 2007 | Commenti


THE BABY, THE HOT WATER

THE BABY, THE HOT WATER

Sento solo ora il disco dei Deftones, Saturday Night Wrist. È uno dei molti che mi sono sfuggiti del 2006. Quest’anno il disco dei Deftones è stato il punching-ball dei critici. Le poche recensioni che ho letto, in Italia e fuori, sono tutte di segno negativo. “Il nu-metal è finito” e altre profondità. Bastano dieci righe per farli fuori, ai poveri Deftones. Io stesso, che ho amato molto White Pony (2000), sono rimasto freddino davanti a Deftones, del 2003. Ma ora che sto apprezzando molto Saturday Night Wrist, me lo andrò a riascoltare.

I Deftones hanno questi momenti molto new wave che interrompono un Chinese Wall of Sound distorto: mi direte che in fondo è una formula tutt’altro che originale. Concordo. Sono una band lenta, che ci mette molto a scrivere e registrare, che non ha qualità individuali eccezionali: un solido batterista, un chitarrista amante degli effetti, un cantante scopiazzatore, anche con estro. Quei testi, tanto obliqui da risolversi di un onanistico alludere.

Eppure, torno a invitarvi a riascoltare Saturday Night Wrist: un disco che ha dei punti di forza innegabili, specie nella sua parte centrale: “Mein”, “Riviére”, “U, U, D, D, L, R, L, R, A, B, Select, Start”, la splendida “Combat” … Non è perché voglio stare fuori dal coro. Ma con l’ultimo dei tone deaf ho la sensazione che un certo conformismo professionale abbia avuto la meglio. E che abbia liquidato una band solo perché la scena di cui faceva parte è del tutto estinta. “Gettare via il bambino con l’acqua sporca”, si dice in questi casi.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi domenica 21 gennaio 2007 | Commenti


CELEBRITY BIG BOTHER

CELEBRITY BIG BOTHER

Celebrity Big Brother, il programma che ha creato un caso diplomatico in Gran Bretagna, in realtà sta svolgendo un servizio prezioso: solo per questa ragione andrebbe rivalutato. Ieri sera Jade Goody, la venticinquenne che capitanava il drappello di Erinni scatenatesi contro Shilpa Shetty, è stata estromessa dalla casa su plebiscito. Non è un caso, visto che la partita era proprio fra loro due. E l’aristocratica attrice indiana, essere umano non immune dai difetti che la trasmissione è programmata per mettere in luce, ha avuto la meglio grazie al putiferio scatenato dalla sua persecuzione.

L’evento è stato surreale. Chi conosce i meccanismi del programma, sa che l’estromissione del personaggio dalla casa avviene in diretta. Dopo giorni trascorsi all’interno, si esce senza sapere quale sarà l’accoglienza tributata dal pubblico: solitamente c’è una torma di paparazzi e persone vocianti suddivisa in fan e detrattori, che accoglie il personaggio in una scenografia di isterismo forse non dissimile dai trionfi degli imperatori romani. Questo viene poi intervistato, perché condivida con noi gli aspetti più toccanti dell’esperienza. Non nel caso di Jade, simbolo del white trash per eccellenza: fuori della casa, ieri, ad accoglierla non c’era nessuno. È uscita in un silenzio surreale, ricevuta da una Divina McCall, la conduttrice del programma, dal volto mesto. Solo allora la ragazza si è resa contro del disastro combinato. Troppo tardi.

Le sue intemperanze politicamente scorrette sono costate un bel po’ di quattrini a Channel 4. Ieri Carphone Warehouse, il più grande rivenditore di cellulari d’Europa, ha ufficialmente ritirato la propria succulenta sponsorizzazione al programma. E questa è stata probabilmente la goccia che ha fatto traboccare il vaso: dove nulla poterono le proteste di piazza in India, le scuse del premier in pectore in visita ufficiale e i commenti sprezzanti del ministro della cultura Tessa Jowell, «è un programma disgustoso» – ha affermato, ha potuto lo sponsor. Dunque la scelta degli organizzatori del programma di optare per un’uscita in sordina, anche per questioni di ordine pubblico (si è temuto anche per l’incolumità della Goody).

La ragazza che ieri, prima del verdetto, forse in un soprassalto preveggente, si era riconciliata con la sua vittima, si è rivista in video e ha riascoltato tutti gli insulti che con le altre aveva rivolto alla Shetty nei giorni scorsi. È rimasta un po’ impietrita, ma non ha cercato di giustificarsi. Ha ammesso di aver detto “un sacco di brutture” alla concorrente ma ha negato di essere razzista.

Forse ostinarsi a non voler imparare il nome di battesimo di Shetty e chiamarla “Miss Poppadom” (esattamente come chiamare “Miss Pizza” una ragazza italiana), oltre che a darle della cagna e augurarsi “che torni al suo paese” – solo alcune alcune perle proferite assieme a Danielle Lloyd e Jo O'Meara - davvero non è razzista. Si è tirato in ballo invidia di classe: Shetty è chiaramente di estrazione altoborghese, le altre pura working class. Invidia puramente femminile: Shetty è di grande bellezza, le altre la solita variante del canone caucasico-slavato, nonostante le plastiche di Goody. Forse non sarà razzismo, ma di certo è intolleranza. Un’intolleranza espressa dalla voglia di vincere senza avere un talento o una capacità particolari (è questa la forza dirompente del programma) e che porta a sottili dinamiche di alleanza/esclusione all’interno della casa che molto avrebbero appassionato Darwin.

Goody è lei stessa un personaggio inventato dal programma. È una ragazza di origini molto umili, tipico prodotto della cultura “chav” che in questo paese è lo sprezzante epiteto affibbiato al sottoproletariato urbano nazionale, tra i più reietti e poveri d’Europa. Le cui caratteristiche essenziali sono un accento caricaturale, gusti orrendi, volgarità a iosa. Dei paria, che solo in tempi recenti la televisione ha sdoganato per il pubblico middle class del resto del paese, proprio con Goody, che vinse l’edizione del 2002. Che, contrariamente al solito, è riuscita a restare a galla nel mondo della TV, diventando “ospite”. Ora, la piccola fortuna accumulata con gettoni di presenza, pubblicità e sponsorizzazioni probabilmente svanirà: il suo profumo è stato ritirato dagli scaffali e gli altri contratti le saranno probabilmente disdetti. Con questa performance, Goody & Co hanno confermato i peggiori pregiudizi del paese su di loro: le classi lavoratrici? Sono ignoranti, brutte, volgari e… razziste.

Resta il fatto che Big Brother, in mezzo alle miserie che scodella nelle case di milioni di telespettatori ogni giorno, ha svolto un utile referendum. Cacciando fuori Goody, i britannici hanno espresso il loro disgusto nei confronti dell’intolleranza, autopurgandosi del piacere colpevole di guardare la violenza psicologica che il branco infligge alla vittima. Ma come osservatorio sociale, il programma ha anche riconfermato in modo spettacolare il classismo della società britannica contemporanea. I vertici di Channel 4 sono stati molto criticati per non averlo oscurato prima che degenerasse in questo doloroso esame di coscienza. Forse hanno fatto bene. Una volta di più l’avidità di share e gli obblighi contrattuali sono stati lo specchio che non ha risparmiato alla società dello spettacolo nulla della propria immagine.

OFF 21/01/07

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi sabato 20 gennaio 2007 | Commenti


GLOBAL WARNING: GAIA E' INCAZZATA

GLOBAL WARNING: GAIA E' INCAZZATA

Poi dicono la natura è cieca e colpisce a caso. Un malcapitato suvdriver occhioXocchiodenteXdentemente contrappassato. Illeso per fortuna. Domani va a comprarsi un'auto elettrica.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 19 gennaio 2007 | Commenti


GUIDA ALLA SOPPORTAZIONE DI QUESTO AGIT-BLOG

GUIDA ALLA SOPPORTAZIONE DI QUESTO AGIT-BLOG

Da qualche giorno ho cominciato a postare gli articoli che scrivo per un quotidiano di cultura e spettacolo, creato da amici, che risponde al nome di OFF e viene per ora distribuito solo a Roma. Inutile dire che raccomando a tutti i romani di dargli un’occhiata e di farsi sotto con commenti, stroncature, plauso e cotillons.

Il post precedente si iscrive perfettamente in una linea che per me è fondamentale e che qualche frequentatore del blog ha recentemente criticato: e cioè che si parli (anche) di politica in una sede che nasce specificatamente per la musica. Mi sento quindi in dovere di puntualizzare. È mio profondo, personale convincimento che la politica sia il dado che galleggia perenne nel brodo della cultura e che gli dà questo o quel sapore. L’arte e la cultura sono essenzialmente idee, e in quanto tali propendono in una direzione o l’altra in quella sterminata carta geografica che dovrebbe aiutarci a trovare un verso nel modo di gestire il potere, la coesistenza sociale, l’economia, e tutte quelle belle cose che certi individui hanno un particolare interesse (politico) a tenere fuori dal cervello delle persone quando queste consumano qualsivoglia prodotto culturale. Certo, mi direte, la testata di questo blog recita: Rockstar. Musica popolare dunque. Ma senza scomodare il fatto che più volte nella sua storia la musica popolare si è fatta veicolo politico, che qui si parli di società e politica britanniche è dato:

A) Dal fatto che io viva qui;

B) Dal fatto che questa sia la portaerei dei missili culturali (e bellici) degli Stati Uniti in Europa e nel mondo; i primi colgono gioiosamente il bersaglio da più di mezzo secolo, i secondi speriamo non vengano mai sparati;

C) Dal mio convincimento che, come rispondevo giorni fa al commento di un lettore, scegliere di non parlare di politica è tacere di politica (quindi ugualmente un atto politico)

D) Questo blog è un osservatorio culturale, puntato su un paese che esporta un’enorme quantità di cultura diretta anche alla società di un paese (il nostro) che esporta una piccina frazioncina della propria. Gramscianamente quindi (oddio, l’ho nominato!), questo è un paese egemone. Va dunque osservato e commentato;

E) Ultima (e più difficile a cogliersi, data la sua sottigliezza) ragione, pregna dei succhi fecondi del migliore individualismo neoliberale: questo blog mi è stato affidato e ci scrivo quello che mi pare.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 18 gennaio 2007 | Commenti


CELEBRITY BIG RACIST

CELEBRITY BIG RACIST

LONDRA – Celebrity Big Brother è grossomodo la replica del nostro L’Isola dei famosi. Ed è uno dei programmi di punta della rete Channel 4, l’anti BBC, con picchi di share elevatissimi. Il programma è in questi giorni nella bufera: una delle sue partecipanti, la trentunenne Shilpa Shetty, star di Bollywood e dunque famosissima in India, è stata più volte fatta oggetto di commenti e insulti di matrice razzista da parte di alcune partecipanti, tutte bianche: Jade Goody, vincitrice delle precedenti edizioni di Big Brother, la quasi-Miss Gran Bretagna Danielle Lloyd e Jo O'Meara, ex cantante del gruppo pop S Club 7. In poche ore sia Channnel 4 che Ofcom, l’authority televisiva, hanno ricevuto circa 10.000 telefonate di protesta di spettatori inorriditi dall’aver sentito le ragazze in questione dare della “cagna” alla Shetty, o stabilire connessioni fra fame e malattie nel subcontinente e la cultura locale, l’igiene eccetera, o imitare in modo caricaturale l’accento dell’attrice, che è di etnia Tamil. Cui hanno fatto seguito delle email anonime di minaccia ad alcuni membri della casa, spedite agli organizzatori. Durante il programma, cominciato circa due settimane fa, la ragazza è finita più volte in lacrime. Naturalmente, come vuole la formula, nessuno dei partecipanti è al corrente di quello che sta accadendo nel mondo esterno, e in particolare nei media.

Sebbene sia Endemol, la casa di produzione del format, che Channel 4 abbiano preso le ovvie distanze da simili dichiarazioni e abbiano ribadito la loro totale e incondizionata condanna di qualsiasi commento o atto che possa essere etichettato come razzista, il fatto è finito in Parlamento. Keith Vaz, deputato di Leicester, ha infatti presentato un’interrogazione parlamentare, mentre lo sponsor del programma, l’azienda Carphone Warehouse, ha annunciato una revisione della propria posizione come sponsor ufficiale del programma. La notizia è stata abbondantemente commentata ieri sia dai giornali indiani che da quelli britannici, con il numero due di Downing Street, Gordon Brown, in visita ufficiale in India, costretto a esprimere un’imbarazzata condanna ufficiale.

È il secondo episodio controverso su questioni razziali in pochi giorni in Gran Bretagna: la settimana scorsa la rivelazione che Simone Clarke, étoile del English National Ballet, era iscritta al razzista British Nationl Party, aveva suscitato un’ondata di proteste e un acceso dibattito sulla libertà di opinione. Per ora, l’unico a beneficiare della gazzarra è lo share del programma, ai suoi massimi storici.

La formula del Celebrity Big Brother è semplice, ben nota e mefistofelica: un luogo circoscritto all’interno del quale costringere delle persone a convivere e manifestare la parte peggiore di sé per il voyeurismo salivante di milioni di loro concittadini. Alla fine il darwinismo mediatico su cui si regge il programma condanna i meno forti a essere "votati via" nel pubblico isterismo, in un simbolico sfratto che richiama in modo inquietante le esecuzioni capitali di stampo medioevale, come quella recente di Saddam Hussein e del suo entourage hanno prepotentemente dimostrato in questi giorni. Con un dettaglio fondamentale: la formula prevede che i protagonisti siano (ex) famosi: e la loro riuscita o meno all’interno del programma vale loro la possibilità di resuscitare la loro carriera, o rilanciarla, o semplicemente tenerla a galla.

Il profluvio di commenti causati qui in Gran Bretagna sull’accaduto non oscura un dato di fatto: quello che da molti è considerato il laboratorio più avanzato al mondo in termini di convivenza di culture e integrazione razziale presenta delle vistose crepe. Il fatto davvero inquietante è che esso rimane tuttavia all’avanguardia nell’affrontare simili problemi. E se cose del genere succedono nel programma più seguito della televisione nazionale, viene da chiedersi che livelli abbia raggiunto l’intolleranza in altri paesi europei, e per di più lontano dalle telecamere a circuito chiuso che documentano il programma.

Si può speculare in mille modi sul divario tra “alto” e “basso” nella cultura di massa. Nella Repubblica di ieri, Michele Serra, con il consueto ironico acume, ironizzava sulla tendenza a stigmatizzare chi si ostina a rifiutare le cucchiaiate di deiezioni musical-televisive che la società dello spettacolo amorevolmente ci ammannisce tutti i giorni. Serra partiva dalla replica stizzita di Henry Winkler (l’idolatrato Fonzie di Happy Days) a Nanni Moretti, colpevole di aver fatto una battuta sprezzante sulla serie americana, accusandola di aver lobotomizzato una generazione di spettatori. E denunciava le colpe di certe battute storiche di Villaggio/Fantozzi, in testa quella sulla Corazzata Potemkin, come foriere delle sciagure culturali dell’Italia a venire, (soprattutto se corroborate da vent’anni di palinsesti Mediaset, aggiungeremmo noi).

Guardare trasmissioni come il Grande Fratello o l’Isola Dei Famosi, il cui pattume è difeso a spada tratta da legioni di savant che per questo, una volta tanto, si aggiudicano cum laude il detestabile appellativo di “radical-chic”, è dunque un’attività non raccomandabile. A meno che non si stia facendo un’indagine sociologica sugli enormi ostacoli che la democrazia liberale incontra nell’insegnare agli individui a tollerarsi e rispettarsi gli uni gli altri.

(OFF, 18/01/07)

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 18 gennaio 2007 | Commenti


A VOLTE SI RIFORMANO

A VOLTE SI RIFORMANO

Le rock band leggendarie sono come delle formazioni carsiche. Sotterranee, non si sciolgono mai. Calcaree, scorrono sempre nel profondo, pronte a riemergere nel momento esatto in cui la nostra nostalgia combacia millimetricamente con il loro bisogno di soldi e di combattere il tedio.

Si formano, non si riformano. È ormai da qualche settimana che attorno alla “reunion” dei Police fervono congetture, illazioni, voci. La molla è l’anniversario, in nome del quale si compiono spesso delle turpitudini. Quest’anno è il trentennale della pubblicazione di “Roxanne”, il singolo della band che forse meglio rappresenta la sapiente miscela di pop, punk e reggae che li ha universalmente consacrati. È ovvio che la A&M, loro casa discografica, oggi costola dell’ingombrante torace della Universal Music, voglia capitalizzare l’evento. E che sta facendo pressione sull’ex maestro di scuola di Birmingham (Gordon Sumner, in arte Sting), sul nomade figlio di un agente della CIA (Stewart Copeland; suo fratello Miles era anche manager della band) e sul pacato chitarrista jazz del Lancashire (Andy Summers, di qualche anno più vecchio) perché si imbarchino in un tour che sulla carta ha tutti i numeri per essere stellare. Anzi, è scientificamente dimostrabile che produrrà uno tsunami nostalgico in chi, compreso naturalmente chi scrive, ha amato il trio inglese. E allora, nell’attesa che si riformino o meno (fino a l’altroieri la Universal italiana negava che ci fosse alcunché di ufficiale), forse vale la pena interrogarsi ancora una volta sull’inflazione di questi ritorni, che nel pop e nel rock sono secondi soltanto ai mancati addii.

In generale, non è possibile pronunciarsi del tutto a favore o contro una reunion. I fattori in gioco che la provocano sono molti, sebbene di molto staccati da quello pecuniario, sempre la molla primigenia: in principio erat pecuniam. Il rito collettivo (fan e artisti assieme) di esorcizzare il passare degli anni è un patto semiscellerato col quale la creatività non ha nulla a che vedere. Si rivivono memorie e sensazioni un tempo esaltanti per entrambe, chi stava sopra e chi sotto al palco, in un mutuo imbrogliarsi che raramente lascia l’amaro in bocca, tanto si è ostaggi dell’autoinganno. Ma a volte ci sono anche ragioni per le quali riunirsi diventa lecito, se non auspicabile. Ci sono band che non capitalizzarono mai l’enorme influenza esercitata sulla musica che è venuta dopo, come ci insegnano le reunion recente dei New York Dolls e quella imminente degli Stooges. Vi arrabbiereste anche voi se una pletora di epigoni diventasse miliardaria con le vostre idee mentre fate fatica a pagare il mutuo o la clinica di disintossicazione, o addirittura assisteste al triste spettacolo dalle profondità infernali (i rocker non vanno in paradiso).

Questa particolare tipologia è interessante perché sono in pochi ad aver visto la band in azione allora: dunque la chance di assistere ad un concerto diventa una prima assoluta, capace di minimizzare l’impatto del decadimento organico. Le reunion poi, dipendono anche e soprattutto dalle condizioni della carriera degli ex-membri della band. Paul Weller e Morrissey hanno stroncato sul nascere le voci di un ritorno dei Jam e degli Smiths e la cosa non sorprende: le loro carriere soliste si difendono egregiamente, quelle dei loro ex-colleghi sono allo sbando. Una reunion farebbe solo comodo ai conti in banca e agli ego malconci di questi ultimi. Ma per tornare ai Police: cui prodest? Non certo a Sting, fresco dell’essersi gingillato con il povero John Dowland e forse lanciato verso altre incursioni classicheggianti. Di certo, invece, a Copeland che ha appena scritto un libro sulla band e a Summers che da anni è prepensionato nei jazz-pub del Regno Unito. E a noi? Ci va davvero di vedere una band di quasi-sessantenni rischiare il colpo della strega sulle note giovaniliste di "De Do Do Do, De Da Da Da"?

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 16 gennaio 2007 | Commenti


SKINNY POPPY

SKINNY POPPY

Cari industrialopitechi insipiens, sono molto felice di annunciarvi che Mythmaker, il nuovo disco dei canadesi Skinny Puppy, entomofili godfaher dell’horror industrial, il cui artwork, aspetto e etica sono un insano antidoto al suono ormai irrimediabilmente calvinkleinizzato del loro fan della prima ora Trent Reznor, è, dopo decenni di adolescente insistenza a rifuggire un suono più melodico nemmeno significasse vendere l’anima a Burger King, un disco …disco.

Non preoccupatevi: non mancano le consuete deliranti tirate contro il capitalismo carnivoro e postindustriale che piacciono tanto a noi nipotini vegetalisti di Debord. Ma il suono si è fatto meno neuropercussivo di come ci hanno abituati in vent’anni di occasioni perse, i tempi sono più downbeat e la produzione è più leccata. Vi rassicuro su un punto fondamentale però, sentendovi già tremare di panico: Ogre NON ha imparato a cantare, la sua voce è il solito incubo trattato, piatta e bassa come una domenica pomeriggio di metà novembre in un bar di Brembate, o meglio, di Erba.

Piuttosto vicino all’altro progetto dell’orco, gli ohGr, che già presentava preoccupanti aperture verso l’ascoltabilità, Mythmaker è un disco che suona meno vecchio rispetto al ritorno del 2004 dallo splendido titolo, The Greater Wrong Of The Right, che altro non era che un impasticciato excursus delle sonorità da loro stessi inventate decenni prima, grazie alle quali epigoni vari si sono pagati il mutuo della casa.

Nel complesso, quarantanove minuti di strisciante cattiveria elettronica, addolciti da momenti di epica melodia di denuncia. Non chiedetemi perché mi piacciono molto, non lo so nemmeno io.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 15 gennaio 2007 | Commenti


P'n'B Ltd.

P'n'B Ltd.

Posh & Becks? Non è una banca d’investimento e nemmeno una griffe. È il logo della coppia che meglio ha saputo cavalcare le non sempre placide correnti della celebrità. Se mai esistesse un manuale su come amministrare la popolarità di massa a tutti i livelli, nei tabloid, in televisione, nei rotocalchi da parrucchiera, ebbene loro sono le auctoritates insindacabili. Semplicemente, non c’è stata una coppia mediatica in grado di alimentare il proprio mito in maniera più proficua, evitando le trappole che la vita sotto i riflettori tende perfida alla comunità VIP.

Lui: calciatore bello e bravo, di origine working class, come si addice a un calciatore, e di Manchester, un tempo faro industriale del paese e oggi in gran parte rigenerato ex-deserto culturale dopo la depressione degli anni Settanta. E sede della squadra più ricca, forte e prestigiosa della GB, che ha contribuito a mantenere al vertice.

Lei, aggiornamento postmoderno di quella che un tempo si diceva soubrette, senza la dispregiativa sfumatura sessista, clinicamente priva della più residua traccia di talento, che con altre tre colleghe dall’assoluto vuoto pneumatico e sotto il nome di Spice Girls ha incarnato l’ottimismo pop di una Gran Bretagna che si apriva fiduciosa alla benevola (chiedetelo all’Iraq) dittatura di tre mandati blairiani. Ma dotata di un leggendario fiuto per la fama e per come mantenerla, che si sarebbe rivelato preziosissimo nel reggere il timone dell’immagine della coppia tra le continue Scilla della sovraesposizione mediatica e la Cariddi della vita reale.

Stiamo parlando naturalmente di David e Victoria Beckham, lui con le sue punizioni da grande distanza che “piegava” (bend) come nessun altro, lei con le sue anoressie sublimate in un brillante quadro di eleganza opulenta e presenzialismo. Lui con i suoi tatuaggi toponomastici, lei con i suoi occhiali Dior formato operaio saldatore; lui coi suoi contratti miliardari, lei con i suoi raid di shopping stile drappello di miliardarie da Tokio.

Per anni questi due geni della comunicazione hanno campeggiato sulle copertine dei rotocalchi rosa di tutto il mondo, ostentando una longevità e una capacità di adattamento senza pari, dimostrando, darwinianamente, di essere la specie più forte nell’ecosistema dei media di inizio terzo millennio. Ma si sa, col tempo anche il tirannosauro si è estinto. David non riesce più a giocare ai livelli di un tempo e ha dovuto soffrire l’umiliazione di lasciare volontariamente il suo ruolo di capitano-principe azzurro di una nazionale brutalmente umiliata dalla sua stessa arroganza. E ora si vede messo alla porta dalla gabbia dorata nella quale ha speso il prepensionamento, il Real Madrid, Potemkin del calcio europeo a serio rischio di affondamento. E i suoi contratti miliardari di sponsorizzazione cominciano vistosamente a perdere zeri.

Ma ecco che la geniale consorte ha estratto l’atout che garantirà a lui una serena vecchiaia professionale: l’emigrazione nel cimitero degli elefanti calcistici mondiali, gli USA, e nello specifico, Los Angeles, California, in una squadra chiamata Los Angeles Galaxy. Sembra la riedizione del Cosmos di Pelé e Chinaglia. Una buonauscita colossale per fare la star decadente in una squadra di brocchi. La scelta porta il marchio indelebile del genio di Posh: laggiù ella potrà soddisfare la sua incontenibile bulimia di paparazzi e celebrità, facendosi ritrarre con le Britney e le Paris che tengono alto lo stendardo della pop culture americana contemporanea. E speriamo che almeno il feticismo dell’hamburger locale le faccia prendere qualche chilo, benedetta ragazza.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 15 gennaio 2007 | Commenti


RAZZISMO SULLE PUNTE

RAZZISMO SULLE PUNTE

Qui è scoppiato un “caso” attorno alla militanza di Simone Clarke, prima ballerina dell’English National Ballet, nel razzista e fascistoide British National Party. La Clarke ha pubblicamente difeso le sue idee e quelle di detto partito sul settimanale conservatore “Mail On Sunday”, dichiarando che è l’unico che «abbia una posizione chiara su questioni come l’immigrazione». Ora varie organizzazioni, tra cui Unite Against Fascism, chiedono che la Clarke sia licenziata. E hanno annunciato una protesta la sera della prima di Giselle, nel cui ruolo la ballerina danzerà questo fine settimana. La Clarke rifiuta l’etichetta di fascista e razzista che le è stata abbastanza prevedibilmente appiccicata addosso «Solo perché ho un’opinione chiara sulla questione immigrazione. Sono sicura che molta altra gente la pensa così ma non lo dichiara. Non chiediamo l’espulsione degli stranieri, solo un maggiore controllo delle nostre frontiere». Ha inoltre dichiarato di non pentirsi affatto delle sue idee e della sua affiliazione. E che rimarrà membro del BNP, partito che detiene 50 seggi nelle municipalità britanniche e che nel suo sito si dice «L’unico partito a difendere i nostri principi tradizionali contro l’agenda politicamente corretta di Tony Blair e David Cameron». L’organizzazione è comunque famigerata: ha un passato e un presente di incitamento alla violenza contro i musulmani, particolarmente in aree ad alta concentrazione di immigrati extraeuropei, come le cittadine di Oldham, Burnley e Bradford.

La questione è abbastanza delicata. Coloro che chiedono la testa (anzi, le punte) della ballerina in questione – e sono molti, non soltanto a sinistra, rischiano di commettere l’errore di demonizzare un’opinione e di rendere una ballerina, la cui vita di sacrifici ed astinenze non ha certo ampliato le vedute in fatto di cultura e globalizzazione, vittima di una società ossessionata dal “politically correct”. Ora, quest’espressione stigmatizzata come bovino assoggettarsi a delle regole astratte e idealistiche ogni volta che il nostro conservatorismo, etnocentrismo ed egoismo tracimano in tutto il loro risentimento, è una formula di comodo dietro la quale si cela un test essenziale della nostra maturità civile (oltre che, naturalmente, di quella dei britannici).

Se la donna fosse davvero licenziata, farebbe la fine di David Irving, lo storico di pulcinella negatore dell’Olocausto, erroneamente condannato al carcere anni fa per un reato che, comunque odioso, era semplicemente d’opinione. Questo tipo di rigidità produce martiri per una maggioranza silenziosa che non aspetta altro che scuse del genere per venire allo scoperto e manifestare la propria solidarietà ai “patrioti” che “hanno il coraggio delle proprie opinioni”. Verrebbe da chiedersi quanti operatori dello spettacolo, magari alla Scala di Milano, siano iscritti alla Lega Nord. Non vogliamo saperlo. E sebbene le tesi di un Borghezio o un Calderoli ci facciano orrore, faremmo bene a ragionare come l’ebreo radical Chomsky fece con l’altro negazionista Faurisson venticinque anni fa: citando il "Non sono affatto d'accordo con ciò che dite, ma mi batterò fino alla morte perché nessuno vi impedisca di dirlo" di Voltaire.

Che danzi dunque, questa Giselle razzista. Licenziatela solo se i suoi passi sono peggio delle sue affiliazioni politiche. Il che è improbabile.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 12 gennaio 2007 | Commenti


HAPPY BIRTHDAY, MR BOWIE

HAPPY BIRTHDAY, MR BOWIE

David Bowie compie oggi sessant’anni. Vogliamo omaggiarlo particolarmente perché, tra tutte le star di questo meraviglioso circo equestre chiamato rock (ma chi sa davvero cosa significa questa parola? In senso lato, naturalmente), la sua è quella che più ha illuminato la nostra fantasia di adolescenti e ci ha iniziato al consumo di questa merce affascinante. Bowie negli anni si è rivelato per quel che è: un mago manipolatore/assimilatore di idee musicali altrui, un D’Annunzio beat/pop/glam/electro/ dalla lungimiranza impressionante, nel cui geniale calderone qualunque tendenza originale veniva messa al servizio di una consumata arte affabulatoria e performativa capace di mescolare le giuste dosi di mimo, arti figurative, tecnologia, teatro e quant’altro.

Bowie si confronta con la sua persona sessagenaria in un appuntamento che pochi, trent’anni fa, avrebbero creduto possibile: un po’ perché il suo stile di vita dell’epoca sconsigliava di scommettere su simili traguardi, un po’ perché il r’n’r ci ha tristemente abituati a celebrare le estinzioni premature, attraverso cui giovani meteore dell’esistenza terrena diventano assi portanti della cultura contemporanea. I suoi personaggi, le sue incarnazioni sul palco e fuori (Ziggy Stardust, Thin White Duke ecc.) le sue sortite in mondi che non gli erano troppo congeniali, ma dei quali ha saputo servirsi e servire in modo comunque dignitoso (il cinema, le arti figurative, il teatro, il mimo) e, soprattutto, una manciata di dischi che figurano ai sacrosanti primi posti dell’inflazionato pantheon del rock’n’roll, (qui si preferiscono Hunky Dory, il disco di cover Pinups, il lato “a” di Low e Heroes), ci consegnano un sessantenne dalla salute non esattamente d’acciaio, ma saldo sulla via del recupero dopo la paura cardiaca di qualche tempo fa, la cui produzione degli ultimi anni non sempre è da buttar via (in particolare Heathen, del 2002: un dignitoso lavoro) e che ora preferisce ricercare il tempo perduto dedicandosi ai doveri di padre e di marito esemplare.

La sua arte migliore sarà anche alle sue spalle, ma la sua curiosità vibrante lo sostiene ancora (si veda la sua predilezione per i TV On The Radio) e chissà che non tenga in serbo qualche mirabolante, futura sorpresa. Buon compleanno, David Robert Jones.

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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 8 gennaio 2007 | Commenti


Vecchi Merletti