COMUNICAZIONE DI SERVIZIO |
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Pete Doherty è di nuovo nella prigione di Pentonville (Islington, London) per possesso di sostanze. Dovremmo essere tutti preoccupati per questo disgraziato ragazzo. E per la sua pornografica consunzione in diretta TV. Eccolo dietro a casa mia (si, abito vicino al tribunale: mi sembrava ci fossero dei paparazzi). A rimetterci non è solo lui come essere umano. E' la sua musica (please, basta col patetico self-denial sul fatto che il disco dei Babyshambles sia un buon disco). Questo disgraziato ragazzo non solo non è un genio: sta sacrificando la sua esistenza sull'altare di una cultura escrementizia che gliel'ha fatto credere. Così, anziché gestirsi la sua tossicodipendenza da privato cittadino, ha finito per credere inconsciamente che questa aggiunga strass e paillettes alla sua immagine maudit. Ma non è Rimbaud, o Baudelaire e nemmeno Morrison, o Cobain. Vicious? Aveva ancor meno talento, ma erano altri tempi. Vicious era il pennello di McLaren (Malcolm, non la macchina), come i Velvet Underground lo erano di Warhol. Non c'è niente di estetico dietro Doherty (Mick Jones? Lo adoro, ma dopo aver visto i Carbon Silicon dal vivo sono dovuto andare da uno bravo. "Possibile che fosse lui il chitarrista dei Clash? E che l'altro stesse nei Generation X? Mi ha risposto: "La smetta di idealizzare il passato solo perché non può più tornare. Elabori.") Solo di estetizzante, e nel senso deteriore del termine. Ci sono i profitti della sua casa discografica per le vendite dei suoi brutti dischi. C'è la sopravvivenza editoriale del NME, che vende questi personaggi agli adolescenti di provincia che si annoiano (vedi più avanti, post ancora da scrivere sugli Arctic Monkeys). Anzi, un'ideuzza gratuita per la nostra Endemol: fate un bel Terminal Junkie Celebrities Big Brother: li chiudete nella casetta con le telecamerine e li riprendete mentre muoiono. Salta la parte finale della trasmissione, molto bella, dove la star esce a piedi da sola in mezzo ai flash. Uscirà su una lettiga. Nice, no? Scusate, m'è uscita così. Buona la prima.
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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi martedì 31 gennaio 2006 | Commenti |
QUELLI CON LA BARBA SI SCIOLGONO |
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I Grandaddy si sono sciolti. Sono stati un’ottima band che qualche anno fa ha raggiunto picchi di bellezza con l’incredibilmente malinconico The Sophtware Slump (2000). Quell’album contiene una collezione di gemme, ma quelle che mi toccano particolarmente sono “Underneath The Weeping Willow”, breve e delicata come un haiku, il cui testo merita di essere riportato per intero:
I want to sleep e
“Miner At The Dial-A-View”. Tutto il disco esprime sgomento di fronte a una tecnologia considerata sempre più acefala e fine a se stessa, il cui straordinario sviluppo rende i fruitori sempre più liberi di... alienarsi dal mondo e dagli altri (I found your house and I saw your car
But I’ve no idea where you are
From the dial-a-view/Tire scraps on a federal road
Look like crash landed crows
From the dial-a-view... Sei anni prima dell'entusiasmo isterico per Google Earth).
What a record. Con quell’uso di tastiere fintogiocattolo, da cui escono suoni infantili e disorientanti. Che si chiude con la liquida e sinfonica ”So You'll Aim Toward the Sky”.
Un crine sotto al capolavoro.
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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 30 gennaio 2006 | Commenti |
HAPPY BIRTHDAY WOLFIE |
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Oggi 250 anni fa è nato Amadeus. Autore della massima opera mai scritta, il Don Giovanni (sorry, Wagner, Puccini, Verdi and so on) e della più incredibile Messa da Requiem (fino a dove è riuscito ad arrivare. Fu poi completata da un allievo scarsino assai). Non fatevi bastare la pur affascinante volgarizzazione cinematografica del film di Forman per innamorarvi di questo incommensurabile mostro di naturalezza. Se a Salisburgo ci fosse il sole (e avessi modo di andarci) mi piacerebbe combattere il gelo sorseggiando, fuori ad un tavolino di caffè, una tazza di cioccolata bollente mentre ascolto la Sinfonia Haffner.
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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 27 gennaio 2006 | Commenti |
LA CATTIVA PUBBLICITÀ ESISTE |
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George Galloway davanti alla commissione senatoriale di Washington che lo accusava di essersi messo in tasca i soldi di Saddam Hussein sembrava un Leone. Felis Leo. Il magistrale lanciafiamme retorico del deputato di Bethnal Green e Bow (la zona super posh di East London dove vive il sottoscritto), tanto sulfureo che nemmeno un Demostene sotto speed, qualche mese fa bruciacchiò le rade chiome e i colletti azzimati del senato USA. I quali lo lasciarono andare non senza aver incamerato un sonoro knock-out mediatico.
Che tristezza vedere lo stesso “Once I Was Warrior” Galloway comportarsi da cialtrone in quell’innominabile mattatoio della dignità umana che è Big Brother, accanto ad altri relitti ex-celeb che cercano disperatamente di togliere le ragnatele al telefono del proprio agente. E farsi pure buttare fuori. Guardatelo al fianco del genderoglifico Pete Burns (ex Dead Or Alive. Già all’epoca, vent’anni fa, portava la benda sull’occhio non perché facesse tanto filibustiere, quanto perché l’allora pionieristico intervento di plastica gli aveva fatto collassare metà della maxillofaccia).
E con la tutina rossa (cos’è, un'altra beffa?) di George si estinguono le speranze dei suoi sfigati elettori di Bow, che si aspettavano da lui un’attività parlamentare che ne migliorasse le condizioni di sopravvivenza. E che invece si ritrovano coglionati dall’ennesima vittima non più illustre della società dello spettacolo. R.I.P.
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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 26 gennaio 2006 | Commenti |
NEMMENO QUI MI LASCIANO IN PACE |
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Come sapete, wackojacko si è rifugiato in Bahrain, ospite della locale Royal Family. Mi chiedo, è perché ha bisogno di soldi o di privacy? Probabilmente di entrambe. Dunque la scelta dell’ex emirato del Golfo, governato ora da una dollarocratica monarchia, da anni in prima linea nella difesa dei diritti delle donne. Certo Michael non resta sugli allori mediatici conseguenti alla sua controversa assoluzione per molestie sessuali a bambini, laggiù nel suo ranch (che pare stia andando lentamente in rovina, un perfetto set per un film horror): eccolo mentre fa shopping vestito da donna (anzi meglio, nascosto da donna). |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 25 gennaio 2006 | Commenti |
SCUOLA DI CINEMA |
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Ascolto i Film School. Scrivo a letto. Non fatelo mai, fa male alla schiena. È una giornata di sole. Il riscaldamento si incanta e alle undici passate la mia stanza è troppo calda. Tutto questo calore si muta in torpore, mi impedisce di scuotermi e ficcarmi sotto la doccia. I Film School mi ricordano gli anni del liceo. E mi gettano nel ben noto stato d’animo contemplativo del sabato mattina, quello durante il quale, di solito, ascolto BBC Radio 3. Una band californiana che suona come la scuola britannica dei tardi ottanta/novanta:
The Cure,
My Bloody Valentine i primi
Ride, quella roba li, prima che Alan McGee si sporcasse le mani con Oasis e gli epigoni degli epigoni Libertines. I Film School. Un pretesto. Credo che sia venuto il momento di interrogarsi sulla mia ormai patologica avversione a questa scena. Che falso problema tutto questo britpunk. Sono stato punk, naturalmente. Tutto, pur di sfuggire a Battisti, Baglioni, Rossi, al cantautorame rockettaro con piadina, a quello melodico senza piadina. Un kit di sopravvivenza. Non ero affatto americanofilo allora, nemmeno l’hard-core ascoltavo, roba troppo per minus habens sui cosi a rotelle. Ma come faccio, ditemi, come faccio ad apprezzare questi mocciosi di accademia d'arte quando ho avuto il cortocircuito cardiaco a quindici anni per Dead Kennedys, Clash e via dicendo? Quello era un momento in cui mi sono identificato con quello che ascoltavo, la splendida cazzata che fanno tutti gli adolescenti che ascoltano musica. Non fatelo ragazzi, come lo scrivere a letto. Vi renderete conto che avevate firmato cambiali in bianco per comprare auto usate con il motore spompato. Oppure fatelo, fate i romantici, spendete un sacco di soldi in (oppure rubate) musica preconfezionata, leggete le interviste che gli idioti come me raccolgono da personaggi in buona parte semianalfabeti e attaccatevele in cameretta. Time will catch up with you, as it did with me.
E poi, anche lasciando da parte il piagnisteo biografico di cui non gliene frega giustamente nulla a nessuno, perché non si affronta coraggiosamente la questione scottante e cioè che in questo caso i modelli sono troppo evidentemente superiori agli epigoni?
Mentre scrivo e i FS infilano un pezzo notevole,
“Pitfalls”, mi fanno pensare a una band che non ce l’ha mai fatta, i Chameleons (imperfetti, per carità, ma con un gran cuore), mi rendo conto che sono in balia dell’ennesimo sfogo di un sabato mattina in cui il cervello è annebbiato dal troppo vino scadente della sera prima. Ma prima di concludere col dire che ieri ho chiacchierato a lungo ed amabilmente con Ed Horrox della 4AD proprio di questi dilemmi USA / UK (il gruppo Beggars è secondo me quello che pubblica la musica migliore in termini di rapporto accessibilità qualità: l’intervista esce nel numero di marzo), vengo a chiedervi umilmente scusa per avervi fatto letteralmente buttare via del tempo prezioso nel leggere questa catasta di mozziconi di pensieri abborracciati e uterini. Forse hanno ragione quelli di Vanity Fair a mettere la conta del tempo per la lettura di un articolo: mentre prima detestavo questa stronzata postmodernista, vero e proprio colpo di frusta al cavallo morto della cultura pop del nostro paese Burlesconi, adesso comincio a pensare che lo facciano in quanto consapevoli del danno che arrechiamo all’intelligenza di chi ci legge. Quindi, se siete arrivati fino a qui, mi avete regalato del tempo che non merito. Nessuno di quelli come me lo merita. Filate fuori al parco a respirare, è di certo una giornata piena di aria, fuori. Oppure leggete un libro, ma di uno che sa scriverne. Non date troppa importanza alla musica pop.
PS I Film School sono carini.
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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi sabato 21 gennaio 2006 | Commenti |
TUTTO IL POTERE AI SOVIET |
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Al Buffalo Bar c’è una miniserie di gig con alcune delle band più up-and-coming della locale ipertrofica industria post-libertines. Ho avuto modo più volte di confessare il mio pregiudizio nei confronti di questa scena: l’unica cosa positiva del riscaldamento coatto delle minestre du temp jadis è leggerlo in chiave mercantilistica: il mercato UK cerca come può di sopravvivere all’hollywoodizzazione della musica pop (come se fosse possibile…). Sommiamo questo fenomeno al fatto che i kids non conoscono la musica a cui i nostri punkpulcini si rifanno e il fenomeno è servito. In questo senso, tutto questo rumore per nulla è più comprensibile, anche se ancora non capisco la differenza tra Dido e Justin, tra Robbie e l’intelligente Shakira. Comunque, a un post successivo un approfondimento su detta questione. Per ora vi dico che i iForward Russia!, di Leeds, dal vivo hanno un senso del dramma e del teatro che altre band non hanno: una tensione efficace, anche se il cantante rompe un po’ nel protrarre il suo ballo di san vito vocale. Ma il resto è quasi convincente, sempre nel solco del punk-funk-junk. Da tenere nel radar.
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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 20 gennaio 2006 | Commenti |
RICHIE THOENI |
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Richie Hawtin ha scritto il pezzo di apertura dell'imminente olimpiade invernale di Torino. Wow. Si vede che i sabaudi ci sanno fare in fatto di youth culture. Diglielo Richie, ai ragazzini, che la sciolina è meglio della ketamina. E mi raccomando, scrivi qualcosa di meno sepolcrorizzontale del solito, altrimenti Robert Bolle (sic) si annoia. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 19 gennaio 2006 | Commenti |
HOW PESTMODERN |
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Rick Rubin (Slayer, Johnny Cash, Chili Peppers, Cult, Run DMC, Beastie Boys, Public Enemy) produrrà il nuovo album di Justin Timberlake (Justin Timberlake). Non sorprendetevi: recentemente ha già prodotto Shakira. Senza gerarchie, orizzontale, democratico, frammentario, postmoderno. Per lui tra DJ Francesco e Scott Walker non c'è troppa differenza. O è piuttosto il crepuscolo di uno dei massimi produttori degli ultimi vent'anni?
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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 18 gennaio 2006 | Commenti |
ME NE VADO DA ROMA RELOADED |
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Purtroppo non sono il grande Remo Remotti. E Roma, della quale avevo scritto un moderatamente encomiastico post l’anno scorso, è profondamente cambiata. Più che cambiata, ha attualizzato se stessa, ha portato la sua eterna sostanza al passo con la contemporaneità. Quindi in realtà non so affatto dire se sia cambiata. Anche perché sarò vecchio, ma non tanto da aver conosciuto la Roma di Remotti, quella democristiana degli oscuri anni Cinquanta. E ora che me ne vado, dopo averci trascorso più di tre settimane filate, mi viene questo sfogo su di lei, la mia città, che dal sopraccitato Remotti prende umilmente le mosse.
Via. Via dalle donne con gli stivali e le scarpe a punta. Via dai megastore di elettrodomestici con venti schermi al plasma, che trasmettono lo stesso concerto di Renato Zero. Via da Rocco Siffredi, che parla a tre mastri lindi con l’auricolare davanti all’Hotel de Russie, dalla gente che indossa abbigliamento da scalata per andare a comprare il latte perché “fa un freddo terribile”. Via da una città che non ispirerebbe Flaiano, via da quelli che non ti pagano, dalle giacche Belstaff, da un traffico con più Smart che il resto d'Europa messo assieme. Da Vigna Clara, Parioli Pocket e dai branchi di adolescenti di periferia, che somigliano sempre più ai loro Amstaff. Via da Giuliano Ferrara, che interrompe la sua co-conduttrice ogniqualvolta lei fa delle domande non compiacenti al presidente del coniglio, via dalla raccapricciante campagna pubblicitaria dello shopping center della Stazione Termini, via dalle Hogan, che sciamano in Via del Babuino con dentro donne che sembrano papere gonfiabili. Dagli scooter-vasche da bagno, col plaiddino di neoprene, che si incazzano perché non passano negli interstizi tra una macchina e l'altra. E dalle autoblu con le sirene continuamente accese, anche se non succede niente, perché sono in ritardo per il pranzo o la cena. Via dai manifesti elettorali della regione Lazio e del consiglio comunale e dalle loro schermaglie da bar, dai calciatori che ci fanno rivivere gli incubi di Leni Riefenstahl, dalla gente che urla al telefono in treno e gioca con le suonerie telefoniche, dagli automobilisti che violano sistematicamente la segnaletica, dagli attori e dagli sceneggiatori cani delle fiction, dai telegiornali velinati, dalla televisione coprofila, dalla prostituiRAI. Via da me, che mi irrito perché “il treno matura eternamente mezz’ora di ritardo, ci scusiamo per il disagio arrecato”, dai ristoratori, che ti portano un foglietto a quadretti ciancicato con sopra dei geroglifici a biro viola al posto della ricevuta fiscale. Via dall’irresistibile abbraccio museale di questa città e dal suo mortifero sguardo, che gelifica la ragione e inebria i sensi. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 13 gennaio 2006 | Commenti |
CUORE AMORE |
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James Blunt è il best selling artist del 2005 in UK e fresco di nomina ai Brit Awards. Raramente mi è capitato di ascoltare un singolo hit dal ritornello così petulante come il suo “You’re Beautiful”. E anche il titolo non cessa di stupirmi per la profondità dell’introspezione psicologica che promana. Mi viene in mente la massima di Zappa: “There are more love songs than anything else. If songs could make you do something we'd all love one another.” |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 11 gennaio 2006 | Commenti |
LA BANALITÀ DELL'INTELLIGENZA |
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Ho appena finito di leggere un libro straordinariamente stimolante. No, non è l'autobiografia di Kate Moss, non gliel'hanno ancora scritta. Nemmeno è l’ultimo Harry Bedwetter, né il Codice Buonarroti (che, lo giuro, un giorno NON leggerò).
Si tratta di roba sulla carta mooolto meno attraente ma vi garantisco che è come un riccio di mare: un libro che dall’esterno sembra un attacco suicida al sacco scrotale ma che una volta espugnato è un vero viaggio nella terra di milk and honey: si intitola Paralleli e Paradossi Pensieri sulla musica, la politica e la società (titolo originale Parallel and Paradoxes Explorations in Music and Society) uscito nel 2002 in America e nel 2004 da noi per i tipi del Saggiatore.
Cercherò di farla breve perché ci sarebbe da scrivere per una settimana, ma ho pietà di voi e spero la vostra pazienza avrà pietà di me. Il libro è la trascrizione di un dialogo tra due grandi spiriti. Non divinità Apache come da un numero di Tex Willer (ho sempre odiato Tex Willer, pallone gonfiato yankee e il suo amico Kit Carson, pallone gonfiato yankee pure lui: preferivo quel fattone di Zagor, personaggio gioiosamente impasticciato e imperfetto. Ma poi ho cestinato pure lui molto presto, avendo io un’intelligenza normale). Questi due grandi spiriti sono Daniel Barenboim, uno dei massimi pianisti e direttori d’orchestra viventi, israeliano e Edward W. Said, critico e storico della letteratura nonché intellettuale engagée americano di origine palestinese.
Non so davvero da dove cominciare per decantare l’importanza di questo libro. Coloro i cui orizzonti riescono ad oltrepassare i confini pur vasti della playstation e del videofonino si saranno resi conto che in teoria questi due uomini dovrebbero essere divisi da un problema terribile: il conflitto israeliano palestinese. E il lettore di Rockstar sa che oltre alle tematiche scomode affrontate dalla nostra augusta testata, tipo il matrimonio di Elton, la tossicodipendenza di Pete e il peso forma di Pink, ne esistono tante altre, tutte assiepate come avvoltoi attorno al nostro ombelico rock middle class. Una delle più brutte è questa guerra infinita (ora ad un nuovo punto critico) e la polarizzazione d’odio globale che suscita.
Io amo questi due signori singolarmente. Amo Barenboim perché ho cominciato a sentire i suoi Notturni di Chopin quando avevo diciott’anni. E mi sentivo precoce (ascoltatore), sebbene lui a sette avesse suonato per Furtwängler (uno dei massimi direttori in assoluto della storia) che impazzì per il suo talento esagerato e lo invitò a suonare per i Berliner Philarmoniker (da sempre, la Bentley delle orchestre).
Ho amato Said perché fino alla morte, avvenuta nel 2003, è stato, come Chomsky, un infaticabile critico della macdonaldizzazione della cultura e dell’eurocentrismo asfittico e autoreferenziale dell’occidente. Ora che è morto (2003) in America c’è rimasto solo Chomsky, che è pure vecchiotto: la vedo dura.
Ma amo ancora di più questi due signori per il respiro del loro cervello, un cervello dove l’aria non è mai viziata; e per essere stati protagonisti di un'amicizia fertile di spunti creativi e buon senso. Barenboim per essere, lui, ebreo, campione della musica di Wagner (come saprete, Richie era un fottuto antisemita e fu facilmente strumentalizzato dai nazi, oltre a dare i natali a una schiatta di ultranazi lui stesso nella superariana Bayreuth) e per aver introdotto la sublime musica di questo genio immondo in Israele (stato notoriamente poco incline a permettere esecuzioni pubbliche della musica di un autore che accompagnava le colonne dei suoi cittadini dirette ai forni crematori). Come dice Woody Allen, uscendo da un teatro in non so quale suo film: “Ogni volta che sento Wagner mi viene voglia di attaccare la Polonia”. E amo Barenboim per la sua scelta di vivere e dirigere in Germania, paese che, pur non avendo dato i natali all’antisemitismo, ne ha scientificizzato l'istinto omicida.
Ebreo di origine russa, vissuto in Argentina, residente principalmente in Germania, eternamente in tour e quindi due volte sradicato, Barenboim è un genio libero che parla sette lingue, è capace di far notare alla propria parte (è sempre stato critico nei confronti della questione dei territori occupati) gli eccessi dell’integralismo ed è allo stesso tempo impegnato politicamente nel segno del dialogo coi palestinesi. È abbastanza per eleggerlo a modello di vita, lasciando da parte il fatto che suona il piano e dirige il repertorio tedesco romantico in modo sfacciatamente inappuntabile.
Said è un’altra figura torreggiante: nato nella contesa Gerusalemme e cresciuto nell’Egitto protettorato inglese da una famiglia palestinese convertitasi al cristianesimo e imbevuto di cultura europea, ha saputo mediare quest’ultima con un impegno politico volto al ripetto e alla salvaguardia dell’identità culturale extraeuropea, nel segno di un’avvertita militanza politica di stampo antimperialista. Professore di letteratura inglese e comparata alla Columbia di NY (istituzione accademica che rivaleggia in prestigio con il CEPU) e bestia nera dei facoceri neocon, Said era anche un pianista provetto, capace di alimentare il proprio percorso analitico con i succhi insostituibili di una mente che sa capire, gustare la musica e ne sa applicare l’impalpabile acume a problematiche apparentemente lontane anni luce. Tra le decine di libri scritti da questo Voltaire arabo ci sono due libri oggi imprescindibili per il pensiero progressista e transnazionale: Orientalism e Culture and Imperialism.
La conversazione di due spiriti liberi, liberi innnanzitutto dalle costrizioni faziose delle proprie rispettive, multiple identità, la loro amicizia e il sibilo delle loro menti affilate che riducono in pangrattato le problematiche più scottanti e avvincenti sono gli ingredienti principali di questo libro. Pieno di evocative considerazioni su, innanzitutto, musica, ma anche su identità, nazionalità, politica, dialogo, pacifismo, estetica. Irradiato della luce di due amici uniti dalla passione per il bello e il giusto. E, se proprio devo aggiungere, un ulteriore beneficio che dà la lettura di questo libro è la conferma di quanto non possiamo affatto permetterci di gettare dalla finestra il bambino della musica classica con l’acqua sporca della “noia”. Per favore non perdiamoci in fesserie. La musica classica è fondamentale per capire chi siamo e dove andiamo. Lo è per chiunque, arabo o israeliano, europeo o americano, indù o musulmano. È un patrimonio dell’umanità… pensante, senziente... intelligente.
Sfacciatamente elitario? Non diciamo stronzate. Maledettamente necessario. E illuminante. Da prescrivere come testo scolastico. Insieme alla reintroduzione seria dell’educazione musicale a scuola. Perché, come dice Daniel Barenboim, la musica è allo stesso tempo fuga dalla realtà e sua universale, anche se effimera, istantanea comprensione. Yo.
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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 9 gennaio 2006 | Commenti |
VOI SIETE VOSTRE |
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Una simpatica lettrice ha lasciato dei complimenti al precedente post per i quali ringrazio. Esplorando il link da lei lasciato, sono arrivato a un forum "for girls by girls" che tratta di donne nel rock. Il sottotitolo è Donne con le palle. Mi permetto una piccola, pedante, precisazione: benedette ragazze, l'autodeterminazione non si conquista noleggiando la terminologia cara alla parte avversa: suggerirei qualcosa di più anatomicamente appropriato, chessò, "donne con le ovaie". Saranno forse meno icastiche, ma più creative. Inoltre, per la gioia di voi filologhe/i, un link a questo splendido database di rock chicks (altro termine da evitare, suona un po' dispregiativo, qui solo per comodità). Rock on.
PS Camille Paglia scrive un sacco di ovaiate. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi mercoledì 4 gennaio 2006 | Commenti |
THE NUNS |
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Nella prima manciata di ore del 2006, tanto per guardare avanti, sto ascoltando una band del ’77. The Nuns incarnarono perfettamente il punk melodico di San Francisco, l’incapacità dei californiani di odiare davvero il mondo. Più X che Dead Kennedys, questa band, mai scioltasi completamente e attiva attualmente a NY nella scena goth-fetish (not worth checking out), è una delle innumerevoli punk-band dalla vita-falena, registrarono l’eponimo album a giochi fatti, quando la scena era già satura di imitatori. Avevano una frontlady di notevole presenza, fisica e vocale, Jennifer Miro, sorta di Ute Lemper punk. Notizie della sfortunata genesi dell'album si trovano qui. Il link a aitiuns, needless to say, non esiste. |
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 2 gennaio 2006 | Commenti |















