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Di nuovo Eels. Poco altro mi entusiasma e mi fa discutere come questo “gruppo” ultimamente: la poetica, i suoni, i testi. Non solo perché l’ultimo album è una delle migliori uscite dell’anno finora, ma perché E è un artista che ispira svariati ragionamenti. E dopo averlo visto per la prima volta ieri alla Queen Elizabeth Hall, ospite del tredicesimo Meltdown Festival curato da Patti Smith, mi sono ritrovato a discutere con amici, promoter, producers e musicisti sull’one-man band più idiosincratica e ricca di contenuti che ci sia in giro. Contenuti. Certo, direte, non è necessario aver perso vostro padre da bambini, vostra madre qualche anno fa di cancro a pochi mesi dal suicidio di vostra sorella e dalla morte di vostra cugina su uno degli aereoplani che si è schiantato sul pentagono l’undici settembre, per averne. Che tipo di reazione può suscitare una simile esperienza di perdita nella creatività di un artista, e prima ancora nella psiche di un essere umano, faccia il ferroviere o il broker? Probabilmente spingendolo a fare meglio di quanto abbia mai fatto. E ha reagito non solo scavando ancora più in profondità in una delle più capaci e sensibili falde di songwriting in circolazione, producendo un catalogo di piccoli gioielli di max. tre minuti, che finiscono immancabilmente quando te ne stai innamorando e ti lasciano lì a desiderare che continuino per altri sei-sette. Ha reagito tirando fuori un senso dell’ironia che raramente sconfina nell’amaro sarcasmo, una maestria nel percorrere il sottile sentiero che separa la farsa dalla tragedia, lanciando uno sguardo forte e aperto sull’esistenza e i suoi drammi e una capacità di afferrare una perenne bellezza nel momento apparentemente più banale della vita di ognuno. Forse è quello che avrebbe fatto chiunque altro. Forse quando il nostro dramma assume proporzioni così immani, l’unica cosa che possiamo fare è stupire gli altri e prima di tutto noi stessi, andando avanti nonostante lo schianto dentro di noi, scoprendo che la sensibilità per il bello non si è estinta ma anzi si è fatta più acuta, la nostra compassione per la miseria del mondo più estesa, anziché raggrumata come una patata dimenticata nel microonde. E magari scoprire che la nostra capacità di sorridere, di perderci nella meravigliosa, momentanea terapia del riso è cresciuta anch’essa. Perché Mark Oliver Everett ha una tavolozza completa: ha il pianto, ha l’energia, ha l’abbandono contemplativo, ha la ninna-nanna infantile e ha anche il riso: anzi nei suoi concerti è quasi un entertainer, che ride e motteggia col pubblico in modo sottile e intelligente. “Are you ready not to rock?” chiedeva ieri a una platea graziata da una performance di grande, dico grande, bellezza: come si fa a non sorridere commossi davanti a questo piccolo uomo che ha imparato a nuotare nel dolore e a mantenere un occhio innamorato per il mondo e la sua crudele inafferrabilità? E che soprattutto viene dal continuo duellare con la timidezza e la solitudine? Un quartetto d’archi, contrabbasso, chitarra, tastiere e poco altro: un set quasi completamente acustico, niente batteria. Vestito di nero, (anche la band) come un mormone, un atteggiamento teatrale, curvo e fragile anzitempo, con bastone da passeggio e colossale cohiba fumante che ne raspa la voce, E ha raggiunto una dimensione teatrale nei suoi show che li rende qualcos’altro dal concerto rock: piccoli eventi in cui la musa folle di Tom Waits, un occhio più o meno consapevole al teatro russo dell’assurdo vanno ad aggiungersi al fenomenale talento per la melodia e gli arrangiamenti. Ok, "è un californiano privo di pathos" dice l'amico promoter newyorkese, denunciando una volta di più il ragguardevole divario culturale e spirituale che divide la West Coast da NY: e di certo il pathos, quello profondo e terribile, manca nelle performance dal vivo come nel materiale in studio. I californiani, si sa, amano troppo la vita per posare da maledetti, come fanno più a Est in giro per il globo (e infatti Morrison è andato a morire a Parigi). Ma forse è proprio questa la forza del piccolo E: il talento melodico che resta incollato alla memoria, gli arrangiamenti e la produzione non trascurati, come ci si aspetterebbe da un artista ripiegato sui contenuti lirici, bensì incredibilmente ricchi di suono e volume, piuttosto che renderlo un Walt Disney della sofferenza ne fanno uno dei più dotati cantautori americani in circolazione. Oggi più che mai, vedovati come siamo dalla scomparsa di Elliot Smith. permalink

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 13 giugno 2005 | Commenti


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