UNA BUONA RAGIONE PER INNAMORARSI DEGLI USA

UNA BUONA RAGIONE PER INNAMORARSI DEGLI USA

Sebbene il paese in questione sia ai suoi minimi storici (per tacere del nostro naturalmente, ma quello è un altro discorso) ci sono molte ragioni per lasciarsi ammaliare dal suo fascino speleologico. Una di queste sono gli American Music Club, una band che con quel nome di certo sbancherà le classifiche nei paesi arabi.

Gli AMC sono altrettanta buona ragione per parteggiare coi poveri e i deboli del pianeta, da noi fustigati a ripetuti colpi di democrazia. Ma perché insisto col mio decrepito ideologizzare terzomondista, così XX secolo, che sta, per usare una bella immagine di Lucio Dalla, «cadendo a pezzi come un vecchio presepio»? Perché il tesoro nascosto che sono gli AMC è la riprova che la grande arte giace spesso dimenticata nei sottoscala del palazzo dello spettacolo. È l’arte degli underdogs.

Mark Eitzel, cinquantenne frontman e autore della band, col quale ho appena avuto una lunga chiacchierata in una Camden Town ancora piacevolmente permeata di odore di bruciato (avverbio utilizzato in piena libertà non essendoci state vittime), parte della quale uscirà somewhere in print e somewhere in rete, è uno dei migliori poeti pop in circolazione. Ora che ho visto la band dal vivo, al Dingwalls, posso dire anche che ha uno spiccato senso dell’umorismo. Eitzel è il bardo neobukowskiano di una gioventù underground californiana spesa nei bar ad arrovellarsi su relazioni amorose condannate. Molto navel-gazing se proprio devo dirlo, ma è una tendenza che abbiamo tutti, no? In fondo, soffriamo così tanto.

Se non fosse un eccellente cantante, Eitzel dovrebbe scrivere il romanzo/memorie/raccolta di poesie americana che segna l’inizio di questo disgraziato terzo millennio. È un artista fragile, timido, che indossa la sua omosessualità con la naturale discrezione consentita dall’ambiente profondamente civilizzato della sua città, San Francisco. La sua scrittura è angolare, obliqua, la sua metrica altrettanto imprevedibile. La musica della band, che, avrete intuito, porta quel nome non solo per dissipare eventuali dubbi sulla nazionalità ma anche perché rappresenta una felice sintesi di crooning e no-wave (i deragliamenti di feedback della chitarra del solista Vudi sono molto NY primi ottanta) è un mai didascalico compendio di generi del paese che, il rock, lo ha inventato.

Le storie di Eitzel sono intrise dell’alcool e delle luci basse di una bettola, i suoi eroi sono barflies hopperiani che si trascinano in un desolato orizzonte di lutti e solitudine. Ma la depressione di Eitzel non ti viene mai gettata in faccia per suscitare la tua attenzione/compassione: in una parola, non è mai strumentale. È spesso intrisa di sardonici rimandi alla fatalità degli inciampi della vita, inframmezzata di stupendi riferimenti musicali e letterari, impavida al vedersi affibbiare l’orrido appellativo di intellettuale.

Eitzel è l’artista più self-deprecating che abbia mai incontrato. Ha sensibilità e talento enormi, eppure non si comprerebbe a metà prezzo su uno scaffale al discount. In una parola, è un vero grande, mi fa pensare a grandi poeti/attori italiani invecchiati nell’indigenza e nell’oblio, come Sandro Penna o Salvo Randone. Perché è soltanto dei davvero grandi che ci si dimentica. O di cui nemmeno ci si accorge. Voi, per una volta, andate contro questo odioso adagio. Scoprite e ricordate l’Eitzel solista, un grande americano, ammirato da Peter Buck, Radiohead, Pearl Jam, Coldplay (ouch!); e gli AMC, appena tornati con una perla, che si sono formati nel 1982 e hanno fatto nove dischi stupendi. Comprateli e assaporate il bourbon della voce di Eitzel. Salute.

permalink

Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi giovedì 14 febbraio 2008 | Commenti


Vecchi Merletti