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Lo so che non faccio altro che complicare la mia idoneità di aspirante critico serio con queste continue incursioni nella redneck music, ma a mia discolpa c’è il fatto (meglio l'ipotesi, va) che se Roland Barthes fosse ancora vivo avrebbe sicuramente scritto un saggio sull’Heavy Metal.
Secondopoi, dopo aver letto la critica di Pitchfork al disco dei Tool mi sono venute certe madonne zdanoviste che ho deciso di andarli a vedere. Anche su Pitchfork andrebbe scritto un saggio, in quanto i nostri esprimono la chiara velleità di essere Les Temps Modernes della critica musicale e solo per questo hanno vinto un’internship nel Sulcis di qualche mese.
Comunque vi dirò che: i Tool sono una forza to be reckoned with; tre album in quindici anni fanno di loro, com’è stato scritto da un giornalista americano non ricordo più dove, "i Terence Malick dell’alternometal"; Maynard sa perfettamente come si cammina sul filo dell’autoparodia, sospesi in alto e senza rete protettiva; la band “c’ha i cojoni fumanti”, per usare l'espressione autoreferenziale dell’annuncio di un chitarrista à la Blackmore appeso alla bacheca di Revolver, Roma, circa 1983.
E per tutte queste belle ragioni vado a vedermeli. Poi vi racconto.
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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi venerdì 12 maggio 2006 | Commenti |


