SCUOLA DI CINEMA |
![]() |
Ascolto i Film School. Scrivo a letto. Non fatelo mai, fa male alla schiena. È una giornata di sole. Il riscaldamento si incanta e alle undici passate la mia stanza è troppo calda. Tutto questo calore si muta in torpore, mi impedisce di scuotermi e ficcarmi sotto la doccia. I Film School mi ricordano gli anni del liceo. E mi gettano nel ben noto stato d’animo contemplativo del sabato mattina, quello durante il quale, di solito, ascolto BBC Radio 3. Una band californiana che suona come la scuola britannica dei tardi ottanta/novanta:
The Cure,
My Bloody Valentine i primi
Ride, quella roba li, prima che Alan McGee si sporcasse le mani con Oasis e gli epigoni degli epigoni Libertines. I Film School. Un pretesto. Credo che sia venuto il momento di interrogarsi sulla mia ormai patologica avversione a questa scena. Che falso problema tutto questo britpunk. Sono stato punk, naturalmente. Tutto, pur di sfuggire a Battisti, Baglioni, Rossi, al cantautorame rockettaro con piadina, a quello melodico senza piadina. Un kit di sopravvivenza. Non ero affatto americanofilo allora, nemmeno l’hard-core ascoltavo, roba troppo per minus habens sui cosi a rotelle. Ma come faccio, ditemi, come faccio ad apprezzare questi mocciosi di accademia d'arte quando ho avuto il cortocircuito cardiaco a quindici anni per Dead Kennedys, Clash e via dicendo? Quello era un momento in cui mi sono identificato con quello che ascoltavo, la splendida cazzata che fanno tutti gli adolescenti che ascoltano musica. Non fatelo ragazzi, come lo scrivere a letto. Vi renderete conto che avevate firmato cambiali in bianco per comprare auto usate con il motore spompato. Oppure fatelo, fate i romantici, spendete un sacco di soldi in (oppure rubate) musica preconfezionata, leggete le interviste che gli idioti come me raccolgono da personaggi in buona parte semianalfabeti e attaccatevele in cameretta. Time will catch up with you, as it did with me.
E poi, anche lasciando da parte il piagnisteo biografico di cui non gliene frega giustamente nulla a nessuno, perché non si affronta coraggiosamente la questione scottante e cioè che in questo caso i modelli sono troppo evidentemente superiori agli epigoni?
Mentre scrivo e i FS infilano un pezzo notevole,
“Pitfalls”, mi fanno pensare a una band che non ce l’ha mai fatta, i Chameleons (imperfetti, per carità, ma con un gran cuore), mi rendo conto che sono in balia dell’ennesimo sfogo di un sabato mattina in cui il cervello è annebbiato dal troppo vino scadente della sera prima. Ma prima di concludere col dire che ieri ho chiacchierato a lungo ed amabilmente con Ed Horrox della 4AD proprio di questi dilemmi USA / UK (il gruppo Beggars è secondo me quello che pubblica la musica migliore in termini di rapporto accessibilità qualità: l’intervista esce nel numero di marzo), vengo a chiedervi umilmente scusa per avervi fatto letteralmente buttare via del tempo prezioso nel leggere questa catasta di mozziconi di pensieri abborracciati e uterini. Forse hanno ragione quelli di Vanity Fair a mettere la conta del tempo per la lettura di un articolo: mentre prima detestavo questa stronzata postmodernista, vero e proprio colpo di frusta al cavallo morto della cultura pop del nostro paese Burlesconi, adesso comincio a pensare che lo facciano in quanto consapevoli del danno che arrechiamo all’intelligenza di chi ci legge. Quindi, se siete arrivati fino a qui, mi avete regalato del tempo che non merito. Nessuno di quelli come me lo merita. Filate fuori al parco a respirare, è di certo una giornata piena di aria, fuori. Oppure leggete un libro, ma di uno che sa scriverne. Non date troppa importanza alla musica pop.
PS I Film School sono carini.
|
Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi sabato 21 gennaio 2006 | Commenti |


