LA BANALITÀ DELL'INTELLIGENZA |
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Ho appena finito di leggere un libro straordinariamente stimolante. No, non è l'autobiografia di Kate Moss, non gliel'hanno ancora scritta. Nemmeno è l’ultimo Harry Bedwetter, né il Codice Buonarroti (che, lo giuro, un giorno NON leggerò).
Si tratta di roba sulla carta mooolto meno attraente ma vi garantisco che è come un riccio di mare: un libro che dall’esterno sembra un attacco suicida al sacco scrotale ma che una volta espugnato è un vero viaggio nella terra di milk and honey: si intitola Paralleli e Paradossi Pensieri sulla musica, la politica e la società (titolo originale Parallel and Paradoxes Explorations in Music and Society) uscito nel 2002 in America e nel 2004 da noi per i tipi del Saggiatore.
Cercherò di farla breve perché ci sarebbe da scrivere per una settimana, ma ho pietà di voi e spero la vostra pazienza avrà pietà di me. Il libro è la trascrizione di un dialogo tra due grandi spiriti. Non divinità Apache come da un numero di Tex Willer (ho sempre odiato Tex Willer, pallone gonfiato yankee e il suo amico Kit Carson, pallone gonfiato yankee pure lui: preferivo quel fattone di Zagor, personaggio gioiosamente impasticciato e imperfetto. Ma poi ho cestinato pure lui molto presto, avendo io un’intelligenza normale). Questi due grandi spiriti sono Daniel Barenboim, uno dei massimi pianisti e direttori d’orchestra viventi, israeliano e Edward W. Said, critico e storico della letteratura nonché intellettuale engagée americano di origine palestinese.
Non so davvero da dove cominciare per decantare l’importanza di questo libro. Coloro i cui orizzonti riescono ad oltrepassare i confini pur vasti della playstation e del videofonino si saranno resi conto che in teoria questi due uomini dovrebbero essere divisi da un problema terribile: il conflitto israeliano palestinese. E il lettore di Rockstar sa che oltre alle tematiche scomode affrontate dalla nostra augusta testata, tipo il matrimonio di Elton, la tossicodipendenza di Pete e il peso forma di Pink, ne esistono tante altre, tutte assiepate come avvoltoi attorno al nostro ombelico rock middle class. Una delle più brutte è questa guerra infinita (ora ad un nuovo punto critico) e la polarizzazione d’odio globale che suscita.
Io amo questi due signori singolarmente. Amo Barenboim perché ho cominciato a sentire i suoi Notturni di Chopin quando avevo diciott’anni. E mi sentivo precoce (ascoltatore), sebbene lui a sette avesse suonato per Furtwängler (uno dei massimi direttori in assoluto della storia) che impazzì per il suo talento esagerato e lo invitò a suonare per i Berliner Philarmoniker (da sempre, la Bentley delle orchestre).
Ho amato Said perché fino alla morte, avvenuta nel 2003, è stato, come Chomsky, un infaticabile critico della macdonaldizzazione della cultura e dell’eurocentrismo asfittico e autoreferenziale dell’occidente. Ora che è morto (2003) in America c’è rimasto solo Chomsky, che è pure vecchiotto: la vedo dura.
Ma amo ancora di più questi due signori per il respiro del loro cervello, un cervello dove l’aria non è mai viziata; e per essere stati protagonisti di un'amicizia fertile di spunti creativi e buon senso. Barenboim per essere, lui, ebreo, campione della musica di Wagner (come saprete, Richie era un fottuto antisemita e fu facilmente strumentalizzato dai nazi, oltre a dare i natali a una schiatta di ultranazi lui stesso nella superariana Bayreuth) e per aver introdotto la sublime musica di questo genio immondo in Israele (stato notoriamente poco incline a permettere esecuzioni pubbliche della musica di un autore che accompagnava le colonne dei suoi cittadini dirette ai forni crematori). Come dice Woody Allen, uscendo da un teatro in non so quale suo film: “Ogni volta che sento Wagner mi viene voglia di attaccare la Polonia”. E amo Barenboim per la sua scelta di vivere e dirigere in Germania, paese che, pur non avendo dato i natali all’antisemitismo, ne ha scientificizzato l'istinto omicida.
Ebreo di origine russa, vissuto in Argentina, residente principalmente in Germania, eternamente in tour e quindi due volte sradicato, Barenboim è un genio libero che parla sette lingue, è capace di far notare alla propria parte (è sempre stato critico nei confronti della questione dei territori occupati) gli eccessi dell’integralismo ed è allo stesso tempo impegnato politicamente nel segno del dialogo coi palestinesi. È abbastanza per eleggerlo a modello di vita, lasciando da parte il fatto che suona il piano e dirige il repertorio tedesco romantico in modo sfacciatamente inappuntabile.
Said è un’altra figura torreggiante: nato nella contesa Gerusalemme e cresciuto nell’Egitto protettorato inglese da una famiglia palestinese convertitasi al cristianesimo e imbevuto di cultura europea, ha saputo mediare quest’ultima con un impegno politico volto al ripetto e alla salvaguardia dell’identità culturale extraeuropea, nel segno di un’avvertita militanza politica di stampo antimperialista. Professore di letteratura inglese e comparata alla Columbia di NY (istituzione accademica che rivaleggia in prestigio con il CEPU) e bestia nera dei facoceri neocon, Said era anche un pianista provetto, capace di alimentare il proprio percorso analitico con i succhi insostituibili di una mente che sa capire, gustare la musica e ne sa applicare l’impalpabile acume a problematiche apparentemente lontane anni luce. Tra le decine di libri scritti da questo Voltaire arabo ci sono due libri oggi imprescindibili per il pensiero progressista e transnazionale: Orientalism e Culture and Imperialism.
La conversazione di due spiriti liberi, liberi innnanzitutto dalle costrizioni faziose delle proprie rispettive, multiple identità, la loro amicizia e il sibilo delle loro menti affilate che riducono in pangrattato le problematiche più scottanti e avvincenti sono gli ingredienti principali di questo libro. Pieno di evocative considerazioni su, innanzitutto, musica, ma anche su identità, nazionalità, politica, dialogo, pacifismo, estetica. Irradiato della luce di due amici uniti dalla passione per il bello e il giusto. E, se proprio devo aggiungere, un ulteriore beneficio che dà la lettura di questo libro è la conferma di quanto non possiamo affatto permetterci di gettare dalla finestra il bambino della musica classica con l’acqua sporca della “noia”. Per favore non perdiamoci in fesserie. La musica classica è fondamentale per capire chi siamo e dove andiamo. Lo è per chiunque, arabo o israeliano, europeo o americano, indù o musulmano. È un patrimonio dell’umanità… pensante, senziente... intelligente.
Sfacciatamente elitario? Non diciamo stronzate. Maledettamente necessario. E illuminante. Da prescrivere come testo scolastico. Insieme alla reintroduzione seria dell’educazione musicale a scuola. Perché, come dice Daniel Barenboim, la musica è allo stesso tempo fuga dalla realtà e sua universale, anche se effimera, istantanea comprensione. Yo.
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Inserito da: b-loggedonlondon, Leonardo Clausi lunedì 9 gennaio 2006 | Commenti |


